Evgeny Antufiev Untitled, 2016 Bronzo Cm 29 x 11 x 11,5 h Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery

English text below

Fare breccia nei secoli grazie all’arte contemporanea, metter in discussione la linearità del tempo grazie ad artisti che fanno del tempo una materia da plasmare. Queste e molte altre le premesse che muove Traces, la mostra ospitata al Museo Civico Medievale di Bologna dal 23 gennaio al 22 marzo, 2020.
Ibrahim Ahmed, Evgeny Antufiev, Silvia Camporesi, Kaarina Kaikkonen, Giovanni Kronenberg, Beatrice Pediconi e Nazzarena Poli Maramotti sono gli artisti – selezionati da Marina Dacci – che si confrontano con gli artefatti medioevali e rinascimentali nelle sale del museo, dialogando con i frammenti e i lacerti di antiche vestigia, con lapidari e sarcofagi, con codici miniati, armi, avori, bronzetti e vetri. Ne nasce un vivido dialogo che, come ci racconta la curatrice nella breve interviste che segue, fa emerge temi e argomenti di ampissima natura, come “il soprannaturale e il mistico, la curiosità naturalistica e scientifica e la tensione alla misurazione dei  fenomeni, la contaminazione con altre culture…”

Segue l’intervista con Marina Dacci —

Elena Bordignon: Il luogo che ospita la mostra è fortemente caratterizzato: può essere sia un vincolo che una potenzialità per le opere esposte. Come hai messo in relazioni i lavori con i suggestivi spazi del Museo Civico Medioevale? Mi fai degli esempi?

Marina Dacci: Dopo aver  visitato più volte il museo ne ho colto la ricchezza e il suo  carattere polisemico (anche per la compresenza di  diverse raccolte) su temi come la morte, la difesa, il bisogno  di sopravvivenza, il soprannaturale e il mistico, la curiosità naturalistica e scientifica e la tensione alla misurazione dei  fenomeni, la contaminazione con altre culture e, non da ultimo, la struttura stessa del museo, che crea percorsi  labirintici  nei tre piani del palazzo: tutti elementi che invitano a una “scorribanda” con occhi contemporanei se così si  può dire…
Mi viene in mente un’opera particolare del museo che mi ha molto  colpito: un ricciolo di pastorale in osso del Duecento con un collarino a forma di  grifo  dalle cui  fauci  emerge un serpente  che, come è noto, è un archetipo di  morte e rinascita, di  circolarità  vitale, che certamente non si ferma all’uso dell’artefatto in chiave religiosa, ma propone un superamento  di culture  ed epoche specifiche e rimette in discussione il concetto lineare di  tempo.

Silvia Camporesi Il Paese sommerso #1, 2019 inkjet print su Canson Photorag paper montata su dibond Cm 60 x 80 Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery
Giovanni Kronenberg L’antinomia di Capitan Blicero, 2016 Corno d’alce e argento 925 ca cm 50 x 57 x 21 Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery

EB: Per la mostra “Traces” hai selezionato una serie di artisti che, in modo eterogeneo, si confrontano con l’idea di traccia. L’esplorazione del tema ha  seguito  diversi  percorsi. Mi racconti i differenti modi in cui hai approfondito il tema?

MD: In sintesi: perchè non  creare un dialogo,  per  contrappunti, come si usa nel linguaggio musicale: una ars combinatoria di più melodie che si  incrociano  e creano una polifonia…Ma  anche proporre assonanze in un ordinamento  storico  artistico,  come  è quello di  un museo, con  scarti visivi che  amplino la lettura della raccolta  e  del percorso   adottando  criteri temporali non lineari. Un buon esercizio per il nostro  sguardo e per una ri- definizione di  nostre mappe visuali e  cognitive…
Cavalchiamo  tracce per generare il nuovo…
Potremmo chiederci  come  ridefinire l’idea di  continuità in tutti i sensi…

EB: Gli artisti sono molto eterogenei: alcuni utilizzano unicamente il mezzo fotografico, altri solo quello pittorico. Altri ancora hanno un’attitudine più varia con i linguaggi espressivi. C’è una traccia costante che possiamo trovare nelle loro ricerche in relazione al tema? 

MD: Tutti e sette gli artisti coinvolti, seppur in modi  differenti, operano sull’idea di  deposito del tempo, sulla memoria  (anche dei  materiali) e sulle sue potenziali germinazioni che diventano piattaforma formale e processuale nella realizzazione delle loro opere. Non importa il medium che impiegano.

L’INVISIBILE di Nazzarena Poli Maramotti (2019). 40 x 30 cm. tecnica mista su tela. Foto © Masiar Pasquali – Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery

Questo accade ad esempio nel dialogo con le stratificazioni architettoniche del museo grazie alle fotografie di Silvia Camporesi che rimette in discussione il “qui e ora” per proporci altre visioni possibili nate dall’aura dei luoghi; nel nostro rapporto  con l’acqua e nell’idea di  “rigenerazione liquida” che porta con sè il tema della spoliazione fisica  e della trasformazione dell’immagine che suggeriscono i lavori  di Beatrice Pediconi e di Nazzarena Poli Maramotti;  nell’idea  di percorso  e di  viatico – nella loro  accezione classica – fortemente  presenti  nelle composizioni  corali  e individuali di  Ibrahim Ahmed e di  Kaarina Kaikkonen; nel concetto di wunderkammer e  di  ordinamento degli  artefatti – inteso   come tensione  alla raccolta  e alla classificazione del “non-ordinabile”  perchè frutto  del mistero degli oggetti  e delle immagini e delle loro  potenziali  trasformazioni – chiaramente presenti  nelle opere di Antufiev e Kronenberg. La storia che punteggia il percorso di un gruppo sociale o di un nucleo familiare diventa pattern, elemento moltiplicatore di forme e materiali  che sbocciano l’uno dall’altro coinvolgendo frammenti di forte valenza sociale (Ibrahim Ahmed, Kaarina Kaikkonen).
Alcuni artisti invitati hanno a che fare con l’acqua come elemento ispiratore e come medium in sé. Il valore simbolico dell’acqua, nella sua dimensione trasformativa, è cosa nota. Grazie all’acqua, riattivare e fare emergere una immagine significa destrutturare, pulire, sottrarre per poi restituire qualcosa di nuovo (Beatrice Pediconi, Nazzarena Poli Maramotti, Silvia Camporesi). Il rapporto e l’esperienza della Natura e del paesaggio – siano essi naturali, ma soprattutto antropizzati, sia terreni ma anche “ultraterreni” – conduce a travalicare il confine tra il reale e l’immaginifico che l’artista impiega per generare immagini e per trasformare oggetti (Giovanni Kronenberg, Evgeny Antufiev, Silvia Camporesi, Nazzarena Poli Maramotti). Da un lato questo racconta della fascinazione manipolatoria che l’artista subisce in relazione alla materia, dall’altro quanto lo stesso percorso creativo si muova in base ad assonanze e memorie personali che  conducono a risultati formali  inaspettati. (da CS)

Beatrice Pediconi Anamnesis #1, 2018-2019 Tecnica mista su carta Cm 66 x 50 Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery

Traces
Ibrahim Ahmed, Evgeny Antufiev, Silvia Camporesi, Kaarina Kaikkonen, Giovanni Kronenberg, Beatrice Pediconi
, Nazzarena Poli Maramotti
curated by Marina Dacci
Medieval Civic Museum of Bologna
Palazzo Ghisilardi, Via Manzoni 4, Bologna

January 23 > March 22, 2020
Opening Friday January 24th,  2020 | h. 7-10 pm

The exhibition presents a selection of works by seven contemporary artists exploring the notion of trace in their research. The exploration of this theme moves in several directions: architectural-naturalistic, historical, social and relational.
Stepping into an historical space opens up a range of imaginative possibilities because its heritage becomes both a trace and a clue to meld together new possibilities, new visions. The works of the invited artists are anchored to the cabinets and laid-out collections of Medieval and Renaissance artefacts in the museum rooms, to fragments and relics of ancient walls, to lapidaries and sarcophagi, with an approach based on assonance or visual steering.
In the work of these artists, the traces originate from research, but also from experiences that are grafted into daily events.
The history that marks the course of a social group or of a family becomes a pattern, a multiplying element of shapes and materials blooming one out of the other and involving strong socially-relevant fragments (Ibrahim Ahmed, Kaarina Kaikkonen).Some invited artists have chosen the water as an inspiring element and as a medium per se. The symbolic value of water, in its transformative dimension, is well known. Thanks to water, reactivating and bringing out an image means de-structuring, cleaning and eliminating, to later add back something new (Beatrice Pediconi, Nazzarena Poli Maramotti, Silvia Camporesi).
The relationship with, and the experience of, Nature and Landscape – whether they are natural or not, but mostly antrophized, worldly but also “otherwordly” – leads to bypass the boundary between the real and the imaginative which the artist adopts to generate images and transform objects (Giovanni Kronenberg, Evgeny Antufiev, Silvia Camporesi, Nazzarena Poli Maramotti).
This speaks, on the one hand, of the manipulative fascination the artist undergoes in relation to the subject, while, on the other hand, of how much the same creative path moves based on assonance and personal memories leading to unexpected formal results.
In this process, Past (history and subjective experience), Present (creative process in progress) and Future (ability to generate something new) mix and recompose, resetting the concept of linear time.
The artwork has to do with rhizomatic thoughts and circular energies. Mystery potentially pervades every object, every material, every relic and can and should condition our gaze on the world and on ourselves.

Marina Dacci

Kaarina Kaikkonen A Way Of Being, 2019 camicie da uomo e cucchiaio in acciaio Cm 128 x 30 x 5 Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery
Ibrahim Ahmed South x South, 2018 tecnica mista Cm 23 x 11.5 x 6 approx. Courtesy the artists and z2o Sara Zanin Gallery