Sarp Renk The Chinese 2016 Lampada al neon,   cavo elettrico,   mobili portatili Diverse Misure

Sarp Renk The Chinese 2016 Lampada al neon, cavo elettrico, mobili portatili Diverse Misure

Un grande xilofono, fatto di una pluralità di tubi metallici a differente sezione, sarà installato in mostra e, per tutta la sua durata, sarà   suonato sia come strumento a percussione, sia con una pistola ad aria compressa. Il grande strumento è la metafora musicale dell’accordo sociale, dell’armonia comportamentale, dei rapporti comunitari e organici tra cose e persone. Con questa immagine presento il progetto  The Great Learning — NABA Visual Arts Exhibition a cura di Marco Scotini, che si inaugura domani, martedì 17 gennaio, alla Triennale di Milano (dal 18 al 29 gennaio 2017). Il grande evento espositivo è stato indetto in occasione dei dieci anni di istituzione del Biennio Specialistico di Visual Arts and Curatorial Studies. The Great Learning conclude un’ideale trilogia pensata come una ricerca sull’apprendimento, che fa seguito al primo capitolo del 2010, Learning Machine. Art Education and Alternative Production of Knowledge e al secondo del 2015, Theatre of Learning. Come spiega Scotini nell’intervista che segue, la trilogia si presenta come una riflessione sull’educazione artistica e i processi di conoscenza che tentano di interrogare la produzione intellettuale contemporanea e le pratiche che l’accompagnano.

La mostra, oltre a presentare una selezione di 30 artisti emergenti, ospita, il venerdì 20 gennaio, T o learn without desire is to unlearn how to desire. Soggettività post-identitarie, ecosofie, politiche del comune: un convegno, uno spazio di dibattito seminariale a cura del collettivo CURRENT con la partecipazione di oltre 20 teorici e curatori italiani e internazionali che negli ultimi anni hanno frequentato il Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali. A partire dalle singole posizioni di ricerca, l’incontro sarà articolato intorno ad alcune delle linee di indagine portate avanti dal Dipartimento di Arti Visive con progetti come la piattaforma Utopian Display e il magazine No Order. Art in a Post-fordist Society.

Segue l’intervista con Marco Scotini —

ATP: Questa mostra segna due tappe importanti, i dieci anni di istituzione del Biennio Specialistico di Visual Arts and Curatorial Studies e il terzo e conclusivo appuntamento della trilogia pensata come una ricerca sull’apprendimento (il primo capitolo del 2010, Learning Machine. Art Education and Alternative Production of Knowledge e il secondo del 2015, Theatre of Learning). Sembra che l’obbiettivo sotteso alla pratica dell’insegnamento non sia instillare certezze ma sollecitare discussioni e sollevare eventuali dubbi. Mi sbaglio?

Marco Scotini: Hai colto perfettamente nel segno. La trilogia, che si chiude con quest’ultimo evento in Triennale, è concepita come una riflessione sull’apprendimento come tale: sulle sue forme, sui suoi obbiettivi. La vera formazione non è tanto quella che si limita al passaggio dei saperi ma quella, piuttosto, che li mette in discussione. Questo dovrebbe essere anche il primo insegnamento che ci viene dal mondo dell’arte, a partire dalla sua eredità modernista e concettuale. Che cosa ha fatto Duchamp? Non ha aggiunto un altro quadro (magari più bello o più radicale) a tutti quelli già dipinti. Ha tolto invece ogni certezza all’idea stessa del quadro. La Trilogia iniziata nel 2010 con una mostra sui “grandi maestri” del dubbio – potremmo dire -, si chiude adesso con un evento in cui protagonisti esclusivi sono gli studenti (artisti o curatori emergenti) che “performano” loro stessi, senza mediazioni. Per questo The Great Learning mi è sembrato un buon titolo per festeggiare i dieci anni di successo della scuola di Visual Arts and Curatorial Studies attraverso i suoi primi attori.

ATP: Mi chiarisci le motivazioni che ti hanno portato a scegliere il titolo The Great Learning, anche in relazione al “potenziale democratico della musica come piattaforma sociale”?

MS: Ti confesso che dopo il concerto di John Baldessari che abbiamo realizzato con 100 studenti per Theatre of Learning, mi sarebbe piaciuto mettere in scena integralmente la partitura di Cornelius Cardew con John Tilbury. Nove ore di durata e centinaia e centinaia di presenze: professionisti e no, attivi a vario titolo nelle grande partitura. Poi questo è rimasto un sogno nel cassetto mentre al momento abbiamo mantenuto la metafora musicale dell’accordo sociale, dell’armonia comportamentale, dei rapporti comunitari e organici tra cose e persone. Come in un tempio confuciano, in mostra si troverà un grande strumento musicale, una sorta di xilofono fatto di una pluralità di tubi metallici a differente sezione e che sono una memoria della fabbrica e del suo mondo sociale. Per l’intera durata della mostra sarà suonato sia come strumento a percussione, sia con una pistola ad aria compressa. Ci saranno poi molte partiture musicali incise su legno e con notazioni astratte ma tali da poter essere eseguite. Comunque fuori di metafora, la scuola o la classe sono figure comunitarie per eccellenza a cui ci piaceva rimandare.

Martina Brembati Quando non c’e? lavoro concerto per strumento di tubi e compressore,   performance,   2016 Forme di un soffio fotografie digitali,   2016 (grazie ad Andrea Reggioli e Harlem Room)

Martina Brembati Quando non c’e? lavoro concerto per strumento di tubi e compressore, performance, 2016 Forme di un soffio fotografie digitali, 2016 (grazie ad Andrea Reggioli e Harlem Room)

ATP: Sostieni che “nella nostra scuola pratichiamo ordinariamente tutto ciò che può apparire extradisciplinare: l’economia, il genere, l’urbano, l’ecologia. In sostanza, l’arte diventa inseparabile dai processi di socializzazione del presente e dai fenomeni di ricomposizione collettiva del futuro”. Sono decisamente d’accordo ma, ahimè, faccio parte anche io del “sistema arte”. Sempre più spesso mi chiedo se la società, tutta, crede nella possibilità “liberatoria” (in tutti i sensi) della pratica estetica. O forse è un’esigenza che parte dal sistema nel suo interno? In altre parole: le persone che non hanno una formazione artistica forse non sentono la necessità di averla, semplicemente (e banalmente) frequentano i musei e si passano un pomeriggio culturalmente elevante. Come tenti di ispirare i tuoi studenti nel processo di “soggettivazione”? Come gli instilli il potere dell’arte di creare mondi autonomi non privi di autocritica?

MS: Un elemento comune a molti insegnamenti nel Dipartimento di Arti Visive è far capire l’artificio di cui siamo fatti. Per poter denaturalizzare il nostro mondo, per far capire i limiti delle nostre nicchie protettive procediamo con un’archeologia della modernità. Solleviamo strati su strati che possano mettere in luce perché siano sorti certi regimi visivi piuttosto che altri, perché certi comportamenti siano stati considerati legittimi a discapito di altri e così via. Una cosa ben chiara è come l’uomo sia un animale povero di istinti, che cerca sempre di far passare le proprie costruzioni come naturali, istintive, spontanee quando non lo sono. Per questo con gli studenti c’è sempre una sorta di mutuo apprendimento sul che cosa fare e sul come agire. Senza arte e immaginari oggi è difficile definirsi in quanto soggettività. Che se ne sia coscienti o no, rimangono sempre meno i vincoli comunitari o comportamentali che hanno retto il nostro passato e avrebbero dovuto costituire certezze per il nostro futuro.

ATP: In generale, c’è un filo rosso che lega concettualmente le opere dei 30 artisti emergenti selezionati? C’è una caratteristiche che, anche se non palese, ha guidato le loro ricerche e i loro esiti espressivi?

MS: La mostra inizia con un grande neon che recita “Si deve mettere a confronto idee vaghe con immagini chiare” e, allo stesso tempo e nella stessa sala, si possono vedere strani agglomerati eterogenei di oggetti tecnologici, elementi naturali, fotografie e reperti vari. Sappiamo riconoscere un’arcaica camera da presa Sony, una conchiglia, un lettore CD, un osso di animale ma il motivo dell’assemblaggio ci sfugge, non vi riconosciamo nessuna figura a noi familiare. Eppure non si tratta di un’ennesima riedizione del surrealismo ma della nostra scienza attuale: questa che vede l’obsolescenza e la fine accelerata tanto di ogni nuovo dispositivo quanto di ogni “credo”, per cui ci si trova ad abitare sempre con qualcosa di alieno, con la memoria di ciò che è stato defunzionalizzato, con i detriti di un passato incognito. Tentare di redimere “quello che è stato”, inventarsi – con questo – un nuovo paesaggio con figure, mi sembra il compito a cui sono chiamate queste ultime generazioni. Ecco che la mostra è fatta di questi congegni strani: collezioni di rovine fossili re-immaginate, di spazi ri-assemblati, oggetti ritrovati, macchine da proiezione in disuso, primitivi tentativi di volo. Ma non si tratta solo di paesaggio ma anche di noi stessi, delle nostre soggettività post-identitarie, dei nostri goffi e incerti tentativi di ricomposizione sociale. Una segnaletica anomala ingiunge allo spettatore di mettere le mani sui capelli. Un’altra di ruotare il torso. Questo è oggi il nostro Great Learning.

ATP: Oltre alla mostra ci sarà anche il convegno “To learn without desire is to unlearn how to desire. Soggettività post-identitarie, ecosofie, politiche del comune” – a cura del collettivo CURRENT – di 20 curatori e teorici italiani e internazionali che negli ultimi anni hanno frequentato il Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali. Quali sono, a tuo avviso, le tematiche andrebbero discusse e viscerate in questo appuntamento?

MS: Sono una ventina di giovani curatori, teorici, figure che si sono dedicate all’editoria, alla critica, alla promozione di spazi indipendenti, all’attivismo. L’eteroclito come categoria sarà al centro del loro seminario, declinato nel genere, nell’ecologia, nella riappropriazione del comune. Ne fanno parte ex-studenti con cui ho condiviso molte ricerche ed esperienze. Nonostante ciò anche per me il seminario sarà una sorpresa.

SPAZIENNE 20mqN,   sistema modulare configurabile,   2016,   © SPAZIENNE

SPAZIENNE 20mqN, sistema modulare configurabile, 2016, © SPAZIENNE

Artisti —

Federico Arani, Vincenzo Badiglio, Simone Bianchi, Andrea Bocca, Martina Brembati, Marina Cavadini, Marco Ceroni, Gaetano Cunsolo, Davide Dicorato, Giacomo Feltrinelli, Oliviero Fiorenzi, Mafalda Galessi, Carlo Gambirasio, Miriam Gili, Giulia Maiorano, Edoardo Manzoni, Jacopo Martinotti, Orestis Mavroudis, Federica Mutti, Sarp Renk Özer, Tomas Øvrelid, Lorenzo Perini-Natali, Claudia Ponzi, Chiara Principe, Andrea Alkin Reggioli, Stefano Serretta, SPAZIENNE, Luca Staccioli, Gabriel Stöckli, Kim Yoogin.

Curatori —

Valentina Angeleri, Luca Bertoldi, Eleonora Castagna, CURRENT, Michele D’Aurizio, Vincenzo Di Marino, Roberta Garieri, Gabriele Longega & Ilaria Zanella, Giulia Mengozzi, Barbara Meneghel, Giulia Polenta, Camilla Pin Montagnana, Giovanna Repetto, Mattia Solari, Chiara Turconi, Nicolas Vamvouklis, Shuai Yin e Francesca Battello.

Jacopo Martinotti gli eroi sono tutti giovani e belli,   2016,   performance

Jacopo Martinotti gli eroi sono tutti giovani e belli, 2016, performance

Edoardo Manzoni Settembre,   2016 ramo,   staffa,   tablet,   immagine digitale 206x65x7 cm

Edoardo Manzoni Settembre, 2016 ramo, staffa, tablet, immagine digitale 206x65x7 cm