ATP DIARY

Un report da Paris Internationale 2025

Il più importante tra gli eventi "off" dell’Art Week parigina ha chiuso la sua undicesima edizione riaffermando la propria identità indipendente e sperimentale e la propria filiazione dall'Internazionale Situazionista.
Paris Internationale 2025 | © Giaime Meloni

Testo di Emma Canali

Domenica 26 ottobre si è conclusa l’undicesima edizione di Paris Internationale, evento “off” per eccellenza della settimana che la capitale francese dedica all’arte contemporanea in autunno. Fondata dalle gallerie Ciaccia Levi, Crèvecoeur e Gregor Staiger nel 2015, la fiera è nata con l’intento di fare breccia nel rigido status quo delle kermesse internazionali d’arte contemporanea, proponendo un modello alternativo che facesse leva sulla collegialità e l’abolizione delle gerarchie, il non-profit e la gratuità, la sostenibilità ambientale e l’accessibilità. Oggi l’obiettivo è pienamente raggiunto, e Paris Internationale ribadisce l’efficacia e la coerenza del suo statement identitario. Il carattere di ‘internazionalità’ messo in evidenza fin dal nome ha una valenza duplice: da un lato, aspira a consolidare una geografia allargata, che dalle 35 gallerie iniziali da 13 paesi è lievitata alle 66 presenze attuali da 19 paesi; dall’altro, omaggia l’Internazionale Situazionista, nata a Parigi, di cui mutua programmaticamente i principi di emancipazione e autogestione comunitaria. Di edizione in edizione, la fiera è ‘andata alla deriva’, abitando luoghi disparati, all’insegna di un nomadismo di cui si possono ripercorrere le tappe – mappa della città, testimonianze, planimetrie e repertorio fotografico alla mano – sfogliando la pubblicazione messa a disposizione per il pubblico.
Quest’anno la scelta è ricaduta su un edificio haussmanniano che affaccia sulla rotonda Marcel-Dassault, lungo gli Champs-Elysées, non lontano dall’hôtel particulier che ha ospitato l’edizione inaugurale. La posizione offre anche una pratica opportunità di confronto: prima di entrare, tra le fronde del viale alberato, si scorge il Grand Palais, sede nelle stesse date di Art Basel, matrice del modello fieristico tradizionale. All’interno, il sentimento di immettersi in uno spazio aperto e dalla circolazione fluida è immediato, frutto dell’allestimento adottato dal duo svizzero di architetti Christ & Gantenbein, che collabora con la fiera dal 2022. Su tre livelli, dal sottosuolo al primo piano, serti bianchi ritmano porzioni dell’edificio scabro, e allentano le costrizioni del ‘cubo bianco’, mettendo a disposizione due pareti affrontate che ben accolgono solo o duo show, dislocando gallerie affermate ed emergenti senza distinzioni. Oltre alle gallerie presenti dalla prima ora – si pensi a Derosia (New York), greengrassi (Londra), Kendall Koppe (Glasgow), KOW (Berlino), Martins&Montero (São Paulo/Bruxelles), Stereo (Varsavia) – Paris Internationale si conferma una piattaforma che incentiva le scoperte, tanto di espositori quanto di artisti.

Paris Internationale, Booth Llano 2025. Image courtesy of the artist and LLANO (Mexico City, MX)

La galleria di Mexico City Llano, alla sua prima partecipazione, offre uno sguardo ravvicinato sulla pratica interdisciplinare del messicano Erik Tlaseca (1989). Il comune denominatore del solo show è la messa a tema dell’oscurità, come componente intrinseca e ambivalente del vissuto personale, sociale e ancestrale: dalla comunità queer di ‘vampiri’, relegati e magnificati al tempo nel mondo della notte, alle credenze azteche sull’accesso a facoltà di visione accresciute, in uno stato inconscio e di occultamento, prodotte dalle eclissi. Al centro, il corpo, complesso, attraversato da flussi di desiderio, intimità lutto, terrore, nelle silhouette spezzate in dittici scultorei con materiali di recupero (Eclipses), e nelle astrazioni di esperienze sessuali fermate con inchiostro su carta da gestualità flessuose (Crystal Meth Vampire), cui fanno pendant lettere di invocazione poetica alla madre scomparsa e a un amore tragico, fil rouge di una passata performance. Un’ulteriore riflessione sul corpo – tra autoritratto, iconografie di stereotipi sociali, fantasmi del passato e transizione di genere – in tutt’uno con l’interesse verso la fragranza della materia pittorica, è svolta dall’americano Olivier Coran (1992), presso la ginevrina Lovay Fine Arts, in dipinti di medio e grande formato, tutti realizzati su superfici di plastica, dipinte su ambo i lati, a materializzare il recto e il verso specchianti di un’identità stratificata. Tra le gallerie francesi, sissi club (Marsiglia), project space nato nel 2019 e in parallelo galleria dal 2022, raffronta l’australian* Madison Bycroft (1987) e la francese Lou Masduraud (1990). Di quest’ultima spiccano in particolare i sinuosi intagli in rame parzialmente ossidato, sorta di epidermide con la quale Masduraud ottiene cangiantismi e chiaroscuri conturbanti, montati su supporti di acciaio inossidabile. Sono frutto di un’analisi sullo spazio architettonico, tra svelamento, consunzione e restyling, realizzati per la recente mostra site specific che ha reinvestito il centro d’arte Le Grand Café a Saint-Nazaire alla vigilia di un imponente cantiere di restauro dell’edificio (Ta crème immunitaire, 2025).

Paris Internationale, Booth Lovay Fine Arts 2025. Courtesy of the artist and Lovay Fine Arts

Non mancano le presenze italiane: oltre alle gallerie co-fondatrici della fiera Ciacca Levi e Gregor Staiger, Clima, Veda, Vistamare, e, alla loro prima partecipazione alla fiera, Martina Simeti (Milano), Tiziana Di Caro (Milano) e Zazà (Milano/Napoli). Quest’ultima, in un duo show con la pittrice napoletana Giorgia Garzilli (1992), promuove la riscoperta della produzione visuale meno nota del fiorentino Sylvano Bussotti (1931-2021), intellettuale eclettico immerso nell’avanguardia europea del secondo Novecento, celebrato soprattutto come compositore e direttore d’orchestra, e vicino alle sperimentazioni di artisti-musicisti come il conterraneo Giuseppe Chiari. Fin dalla gioventù, da autodidatta, Bussotti ha portato avanti una produzione disegnativa e pittorica, da leggere in continuità con la sua ricerca musicale, poetica e operistica da artista totale, alla quale è stata consacrata una prima mostra alla Quadriennale di Roma del 2020. Un saggio delle premesse, private e rimaste inedite fino agli anni Novanta, è restituito dalla galleria con una rara selezione di opere su carta di piccolo formato, realizzate dal 1948 ai primi anni Sessanta: autoritratti, ritratti di amanti e amici, e soggetti omoerotici, condotti con un calligrafismo raffinato e sensuale, con puntuali accensioni cromatiche. Ciaccia Levi, assieme a dipinti dell’americano Srijon Chowdhury (1987), e sculture della francese Garance Früh (1992), presenta opere grafiche e dipinti di Leonardo Devito (1997), fiorentino attivo a Torino. La sua comprensione del ‘fare’ pittorico (la cui riflessione plastica si arricchisce nella realizzazione di bassorilievi in terracotta) è profonda, al pari delle sue affinità elettive con i maestri del Rinascimento e del primo Novecento italiano. Come nei recentissimi Maruzzella, Dark shot o Aperitivo, Devito rimescola associazioni in continuo divenire, tra ricordi personali, immagini mentali, sedimenti figurativi e letterari, narrando enigmi accostanti di una umanità e una natura dalla ieraticità quieta, sospesa e ironica.

Il percorso è poi puntellato di installazioni facenti parte del percorso curatoriale PI10 che include artisti già presenti nelle edizioni passate. Alcuni interventi investono maggiormente l’architettura, aprendo brevi parentesi immersive o liminali. È il caso di Issue de sécour, environnement pittorico, straniante e solipsistico, della slovacca Stanislava Kovalčíková (1988), presentato da Antenna Space ed Emalin in un anfratto al pianoterra. Calpestando zerbini cosparsi di fogliame, il visitatore si addentra nello stretto vano che si arresta sulla porta specchiante di un’uscita di sicurezza, le pareti ricoperte di odorosa plastilina colorata, da cui emergono, come escrescenze, dipinti polimaterici raffiguranti le presenze fantasmali che popolano l’universo figurativo della pittrice. Oppure, al piano superiore, tramite la Fitzpatrick Gallery che per PI10 presenta anche Cédric Rivrain (1977), il progetto Individuality (2023) del tedesco Mathis Altmann (1987), che cala in un limbo ipnotico e inquietante. Sul tessuto sonoro emesso da un piccolo assemblage in un angolo – sorta di maquette a metà tra una fabbrica dismessa e un night club –, un punto di passaggio in penombra è rischiarato da una croce farmaceutica ruotante, ribaltata e sospesa rasoterra, sulla quale scorrono frasi prelevate dalla schizofrenia workaholic e di auto-miglioramento invalsa nel discorso pubblicitario e mediatico (“Tired? Sleep Earlier … Out of shape? Exercise more! … No money? Get a Second Job” etc.). Si direbbe che l’insegna urbana, promessa di guarigione, sia tramortita o martirizzata per effetto delle ingiunzioni che la attraversano, giocando sull’ambivalenza – tra rimedio e droga –, propria del pharmakon. Nella sala accanto, sempre per il progetto PI10, viene proiettato Women I Love (1976), film originariamente in 16mm, della pioniera del cinema sperimentale queer Barbara Hammer (1939-2019). Di Hammer si apprezzano, a pianterreno da Champ Lacombe, una selezione rara di scatti degli anni Settanta, uno dei primissimi lavori audiovisivi (Schizy, 1968) e collage, che dispiegano le itineranze liriche del suo sguardo rivolto, con decisiva precocità, all’intimità lesbica.

Sylvano Bussotti, Arti plastiche e figurative, 1961, Pen on paper, 30 x 41 x 3 cm Courtesy of Zazà. /xA. opzionale: Paris Internationale, Booth Zazà 2025. Photo credits Simon Rao. Courtesy of Zazà

Lungo il percorso si ritrovano anche altre artiste dalla storicizzazione recente. Tiziana Di Caro propone collage e opere ‘dattilografiche’ degli anni Settanta e Ottanta di Tomaso Binga (1931). Records (una collaborazione tra le gallerie ateniesi Radio Athènes e Melas Martinos) mette in luce Bia Davou (1932-1996), figura centrale della sperimentazione visuale greca tra anni Sessanta e Settanta, quando inizia a sublimare il vocabolario dei circuiti cibernetici entro dinamiche notazioni formali in gouache sempre più astraenti. Queste dialogano con Clip on, serie appositamente realizzata per la fiera, della tedesca Rey Akdogan (1974), che scarnifica con minuzia dei porta-gioielli di recupero mantenendone solo il supporto minimale, ora animato da rilievi colorati e vibranti, derivati da fotografie di magazine di moda e design già sminuzzate, pieghettate e infisse. Accanto alle gallerie, prosegue la valorizzazione di strutture non-profit e artist-run spaces; la selezione dà spazio anche alle pratiche editoriali indipendenti, con l’invito a Giselle’s Books, spazio espositivo e di ricerca marsigliese attivo dal 2020, che distilla la propria attività in un ventaglio di libri d’artista (declinando formati, dal Leporello al libro-blocco scultoreo, e spaziando dallo scrapbooking, al collage) di artisti sollecitati per l’occasione (Thomas Cap de Ville, Heike-Karin Föll, C. Heppworth, Simon Popper, Frederik Worm), o con cui ha già all’attivo collaborazioni, come il francese Martin Laborde. Come l’anno scorso, la fiera affina i suoi sforzi curatoriali includendo il programma pubblico Talk with&about, in collaborazione con la Fondation Pernot Ricard, quest’anno curato dall’editrice e curatrice Alice Dusapin. Nel festeggiare una decade di attività, Paris Internationale apre il suo secondo decennio di vita con delle novità: nel 2026 la fiera approderà a Milano ad aprile durante l’Art Week.

Cover: View of Devine Power lifetyles, 2023, LED Pharmacy cross, aluminum, steel, rotary display, Video loo (13’30”), 270 x 82 x 82 cm. Image courtesy of the artist & Fitzpatrick Gallery

Leonardo DeVito, Maruzzella, 2025, oil and acrylics on canvas, 79,5 x 89,5 cm. Courtesy the Artist and Ciaccia Levi – Paris, Milan
Reloaded and combinatory (Magazine #2), Martin Laborde, 2024 (Detail). Image courtesy by the artist and Giselle’s Books./ Paris Internationale, Booth Giselle’s Book 2025. Image courtesy of Giselle’s Books