Vincenzo Simone,   Studio view,   GAFF,   Milano

Vincenzo Simone, Studio view, GAFF, Milano

Per circa un mese, tra febbraio e marzo, l’artista Vincenzo Simone è stato a Milano, ospite di Gaff, residenza nata da un idea di Fabio Farnè per promuovere giovani artisti.

Il 30 marzo ha aperto il suo studio per mostrare i lavori realizzati in questa occasione. ?

ATPdiary – in colaborazione con Caterina Molteni ha posto alcune domande a Vincenzo Simone.

ATP: Per prima cosa vorrei sapere come ti sei trovato a Milano. Come hai vissuto la residenza? Hai notato molte differenze con la tua Bologna?

V.S.:  A questa domanda ti rispondo dicendoti come mi sono trovato in una casa a Milano, perché una delle cose di cui avevamo parlato quando eri venuta a trovarmi, era il fatto che ti stavo spiegando che in quei giorni sono rimasto molto a casa, mi sono spostato veramente poco dallo studio, forse un po’ per pigrizia o forse perché avevo molta voglia di lavorare. Ho avuto una buona accoglienza,  sono stato accompagnato quasi per mano da alcune persone con cui mi sono confrontato per quasi tutto il periodo della residenza, ho cercato di sfruttare al massimo la possibilità di poter vivere e lavorare in un in uno spazio che mi permetteva di concentrarmi solo sul mio lavoro, e il mio agire all’interno di uno studio, dove le uniche cose di cui ero circondato mi sarebbero servite per creare la dimensione e la situazione per fare pittura, quasi come un bambino con i suoi giocattoli.

Le differenze che ho notato con Bologna sono delle differenze di luce, nei giorni in cui Milano veniva colpita dal sole,  lo studio diventava luminosissimo, una luce quasi Hopperiana. Mi piace molto notare questo fenomeno nei luoghi in cui vado, spesso alcune scelte che faccio vengono molto influenzate dalla luce. Mi piace pensare a un colore e alle sue piccole variazioni rispetto a un luogo,  sono delle cose impercettibili ma fondamentali per me. E se il sole entra in studio cambia tutto.

ATP:  Appena si entra da Gaff si è completamente catturati da una tenda chiusa in un angolo dello studio che nasconde fra le pieghe un paesaggio pittorico. È senza dubbio l’opera che colpisce di più lo spettatore, mi racconti com’è nata?

V.S.:  L’idea della tenda mi è venuta in mente poco dopo l’invito in residenza da parte di Fabio, perché mi intrigava molto poter dipingere un paesaggio su una superficie che poi sarebbe stata chiusa mentre ancora il colore era fresco,  annullando parte di quella superficie, con un gesto molto semplice come quello di accostare appunto la tenda ad un angolo per nascondere o coprire qualcosa. Nel mio caso la cosa coperta è una parte di un paesaggio. Mi piaceva l’idea di dipingere un paesaggio su una tenda perché normalmente la tenda serve a coprirlo.

Il fatto che non coprisse un paesaggio esterno ma fosse la tenda stessa il paesaggio mi affascinava. Cito il gesto di aprire e chiudere la tenda, la possibilità di celare o svelare parte di qualcosa. Ma celarla non significa che non c’è.  Esiste ma non abbiamo accesso alla sua visione. Possiamo solo immaginare ciò che non vediamo.  Penso al quadro di Holbein,  Gli ambasciatori,  è interessante il fatto che tra ciò che vediamo e ciò che non vediamo proprio in mezzo si trova un crocefisso, è proprio sulla soglia, in quel caso credo abbia un’importanza religiosa. La tenda verde di Holbein, non è uno sfondo ma oltre quel verde c’è qualcosa che a noi non è dato sapere, forse è semplicemente l’aldilà.

Spesso mi sono soffermato a osservare alcuni quadri dove le vesti dei personaggi sono delle ricche stoffe maniacalmente curate,  e mi sono sempre chiesto se ciò che io vedo è solo una parte, o se l’artista ha dipinto il corpo e successivamente poi il vestito, uno degli esempi che posso farti è uno schizzo preparatorio dell’anatomia di di Papa Pio VII di Jacques Louise David dove vediamo appunto il papa nudo e lo ritroviamo poi vestito nell’Incoronamento di Napoleone.  Al contrario nella Madonna del Parto di Piero della Francesca due angeli quasi simmetricamente aprono una tenda per mostrarci una commovente Madonna, che a sua volta ci mostra un’altra apertura.  Nell’Allegoria della Pittura di Vermeer il semplice gesto di una tenda piegata ci fa scrutare qualcosa che altrimenti ci sarebbe negato, non sappiamo e non sapremo mai, se qualcuno sta tenendo quella tenda per rubare pochi istanti di uno spazio privato, o se c’è qualche meccanismo che la tiene aperta.

ATP:   Visitando lo studio colpisce come ogni opera prodotta sia pensata in stretta relazione a una posizione precisa della stanza; è uno studio molto ordinato ma vissuto. Mi racconti qualcosa di più sulle scelte installative delle opere?  

V.S: Più che una vera e propria relazione con la stanza la cosa che ho fatto in modo automatico è stata una relazione con i momenti di luce all’interno della stanza, per la tenda e i lavori su legno ho sentito la necessità di proteggerli da una luce diretta, erano sempre in ombra in qualsiasi momento della giornata,  invece nel caso di un solo lavoro, esattamente quello che si trova di fronte la tenda, volevo che una parte di esso a una certa ora venisse colpita da una luce diretta per pochi minuti a rivelarne alcune parti importanti.      

ATP: Rispetto a mostre precedenti, in residenza a Milano hai abbandonato la tela per lavorare molto su differenti supporti, sperimentando la pittura su nuovi materiali. Come mai questa scelta?

V.S:  Normalmente dipingo su lino e con una certa lentezza, il lino mi permette di stratificare i colori con tempi lunghissimi e con una grande possibilità di ripensamenti. Nel caso del lavoro fatto in residenza volevo che tutto fosse molto veloce, mi piaceva l’idea quasi di una sorta di gestualità che spesso nei lavori su lino tendo ad annullare: la plastica mi ha consentito di agire anche considerando un certo livello di errore e accettandolo,  decidendo che la prima pennellata sarebbe stata quella finale,  senza ripensamenti. La plastica non assorbe, il colore rimane in superficie e non crea profondità, al contrario del lino che invece assorbe il colore creando una certa profondità.  Volevo ottenere la stessa profondità con l’impedimento da parte della plastica accettando anche  di non poter correggere.

Mi piaceva moltissimo l’idea di trasformare la plastica in stoffa, non tanto nel lavoro grande (in cui è molto evidente il fatto che è plastica) ma piu’ nel lavoro piccolo, quel lavoro è stato un tentativo di rendere una plastica come un tessuto, e in alcuni punti ho anche praticato delle piegature, che mi hanno dato la possibilità di avere delle ripetizioni speculari di forme che incrementano questa somiglianza con una sorta di stampa su seta.

ATP: La residenza implica un allontanamento dal luogo in cui abitualmente si crea e produce, come hai vissuto questa lontananza? Quali sono le note positive e negative di questa esperienza?

V.S.: Credo che l’allontanamento dal luogo dove abitualmente si crea sia molto importante. Penso a una città come un grande libro a cielo aperto; sarebbe un peccato non leggerlo.

Intervista raccolta da Caterina Molteni

Vincenzo Simone,   No title,   2014 - 130x105,   oil on plastic and plastered gauze - GAFF,   Milano

Vincenzo Simone, No title, 2014 – 130×105, oil on plastic and plastered gauze – GAFF, Milano

Vincenzo Simone,   Studio view,   GAFF,   Milano

Vincenzo Simone, Studio view, GAFF, Milano

Vincenzo Simone,   No title,   2014 - 150x305,   oil on plastic,   GAFF,   Milano

Vincenzo Simone, No title, 2014 – 150×305, oil on plastic, GAFF, Milano

Vincenzo Simone,   Studio view,   GAFF,   Milano

Vincenzo Simone, Studio view, GAFF, Milano