Tommy Malekoff – The Geography of Nowhere, Installation view – Courtesy of the artist and ZERO…, Milan Photo credits: Roberto Marossi

Testo di Carla Tozzi —

Thirtyfour Parking Lots è il titolo di un libro d’autore realizzato e pubblicato da Ed Ruscha nel 1967. L’artista, insieme al fotografo Art Alanis organizzò un tour in elicottero per osservare dall’alto la città di Los Angeles con l’obiettivo di studiare l’espansione decentralizzata e caotica della città come nuovo paradigma urbanistico.
In queste fotografie Los Angeles appare come una frammentata metropoli in cui i parcheggi sono entità onnipresenti e necessarie, in un sistema il cui l’automobile è il mezzo di trasporto principale. 
Ogni parcheggio è fotografato dall’alto: griglie, tracce di pneumatici, macchie di olio motore sull’asfalto ne caratterizzano la superficie. Queste caratteristiche sono assimilate a un pattern geometrico attraverso composizioni dall’estetica stilizzata e creano un contrasto tra la magmatica natura della megalopoli e la rigida funzionalità di questi spazi.
Concettualmente e geograficamente disgregate, le immagini sono sequenze che non seguono né la tipologia formale né la prossimità fisica, e sebbene generate durante il movimento della ripresa in elicottero e concentrate su un elemento costituente della nuova hyper-mobility, esse sono statiche, intervalli in un campo percettivo senza soluzione di continuità.
Thirtyfour Parking Lots fa parte di una serie di libri fotografici di Ed Ruscha, iniziata nel 1963 con Twentysix Gasoline Stations, incentrata su elementi parte del milieu extraurbano e urbano di Los Angeles che restituisce immagini piatte e ridondanti che fanno riferimento ad ambientazioni ascrivibili alla categoria dei nonluoghi, descritti da Marc Augé in Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, pubblicato nel 1992.

In questo saggio Augé si interroga sul significato del termine luogo in relazione allo sviluppo delle società complesse alla fine del XX secolo, al superamento della postmodernità e all’inarrestabile processo della globalizzazione. Nel corso della sua riflessione, Augé analizza le strutture sociali identificando una serie di luoghi della contemporaneità che non posseggono caratteristiche identitarie, relazionali e storiche come ad esempio gli aeroporti, le aree di servizio e i parcheggi che creano un mondo soggiacente, abitato da individualità solitarie, spersonalizzate e identificate dalla loro funzione (cliente, passeggero…).
Anche dal punto di vista architettonico e progettuale, i nonluoghi si presentano come riconoscibili, standardizzati creando nell’individuo un senso di sicurezza dato dalla familiarità e dalla ripetitività delle caratteristiche e delle azioni ad essi correlate. L’individuo si riconosce ed è rassicurato dall’anonimità dei nonluoghi, sottoscritta nel contratto che stabilisce con la funzione prevista dal nonluogo: il ticket del pedaggio, il biglietto del mezzo di trasporto, il carrello del supermercato.

Tommy Malekoff – The Geography of Nowhere, Installation view – Courtesy of the artist and ZERO…, Milan Photo credits: Roberto Marossi

Tutte le caratteristiche spersonalizzanti descritte da Augé e fotografate da Ruscha diventano soggetto di una nuova lettura nelle opere del giovane artista americano Tommy Malekoff, raccontate nella sua prima personale in Italia, The Geography of Nowhere, fino al 27 marzo alla Galleria ZERO… di Milano.

Le opere in mostra sono il risultato di un viaggio on the road fatto da Malekoff tra il 2017 e il 2020 in giro per diverse regioni degli Stati Uniti. Il passaggio attraverso paesaggi sconfinati e l’ampia distanza tra una tappa e l’altra del viaggio hanno portato l’artista a focalizzare la sua attenzione su tutti i punti di intermezzo. Le aree di servizio, i minimarket 24h, i punti vendita di catene accomunati da omogeneità estetica e riconoscibilità della funzione, come nel discorso di Augé, hanno assunto agli occhi dell’artista una veste quasi sentimentale di grande rassicurazione. 

Nelle serigrafie di cui sono protagonisti, quelle della serie Exit Shelter realizzate nella primavera del 2020, questi nonluoghi sono ritratti come fossero apparizioni salvifiche, fonti di una luce accecante che compaiono al viaggiatore sperduto come fari nella notte, ma anche al cittadino disorientato a causa della pandemia. Allo stesso modo, le piccole sculture architettoniche della serie Roadsite, illuminate dall’interno e distribuite nell’ampio spazio della galleria, si presentano come un tentativo conservativo e di riappropriazione di queste costruzioni destinate a trasformarsi nel tempo, mutando il loro contenuto e la loro destinazione d’uso ma mai la loro struttura originaria, come accade a un ristorante di una catena di fast food dove Malekoff racconta di essere andato abitualmente con la sua famiglia da piccolo che nel corso degli anni è stato riconvertito in uno strip club, poi in una pizzeria e infine in un negozio di fiori.

L’ambientazione notturna delle sculture e delle serigrafie si riconosce nelle immagini dell’installazione video a due canali Desire Lines. Durante il suo viaggio Malekoff ha scelto gli ampi parcheggi di supermercati e aree di sosta come vero e proprio palcoscenico, filmando performance organizzate coinvolgendo altre persone ma anche narrandone la quotidianità e i dettagli, rescindendo di fatto quel contratto che l’individuo abitualmente sottoscrive al momento dell’accesso ai nonluoghi. La visione di Malekoff restituisce un paesaggio continuo attraverso un montaggio narrativo che svela larelazione tra la natura che si adatta o che procede con indifferenza all’intervento umano e i contrasti culturali di un paese multietnico come gli Stati Uniti.
Del rapporto tra individui e nonluoghi completamente stravolto dall’artista è particolarmente rappresentativa la performance di un danzatore che con i suoi movimenti dialoga con l’estensione dello spazio di un enorme parcheggio quasi vuoto in notturna, in uno scenario architettonico dall’iconografia potente, simbolo del progresso della contemporaneità.
Il vuoto asfaltato dei parcheggi progettati per ospitare automobili spente viene animato da un senso di caparbietà, desiderio e passione spensierata per la vita in cui fuochi d’artificio, danze, animali, veicoli ed esseri umani trasformano le grigie griglie di Ruscha in luoghi di una nuova ritualità, i cui protagonisti si ribellano allo script cognitivo preposto. 

Malekoff con la scelta del mezzo audiovisivo riporta al qui e ora gli stessi nonluoghi che nell’opera di Ruscha vengono privati di tridimensionalità e apre alla creatività di scenari quasi inverosimili l’ordinarietà di questi paesaggi artificiali.

Tommy Malekoff – The Geography of Nowhere, Installation view – Courtesy of the artist and ZERO…, Milan Photo credits: Roberto Marossi