Aloni di fumo non solo immaginario, avvolgono l’asciutta mostra personale dell’artista Marlie Mul (1980 a Utrecht) da Fluxia . Nello spazio della galleria, qua e là, delle pozzanghere in resina che, a colpo d’occhio, sembrano vere. I neon dello spazio si riflettono negli specchi d’acqua, tra mozziconi di sigarette (nota caratteristica di Marlie), peli, piccoli sassolini, delle monete da pochi centesimi, una foglia di plastica ingiallita, insomma , tutto ciò che si trova in qualsiasi strada, ma non si nota quasi mai. E’ tutto finto e molto spietatamente preciso. Azzardo una ‘grande zolla’ ma non mi sembra il caso, visto che l’artista non si ‘abbassa’ come il notissimo pittore a terra, bensì, innalza le cose che stanno in basso per portarle ad altezza naso. Poi, non contenta, riabbassa il prezioso manufatto – perché è indubbio che queste opere siano il frutto di lunghe ore di elaborazione – per riporle dove dovrebbero stare, per terra, e non appesa ad una parete. Come nella lunga serie di opere dedicate al fumo di sigaretta (agli aloni romantici o all’attitudine occidentale di creare un’allure particolare attorno al fumatore), dove l’artista impreziosisce gli oggetti legati alla pratica mortale, così nella serie di pozzanghere Mul cesella come fosse una pittura lenticolare i suoi micro mondi. Preziosi sono gli oggetti –anche per quanto bassi siano – non tanto i concetti. La storia dell’arte è piena di casi in cui, il potere trascendentale della pratica artistica può innalzare o abbassare qualsiasi cosa. Lei focalizza la sua attenzione, dunque, su delle banalissime pozzanghere, introducendole con un breve testo che inizia con “There will be no party, said the Internet man”.

E indubbio che queste opere ci inducano a farci delle domande sulla legittimità non solo dei soggetti che l’artista sviscera fino all’ossessione, ma anche su come li rappresenta, formalizza e realizza. Fermiamoci alla bellezza (per chi la nota) e allo stupore (per chi lo prova), senza cadere nel troppo facile tranello – sempre dietro l’angolo – del chiederci: “ma che senso ha?”

Forse è l’immagine ‘di copertina’ (un vetro rotto dal lancio di alcuni sassi?) a svelare il senso di questa mostra.