L’unione di due palazzi, una scala e oltre una ventina artisti. Pochi ingredienti per trasformare un progetto, non solo ambizioso, ma anche audace. La curatrice Rosella Farinotti racconta la mostra Portofranco come intrecciasse tante storie, stanza dopo stanza, dal piano terra al terzo piano, ma anche dal contemporaneo indietreggiando agli anni ’70 per chiudersi tra stucchi e grottesche che ci immergono in atmosfere settecentesche. Protagonista di Portofranco è l’arte in tutte le sue sfaccettature ed espressioni ma ne emerge, ineludibile, quello che erroneamente può essere considerato solo il contenitore: Palazzo Soranzo Novello. Robusto e imponente, l’edificio sorge in quello che era l’antico corso del Mercato di Castelfranco Veneto, oggi Corso XXIX Aprile. Per molti decenni l’edificio ha ospitato una banca che, nel 2017, tra arresti, truffe e clienti depredati dei risparmi di una vita, ha chiuso i battenti lasciando un ‘buco nero’ non solo nel centro della cittadina veneta, ma anche nella memoria di quanti avevano risposto fiducia in quella che era considerata la banca di famiglia. Ora, Palazzo Soranzo Novello diventa la ‘buona occasione’, per ridare ai cittadini uno luogo da attraversare stupendosi; guardarlo con occhi e sensibilità nuovi grazie a progetto che non si può considerare solo artistico.
Rossella Farinotti inizia il suo racconto di Portofranco da un elemento che solitamente si trascura perché di passaggio, perché funzionale: “la scala che unisce questa sorta di labirinto, non solo spaziale, ma anche temporale. E’ importante ricordare che questo edificio, dopo le vicissitudini avute dalla Banca, è diventato un luogo da evitare per molti cittadini, una sorta di ‘ferita’. Da qui l’idea di utilizzare il Palazzo per accogliere l’arte contemporanea, non per parlare della memoria del luogo – non ne ha bisogno, ogni angolo, ogni dettaglio è denso di vissuto ed esperienze – ma per raccontare nuove storie, nuovi immaginari.”
La bravura della curatrice è da ricercare nella sua abile capacità di scegliere artisti che ‘attivano’ il luogo, grazie a performance, incontri, progetti speciali che coinvolgono sia il luogo che i visitatori. Tra queste l’Thyself Agency: l’agenzia di viaggi che propone un progetto di scambio di vita. Fondata dagli artisti Luca De Leva e Emma Rose Hodne, l’agenzia sarà ‘aperta’ in alcuni week end della mostra per incontrare i visitatori e raccontare loro le possibilità in cui lo scambio avviene.
Il percorso espositivo inizia nella grande sala che ospitava gli sportelli della banca, tuttora visibili nella loro massiccia presenza, fatta di legno, granito e vetro. La sala, maestosa nella sua costruzione, è dominata da un’atmosfera surreale, data dalla presenza del grande quadro di Thomas Braida (delle mucche al pascolo che bevono dei drink) e dai più discreti ‘ritrovamenti’ di Marta Ravasi che colloca piccole e quasi impercettibili immagini fotografiche tra gli sportelli bancari, come fossero dei promemoria, dei segnalibri abbandonati con noncuranza.




Tra i tanti interventi che si susseguono tra l’imponente scala – “brutalista!” – i corridoi e le varie stanze del Palazzo, i meglio riusciti sono quelli più mimetici, discreti; quelli che vivificano le scrivanie, gli sportelli lasciati aperti, quelli in ombra o messi all’ ”angolo”. Tra questi sono da citare l’installazione sonora del duo Vedovamazzei, che propone l’ironico audio (diffuso in un angusto bagno di servizio) di una zanzara che canta il blues o quello più provocatorio di Flavio Favelli, che trasforma lo spazio di una piccola stanza, forse uno sgabuzzino, tappezzandolo dal soffitto al pavimento con immagini tratte da riviste erotiche vintage.
Dal piano terra al primo piano, si è immersi nell’atmosfera di quelli che erano gli uffici della banca, con moquette marrone, vetrate fumé, pavimenti in linoleum a quadratoni, ma anche grandi scrivanie e tende grigioline, poltrone in pelle, tipici armadi/scaffalature d’ufficio, così come i soffitti bassi ritmati da lampade tubolari dalla luce fredda. Somma o incastro, gusto e pessimo gusto si stratificano in uno spazio eternamente diversificato e difficile, non a caso la Farinotti utilizza spesso la parola ‘labirinto’ perchè il percorso espositivo, passando da piccole salette riunioni a zone più ampie e ariose, confonde giocosamente lo spettatore che si imbatte in tantissima pittura: dalle figure spettrali di Adam Gordon alle nature morte lievi di Marta Ravasi, dagli animali colossi di Marco Bongiorni alle ironiche visioni di Thomas Braida, dai “Calendari” dell’artista veneziano alla pittura segnica di Silvia Negrini o a quella visionaria di Agnese Guido.
Ma sono i ritrovamenti ‘casuali, che danno forza all’anima di Portofranco. Di fatto risultano azzeccate le proposte di SC_NC (Stefano Comensoli e Nicolò Colciago (Milano, 1990; Garbagnate Milanese, 1988), co-fondatori del progetto Spazienne): il primo, al piano terra, consiste in una scultura composta da chiavi ritrovate dagli artisti in luoghi abbandonati, tra cui aree nella zona di Castelfranco Veneto. Queste chiavi sono accessi per luoghi che oggi non esistono più, o che sono stati dimenticati. Al primo piano, invece, gli SC_NC, presentano un archivio di memorie in bilico tra passato e presente dove le opere tessono una trama surreale di rimandi tra oggetti d’uso, come fili elettrici, timbri, parti meccaniche e strani accrocchi di immagini ritrovate, magari in fondo ad un cassetto o tra gli archivi degli uffici.
In quelle che sono le parti di passaggio tra una stanza e l’altra, l’apertura casuale di alcune ante rivela le piccole sculture di bronzo di Fabio Roncato, che ricordano animali preistorici o conchiglie; stessa seducente ambiguità la ritroviamo anche nelle ‘presenze’ di Zoe Williams, le cui sculture – una scarpetta/candela – raccontano un universo femminile che oscilla tra il favolistico e una sottile sensualità. Quasi inquietanti per grandezza e sbilenca formalità, le minacciose sculture di Sacha Kanah. L’artista interviene plasmando ingombranti elementi industriali, sottraendone il peso, facendoli diventare delle presenze biomorfe. La surrealtà emerge dal vedere queste strane presenze ‘comodamente’ adagiate dentro a quello che è un tipico e tranquillo ufficio.



Sempre in questo piano, il primo dei tre interventi di Maurizio Cattelan: si tratta di un intervento site specific dell’artista che consiste in due piccolissimi ascensori che, animati da invisibili presenze del Palazzo, aprono e chiudono le porticine automatiche. Commenta la curatrice: “I due piccoli ascensori sembrano essere sempre stati lì.” L’artista padovano è presente anche con una tra le le sue sculture più iconiche, “Tamburino”: la scultura, intitolata TODAY, inedita e volutamente ridotta nelle dimensioni, è stata collocata in una scala a soffietto che porta nella soffitta del Palazzo. La terza opera di Cattelan è stata invece collocata nell’ala sud est dell’edificio e si tratta di una delle tante ‘controfigure’ dell’artista: un gatto nero che, messo in un angolo, sembra ricordare quella che un tempo era la figura dell’asino della classe che, per punizione, viene messo dietro alla lavagna. Attesa di perdono o espiazione delle colpe, ad ognuno la libertà di giudizio.
Coinvolgente e immersivo lo spazio creato da Silvia Mariotti. L’artista crea un ambiente dove la natura dilaga con foglie d’autunno, sculture in ceramica tanto minuziose da sembrare reali, muffe naturali e chimiche, luci al neon. Le sue opere sono disseminate tra vecchi armadi metallici e l’illuminazione fredda degli ambienti, restituendo una tensione vitale dove la natura si appropria degli spazi umani.
La mostra continua nella parte settecentesca dove tra grandi pitture di Marco Bongiorni, i lavori semantici di Alberto Zanetti, le suggestioni di Rachele Calisti, la grande scultura ‘scaccia negatività’ di Adriana Galtarossa, le bellissime sculture di acciaio forgiate dall’acqua del fiume Brenta di Fabio Roncato e le ironiche immaginette di dipinti di Agnese Guido, giungiamo al grande salone dalle cui grandi finestre in stile veneziano possiamo abbracciare la città di Castelfranco con uno sguardo. In questo luogo sontuoso, tra stucchi, decorazioni floreali e uno sfarzoso lampadario, troviamo i tre grandi specchi di Goldschmied & Chiari, opere tra le più iconiche prodotte dalle due artiste, in dialogo con una serie di ‘vasi’ in vetro soffiato di Murano dalle forme ed estetiche femminili.
Ai lati esterni del salone, un altro tipo di sensualità: materica, ambigua e fortemente simbolica. Due elementi in ceramica – materiale prediletto dall’artista – si misurano con la rotondità e floridezza di una serie di natiche; nel lato opposto, davanti alle grandi finestre, troviamo un grande busto che raccoglie diverse simbologie dell’artista in una figura antropomorfa e surreale dal volto che sembra urlare con bocca e occhi, trasuda sangue e orrore, ma anche una strana e coinvolgente vivacità.
Come chiosa dell’intera mostra, sorta di parentesi che tutto contiene e riassume, il video di Daniele Costa, Tenuto immerso, visibile anche dall’esterno del Palazzo attraverso l’apertura del bancomat dell’ex banca. Il film costituisce una narrazione intensa e poetica che restituisce vita agli spazi abbandonati di Palazzo Soranzo Novello e rappresenta la forza motrice dell’intero progetto PORTOFRANCO.
Cover: Veduta della mostra PORTOFRANCO, a cura di Rossella Farinotti, Palazzo Soranzo Novello, Castelfranco Veneto, 15 Novembre 2025-14 Febbraio 2026, ph. Cosimo Filippini













