Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche – Installation view – Courtesy of Fondazione Brescia Musei .

E’ in corso ai Museo di Santa Giulia – fino al 1 marzo 2020 – la coinvolgente mostra dell’artista e giornalista curda del sud est della Turchia Zehra Doğan, “Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche” .
Le opere esposte sono la sintesi di una lunga e toccante esperienza nelle prigioni di Mardin, Diyarbakir e Tarso, a stretto contatto con delle donne detenute con le quali ha condiviso non solo sofferenze ma anche una forma ‘speciale’ di riscatto: il fare arte quotidiano.
Per la lettera di una bambina di 10 anni e un disegno – testimonianza di sanguinosi conflitti a fuoco – pubblicati su twitter, Zehra Doğan ha dovuto scontare due anni e nove mesi di prigione: un periodo che è diventato una sorta di tempo sospeso in cui ‘resistere’ attraverso l’arte.
Disegnare, dipingere, ma soprattutto ascoltare e condividere esperienze con le altre detenute è diventato per l’artista una forma di libertà, un’azione per ‘resistere’ all’ingiustizia e all’intolleranza.
In occasione nella sua mostra a Brescia, che riunisce circa 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, abbiamo posto alcune domande alla curatrice Elettra Stamboulis, per approfondire molti degli aspetti del lavoro dell’artista, le tematiche da lei toccate, le scelte formali, l’esito dei suoi incontri in carcere, le ragioni della scelta di utilizzare insoliti materiali per dipingere  – caffè, curcuma, cenere di sigaretta, melograno, sangue mestruale, candeggina ecc. – e non ultimo, le motivazioni che cela il titolo della mostra, “Avremo anche giorni migliori”: “Lei segue quella via positiva di sguardo al mondo che ci indicava anche il poeta Hikmet, quando scriveva ‘I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti’: per la sua visione del mondo il poeta turco, nato a Salonicco nel secolo scorso, è una guida spirituale’.” Spiega la curatrice. “Quello che condivide con Hikmet è proprio la grande speranza riposta nello spirito della resistenza: come dice Zehra, ‘stare in carcere è stato un privilegio. Ho potuto dimostrare che la resistenza non si imprigiona’.”

Elena Bordignon: Ti sei avvicinata a una vicenda molto toccante e coinvolgente: l’esistenza dell’artista e giornalista Zehra Doğan. La sua militanza parte da lontano e, alle vicende dolorose da lei documentate, si alternano numerosissimi premi per il suo lavoro di giornalista. Mi racconti come hai scoperto il suo lavoro e quali sono state le tue prime sensazioni? Come avete iniziato a lavorare a questa mostra?

Elettra Stamboulis: Diciamo che non è stato difficile scoprire la vicenda di Zehra, anche perché è stata seguita da moltissimi artisti, intellettuali e attivisti in tutto il mondo. Non solo perché Bansky e Ai Weiwei si sono interessati al suo caso, ma perché per me la vicenda della trasformazione della Repubblica turca in stato autoritario va seguita con molta attenzione. Si tratta di un Paese candidato ad entrare nell’UE, la cui adesione è stata protratta negli anni ’00 per ragioni di opportunità politica (metteva in imbarazzo nel clima post 11 settembre l’ingresso di un paese, decisamente laico, ma in cui la popolazione aderisce alla religione islamica): il processo di irrigidimento successivo, la sua deriva recente in paese carcerario e in cui il diritto d’opinione e libera espressione viene giornalmente calpestato, ci vedono sicuramente conniventi. L’anno scorso, mentre Zehra era in carcere, io e il mio compagno, l’artista e attivista Gianluca Costantini, siamo stati invitati a Morlaix per fare da testimoni ad un incontro in occasione di una mostra itinerante delle sue opere fortunosamente trasferite dal carcere in Francia. Come dicevo, conoscevo la sua vicenda, sostenevo la sua carcerazione, come quella di molti altri devo dire, ma non avevo ovviamente visto dal vivo i lavori. Anche se esposti in condizioni non ideali, sono stata subito folgorata dalla potenza dei lavori: ho pensato, bisogna far conoscere questo lavoro, bisogna dargli dignità artistica a prescindere dalle condizioni peculiari in cui è stato prodotto.
Così ho scritto un articolo per East West, in cui ho provato a raccontare non solo la sua vicenda in modo più approfondito, ma anche il suo processo artistico. Questo articolo è stato intercettato da Mimmo Cortese, un attivista di Brescia che lavora inoltre per il Comune, che mi ha chiesto se riuscivo ad organizzare una mostra nella sua città in occasione del Festival della Pace. E così è stato.

Zehra Doğan, Muğdat, Muğdat Ay, ucciso all’età di 12 anni, Nusaybin, febbraio 2016, Maggio 2018, carcere di Diyarbakir, 144 x 92 cm, penna a sfera, tè su asciugamano Photo credit: Jef Rabillon

EB: La mostra ospitata al Museo di Santa Giulia ha un titolo eloquente: Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche. Per molti versi è un invito ad avere speranza, a perseverare. Mi racconti le ragioni della scelta di questo titolo? Cosa ha voluto esprimere l’artista?

ES: Hai proprio ragione, hai colto un aspetto molto rilevante della sua poetica e della sua posizione nel mondo. Anche se il suo vissuto è drammatico, anche se la sua condizione prima di detenuta, ora di esiliata è una condizione sicuramente dolorosa e profondamente ingiusta, la sua attitudine verso il mondo è quella dell’ottimismo della volontà, per citare Gramsci. Lei segue quella via positiva di sguardo al mondo che ci indicava anche il poeta Hikmet, quando scriveva “I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti”: per la sua visione del mondo il poeta turco, nato a Salonicco nel secolo scorso, è una guida spirituale. Quello che condivide con Hikmet è proprio la grande speranza riposta nello spirito della resistenza: come dice Zehra,” stare in carcere è stato un privilegio. Ho potuto dimostrare che la resistenza non si imprigiona”. Ecco, il titolo vuole riportarci non nell’alveo del vittimismo, della commiserazione, ma porre il lavoro dell’artista all’esatto opposto. È stato anche un omaggio al libro che uscito in contemporanea in Francia e che riproduce l’intenso carteggio tra l’artista in carcere e Naz Oke, l’attivista francese di origine turca che ha tenuto i contatti tra lei e il mondo durante la detenzione.

EB: Nell’approfondito testo in catalogo, racconti come il fare arte è diventato per l’artista uno strumento come “processo per relazionarsi con le altre detenute: costruire relazioni, resistere alla repressione, sperimentare modalità collettive per fare arte.” Zehra Doğan, negli anni di detenzione, nonostante fosse molto complicato trovare colori, pigmenti, supporti per disegnare, non ha mai smesso di farlo, così come non ha mai smesso di confrontarsi con le altre persone, per condividere sofferenze ma anche speranze.Quanto questo aspetto ‘relazionale’ ha influenzato il modo di rappresentare la realtà? Quali contributi, anche pratici, hanno apportato le detenute che ha conosciuto?

ES: L’aspetto relazionale è connaturato al fare di Zehra, che prima di tutto è una femminista. Questo è un aspetto che viene spesso sommessamente citato, come superfluo, e invece è una chiave di lettura fondamentale per capire anche il suo fare arte. Solo nella relazione per Zehra esiste l’arte e questa acquista importanza, può essere vera. Così la detenzione è stata una straordinaria occasione per ascoltare, confrontarsi, creare insieme alle altre. Non facendo la maestra, non istruendo nessuno: per Zehra l’artista è semplicemente un detentore di una disciplina estetica. Ascoltando i commenti, le visioni, ma soprattutto i sogni e le paure delle altre si sono create le opere che vediamo a Brescia. Le detenute erano sia politiche che comuni, giovani e anziane. Eppure in questa micro comunità che si è creata ogni volta nelle tre carceri in cui è stata trasferita si è creata una piccola magia. Il luogo di soppressione della libertà di espressione e azione, in cui erano vietati appunto tutti gli strumenti per creare, grazie al contributo di tutte si è ribellato. Anche nelle opere che hanno creato più scalpore, quelle con il sangue mestruale, non c’è solo il sangue di Zehra.

EB: Molti soggetti dei suoi disegni nascono da macchie e ombre. Mi racconti che relazioni hanno questi motivi con ‘i sogni’?

ES: L’elemento onirico è molto presente, perché il sogno non solo non lo si può incarcerare, ma costituisce in un’esperienza come quella della prigionia, in cui ci sono sottratte le immagini (non solo quelle televisive o in movimento in generale, ma anche quelle dei libri e delle riviste), diventa l’unico deposito a cui attingere. La condivisione dei sogni era un momento molto importante del gruppo di detenute. E quando si creava una macchia, in un processo che può ricordare un po’ quello delle macchie di Rorscharch, il processo proiettivo che portava alla creazione dell’opera era anche esso condiviso e spesso partiva proprio dall’esperienza onirica. A volte poteva anche esser ribaltato: ovvero il disegno creato il giorno prima, diventava materia del sogno di qualcuna, acquisiva nuova vita. La differenza tra questo fare artistico e simili esperienze che l’arte contemporanea ha conosciuto (penso ad esempio ai processi dei surrealisti o al dripping per quanto riguarda la macchia) è che qui l’azione è determinata da un contesto specifico, da una comunità particolare e specifica, è il risultato di un dispositivo di repressione che però è stato scardinato internamente.

Avremo anche giorni migliori. Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche – Installation view – Courtesy of Fondazione Brescia Musei

EB: Caffè, curcuma, sangue mestruale, succo di melograno, tè, cenere di sigaretta, candeggina: queste e molte altre le sostanze utilizzate dall’artista per disegnare. Mi racconti come sceglie questi insoliti ‘colori’? Hanno un valore simbolico?

ES: Non c’è scelta, essa è operata dalle condizioni in cui si trova. È un aspetto connaturato al suo fare, è capace di farlo anche da libera… l’ho vista disegnare ad un tavolo di una trattoria con il vino. Però nei lavori di Brescia ha un valore particolare, perché come dicevo i materiali sono determinati da quello spazio, quello della galera. Alcuni materiali per lei sono particolarmente significativi, come la terra che ha usato in un lavoro, recuperata lavando le insalate, perché cercava qualcosa che rimandava a quello che manca di più tra le mura di una cella, ovvero il rapporto con la natura. Però allo stesso tempo per sua stessa ammissione, sì i materiali sono significativi, ma quello che conta è l’opera che si vede.

EB: La figura femminile che emerge dall’immaginario dell’artista è spesso rappresentata contorta, deformata, avvinghiata a masse di materia; a volte il corpo è disegnato a frammenti, altre volte è monco o sfigurato. Qual è il tuo punto di vista su questo corpo ‘tormentato e offeso’?

ES: Penso che ci sia un aspetto ambivalente di questo corpo femminile. La presenza del corpo nei lavori di Zehra non è voyeristico. Non c’è la ricerca dell’eterno femminino, per usare le parole del Faust di Goethe. Non interessa quel corpo, quello che giustifica il desiderio maschile. I corpi delle donne sono potenti, ambivalenti, si impongono senza il timore di mostrare anche la propria deformità o la propria aggressività. C’è spesso ad esempio la presenza di un uccello rapace o dell’arpia che rimanda proprio a questo aspetto ambiguo: quello predatorio, ma anche di grande potenza. L’aspetto su cui insiste di più del corpo femminile sono gli occhi, che possono essere totalmente spalancati, ossessivi, oppure al contrario chiusi, e i piedi, che a volte assumono la forma delle zampe d’uccello. Nella maggioranza dei casi invece gli altri elementi diventano parte di un tutto, mai singolare, sempre plurale, in relazione con altri corpi. Una cosa che forse a noi sfugge, ricadute ormai in un’esperienza di vita fortemente individualistica e autoreferenziale.

#FestivaldellaPace di #Brescia Performance al Museo di Santa Giulia con l’artista curda Zehra Doğan – Ph Christian Penocchio
Zehra Doğan, Parçalanmış birliktelik, Insieme frammentato, 2018, carcere di Diyarbakir, 23 x 28 cm, penna a sfera su pagina di atlante Photo credit: Jef Rabillon
Zehra Doğan, Palestina, 8 giugno 2019, Londra, 92 x 97 cm, miscele naturali su tela Photo credit: Jef Rabillon