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Attraverso la mano | Da Giordano Bruno al No One di Carlos Motta

Carlos Motta celebra la possibilità di invocare la riflessione, sulle ali di una più che intellettuale provocazione. Una messa in discussione del mondo e delle sue leggi, che da Giordano Bruno in poi non ha mai smesso di risvegliare visioni e coscienze.   
Carlos Motta, installation view When falling feels like flying, 2025. Galerie Mor Charpentier, Parigi. Photo Nicolas Brasseur

Testo di di Floriana Savino

Se non tengo presente l’universo, perdo il senso delle proporzioni.
Italo Calvino

L’oscurità, che «nell’ancor prima dell’alba» condusse Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600) al rogo di Campo de’ Fiori, non era certamente compartecipe della medesima profondità di una vita spesa alla ricerca del vero. Come ha ben documentato l’impegno di molteplici studiosi, il frate e filosofo nolano fu un appassionato esperto conoscitore degli antichi egizi al punto tale da evocare, nella stessa sua idea di religione naturale, quel rapporto genuino e diretto che ben aveva riscontrato nella magia di un popolo quotidianamente in ascolto delle proprie divinità. Se la Controriforma, in risposta alla diffusione dei moti protestanti, andò restringendo sempre più la possibilità per i fedeli di accedere a una conoscenza in autonomia della Bibbia, in Bruno vi fu la propensione e il sogno attivo di donar nuova enfasi e motivazione al rapporto di ogni uomo con la fede. 

L’oscurità feconda entro cui mosse Giordano Bruno, sempre alla ricerca di infiniti mondi e numerose altre realtà, si avvicinava in larga parte a quel mito della creazione egizio secondo il quale prima dell’ascesa degli uomini una notte oscura, tersa e stellata, aveva abbracciato la carnalità della Terra in un interscambio appassionato di conoscenza e prolifica totalità. Come testimonia il Candelaio (1585), Bruno fu anche un uomo di teatro e un profondo conoscitore dell’arte della rappresentazione. Una preziosa predisposizione che, con molta probabilità, giunse a lui in soccorso anche nei giorni più tremendi. Sarebbe, infatti, erroneo pensare che vi sia stata da parte del frate controcorrente una presa in carico rassegnata della sua condanna: Bruno lottò sino all’ultimo respiro, senza concedere e concedersi alcuna pace, contro un verdetto emesso per silenziare il moto delle sue idee. Non fu mai pronto a barattare la libertà delle sue ricerche con la possibilità di una tanto più nefasta salvezza. Giordano Bruno non accettò mai quella condanna e la morte, continuando a rivolgere imprecazioni verso i suoi pavidi aguzzini. Prima dell’imposizione della mordacchia, come sul più necessario dei palcoscenici, Bruno trasforma il suo supplizio in una memorabile rappresentazione spogliando, così, i suoi accusatori di ogni autorità e vestendoli con i panni della più oltraggiosa e, pur sempre, accomodante cecità. 

Nella visione del pensatore nolano gli uomini erano da porsi tutti, indistintamente, sullo stesso piano. Come ha scritto Michele Ciliberto: 

Bruno relativizza la Terra, la fa diventare uno degli infiniti mondi, che nascono e poi finiscono, e con la terra relativizza l’esperienza cristiana. […] C’è una bellissima immagine negli atti processuali. Bruno dice che esiste una grande anima del mondo, che si rompe in una infinità di frammenti di specchi, cioè le singole anime; questi frammenti di specchi, una volta esaurita l’esperienza di vita di ciascuno, ritornano al grande specchio e dal grande specchio ritornano nuovamente come frammenti di anima nei singoli individui. (Ciliberto; 2011) 

Nel secolo d’oro, che stava spingendo sempre più avventurieri a sondare e occupare terre altrui, Giordano Bruno offre degli indios il ritratto più umano e solenne; ai suoi occhi, difatti, ogni essere umano è compartecipe della bellezza e pienezza molteplice della creazione. Nelle sue parole ogni essere umano, figlio dello stesso Dio e, ancor più, frutto della medesima sostanza del creato, richiede attenzione, rispetto e imprescindibile cura.

Bruno conservò sempre «un profondo senso di sé, si considerava un angelo, un messaggero degli dèi mandato tra gli uomini a riportare la luce». Finì i suoi giorni al freddo di una cella dove sul suo trascorso ebbe ad annotare: «un gallo che ha combattuto una dura battaglia, che ha combattuto bene anche se ha perduto».   

L’antico monito «fu bruciato vivo perché era un malvagio eretico», in una trama a filo d’oro, oggi risuona in un arazzo e nella personale parigina dell’artista Carlos Motta (Colombia, 1978). Sul finire del novembre 2025, la galleria Mor Charpentier ha, infatti, inaugurato la personale d’artista When Falling Feels Like Flying. Il cuore pulsante dell’evento espositivo conduce alla potente opera video No One (2025), il cui signor nessuno altro non è che l’artista in persona accompagnato, negli esordi della proiezione, da un’evocazione del poeta Paul Celan: 

Nessuno 
testimonia 
per il testimone 

Una drammatica colonna sonora – che tra il ronzio degli insetti e delle macchine incalza sempre più verso il suono mortifero e angoscioso della guerra -, fa sì che gli occhi di Carlos Motta, immersi in uno sfondo d’oscurità, vadano a condirsi con il color del sangue e del pianto. Il sound realizzato in collaborazione con ENO restituisce la portata di un mondo sull’orlo di una sottaciuta catastrofe. No One è l’immigrato, l’invisibile, colui che viene privato dei diritti o allontanato dalla sua terra, dalla sua nuova casa. Sullo schermo scorrono parole come uguaglianza, inclusione, identità, giustizia. La loro espressione balbetta, si dissolve sino a sparire del tutto. Nel medesimo spazio condiviso, illuminate dalla luce artificiale che proviene dall’opera video, piccole statuette d’argento, poste su alti piedistalli, evocano una parvenza umana duplice. Una presenza in cui un uomo sorregge un altro uomo in dichiarato stato di abbandono o privato di ogni forza. 

Gli occhi delle piccole figure provengono da una materia eletta della colonizzazione europea in Colombia, lo smeraldo. Un abbraccio eterno, tra disfatta e attiva solidarietà tra esseri umani, congela lo spazio limbico che apre a una nuova presenza installativa. 
Proseguendo nel viaggio disegni e fotografie, risalenti a un periodo di incubazione che va dal 2019 al 2021 circa, evocano rispettivamente l’immaginario di Francisco Goya, il viaggio altrove di Dante, lo specchio del piacere e del dolore restituito dalla fotografia di Mapplethorpe. 
L’ultimo perimetro è dedicato alla portentosa installazione El Auto de Fe (2025). Se Ettore Sottsass sulle «ceramiche delle tenebre» ha, infatti, innalzato una delle più emozionanti riflessioni del nostro tempo, Carlos Motta fa ritorno alla ceramica smaltata di nero per restituire la presenza sofferta e controcorrente di quanti, per l’affermazione della giustizia e della libertà, nel tempo sono stati infangati, torturati e condotti alla capitolazione.

Accompagnando il richiamo alla lotta dei popoli per mezzo dell’immagine somma del pugno alzato, cui si sommano cimeli religiosi e demoni alla riscossa, Motta celebra la possibilità di invocare la riflessione, sulle ali di una più che intellettuale provocazione. Una messa in discussione del mondo e delle sue leggi, che da Giordano Bruno in poi non ha mai smesso di risvegliare visioni e coscienze.   

Cover:  Carlos Motta, El Auto de Fe, 2025. Galerie Mor Charpentier, Parigi. Photo Nicolas Brasseur

Carlos Motta, When falling feels like flying (drawing), 2025. Galerie Mor Charpentier, Parigi. Photo Nicolas Brasseur
Carlos Motta, No One, 2025. Galerie Mor Charpentier, Parigi. Photo Nicolas Brasseur