
Testo di Maria Vittoria Maccarone —
“GALLÍSTICA” non è una mostra: è una palestra. Ovunque, sulle pareti della galleria ArtNoble, esercizi ripetuti con fatica e tecnica. Tante ripetizioni quante la mano riesce a sostenere, ancora e ancora, cercando di inseguire in fretta le figure colte dall’occhio e passate rapide alla mente, come un testimone che scivola da una mano all’altra in una staffetta.
L’allenamento di Pietro Fachini, l’artista che si cela dietro questi disegni, ha inizio in Messico, nel 2024. Non è la prima volta in America Latina per l’artista milanese, che da quasi cinque anni si reca periodicamente nella Foresta Amazzonica colombiana per scoprire come ricavare pigmenti da coloranti organici e supporti pittorici a partire da tecniche tradizionali indigene, aiutato dalle popolazioni locali. È però la prima volta che entra in contatto con un esperto di gallística, ovvero l’insieme di pratiche e conoscenze legate all’allevamento e all’allenamento di galli da combattimento, disciplina profondamente radicata nella cultura messicana. Si tratta di Luis Guillermo Alonso Bielma, detto Memo, con oltre 36 anni di esperienza nel custodire, sviluppare e tramandare regole e saperi di questa tradizione secolare.
Memo gli mostra e racconta il suo mondo: dalla dieta agli allenamenti a cui sottopone i propri “atleti”, fino alla struttura degli scontri e il contesto in cui vengono programmati, punteggiando il tutto con esperienze e ricordi personali. Fachini osserva, ascolta, e lascia che i propri segni di matita sanguigna, fluidi e istintivi, lo guidino gradualmente a ritrarre i galli in maniera sempre più netta e inequivocabile, cercando di fissarne “non solo le caratteristiche estetiche, ma anche sostanziali, come ad esempio il comportamento”.
Tra gli svariati disegni in mostra, appunti di viaggio in cui ci è dato il permesso di sbirciare, vediamo sfilare diversi personaggi, come Durango, gallo appartenente alla categoria pesi massimi detta capote, o la Charrita (tradotto: “la più ambita”), gallina inglese utilizzata da Memo per eccitare i galli appena prima del duello. Il percorso espositivo del visitatore ripercorre così il processo di apprendimento dell’artista, che più passa il tempo più entra in intimità con il soggetto, facendo evolvere il proprio lavoro di pari passo con la propria conoscenza.




La vitalità dei combattenti è strabordante — non a caso Memo definisce i suoi galli veri e propri “gladiatori” —, ma questo carosello di piume, becchi e artigli suggerisce anche una violenza che turba, e lascia intravedere un’ombra più ampia, che ci riguarda tutti. “Non voglio semplificare, però io esco di casa e non so se ritornerò. La morte è un qualcosa di latente, sempre presente. E uguale tra i galli. Per sopravvivere devono uccidere.”, racconta Memo a Fachini nella pubblicazione di accompagnamento alla mostra, all’interno della quale artista e allevatore dialogano offrendo approfondimenti sul contesto culturale e simbolico del progetto.
La morte è evocata più esplicitamente nella serie di cinque stampe calcografiche su carta cotone, ciascuna raffigurante la sagoma di un diverso gallo sconfitto e lasciata volutamente sin nombre, così come senza nome sono solitamente lasciati gli animali di Memo. Cinque come i galli che compongono una squadra con cui si partecipa ai tornei di gallística, una soglia operativa destinata a mutare con il procedere della competizione e lo scandirsi imperterrito delle perdite. Ciascuna di queste silhouette è rappresentata con grande delicatezza, come se fosse il risultato di un’operazione volta a estrarre e congelare per sempre l’anima e il movimento che un tempo la animavano. L’artista restituisce così dignità a questi ex lottatori, immobilizzandoli sulla carta e rendendoli, in un certo senso, immortali.




In fondo al percorso, una nuova variazione dal sapore amaro: la vitalità dei galli e la delicatezza delle anime sconfitte vengono cancellate da una fila di tre polli a testa in giù nel mercato della Vucciria di Palermo, già destinati alla cucina del prossimo acquirente.
L’autore di quest’ultima opera è Renato Guttuso, coinvolto in dialogo con il giovane artista milanese in occasione della Drawing Week 2025 con un disegno senza titolo del 1974. Guttuso viene chiamato in causa non solo per una semplice affinità di soggetti con le opere in mostra, ma anche perché, proprio come lui, Fachini tende a esplorare l’umano in maniera sincera, recandosi di persona in contesti popolari e decifrandone tutta la complessità a partire da colpi di matita. Tuttavia, mentre il maestro siciliano tendeva a esprimere toni politici apertamente schierati, lui preferisce un approccio più neutrale, affrontando temi sociali complessi in modo analitico e oggettivo e lasciando al visitatore la libertà di scegliere da che parte stare. Come in questo caso, in cui mette da parte discussioni animaliste e dibattiti sull’abolizione della disciplina della gallística per limitarsi a testimoniare ciò a cui assiste.
Con questa mostra Fachini esprime quanto da lui appreso presso la popolazione messicana, per cui la morte e la violenza fanno parte di un ciclo naturale, esperito e accettato all’interno di una cultura che celebra la vita ma anche i suoi limiti e la sua fine. Come spiega Memo, la morte è “una signora che sorride” e “compimento della vita”, che i messicani concepiscono con naturalezza e rispetto fin dai tempi della scuola e a seguire con i riti dei Días de los Muertos. Tramite le immagini di una tradizione tanto affascinante quanto brutale, il pubblico è dunque invitato a riflettere sulla fragilità e sulla forza che coesistono in ogni essere vivente, traendo, senza imposizioni, le proprie conclusioni.
Cover: Pietro Fachini, Studio Gallo, 2024, sanguigna su carta, 21 x 29.7cm – Courtesy the artist and ArtNoble Gallery


