• The Cool Couple, A kind of display, still from video, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa
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  • The Cool Couple, A kind of display, still from video, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa
  • The Cool Couple - bae8fe_f4d8fb, Full beard, 2015, print on barber cape, 135×115 cm - fd6c2f, Full beard, 2015, print on barber cape, 135×115 cm
  • The Cool Couple - Prophet, 2015, polystyrene 3D sculpture, 170x90x70 cm
  • The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa

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Giovedì 17 Dicembre ha inaugurato la mostra degli artisti premiati nella 98ma Collettiva Giovani della Fondazione Bevilacqua La Masa, con opere di Miriam Secco, Alberto Sinigallia e The Cool Couple, realizzate dopo un anno di lavoro. La mostra sarà visibile nella sede di Palazzetto Tito fino al 24 Gennaio.

Per l’occasione, abbiamo fatto alcune domande a Simone Santilli e Niccolò Benetton, a.k.a. The Cool Couple.

ATP: Potreste introdurci al vostro lavoro “A Kind of Display”? In che modo è nato e come si è sviluppato?

The Cool Couple: ”A Kind of Display” è una raccolta aperta di materiali riguardanti la barba, intesa nella sua accezione più ampia: transculturale, storica e interdisciplinare. In altre parole, “A Kind of Display” analizza la barba come elemento dell’immaginario collettivo.
Tutto è nato quando, qualche anno fa, abbiamo appreso l’esistenza e l’importanza dei trapianti di baffi in Turchia, paese nel quale la barba svolge è un simbolo di status sociale. Attratti da questa congiunzione tra chirurgia estetica e valori culturali abbiamo iniziato a studiare in maniera più approfondita il fenomeno. Quando, dopo pochi mesi, la pratica del trapianto è stata importata nei paesi occidentali in seguito all’esplosione del trend hipster e non solo, il tutto ha assunto una dimensione completamente diversa: contemporaneamente, infatti, assistevamo agli ultimi strascichi della primavera araba. Mentre in Egitto la barba diveniva un simbolo di libertà, lo Stato Islamico ne faceva il tratto distintivo dei fedeli e, di conseguenza, la linea di demarcazione tra il bene e il male.
Per analizzare queste e altre contraddizioni del mondo in cui viviamo, abbiamo deciso di impiegare la barba, sfruttandone le sue caratteristiche più importanti: è un veicolo di valori estremamente instabile; la sua manifestazione all’interno di una cultura coincide sempre con l’affermazione dei valori dominanti.
Al termine della fase di ricerca, abbiamo concepito l’installazione come l’astrazione di un barbershop, presentando ritratti, tipologie di barbe che fanno riferimento a film, immagini di telegiornali, fotografie, opere d’arte e via dicendo.

ATP: I vostri lavori hanno spesso a che fare con particolari presi dalla quotidianità a cui spesso non si fa molto caso, ma che analizzati nel dettaglio portano a interessanti riflessioni su questioni di geopolitica globale. In che modo “A Kind of Display” si colloca nella vostra ricerca?

TCC: ”A Kind of Display” risponde in vari modi a delle questioni che costituiscono il nucleo della nostra ricerca. Entrambi dobbiamo molto alla cultura visuale e al suo approccio interdisciplinare, nato per indagare delle problematiche tra le quali il fatto che il sistema capitalista (non entriamo nella diatriba sulla terminologia in questa sede), dal momento in cui ha mercificato la cultura, ha spostato le questioni di segregazione, controllo e sfruttamento sul piano della visibilità. È nella differenza tra visibile e invisibile che si gioca la partita. Per dirla con Foucault, la biopolitica colpisce soprattutto la vista.

La barba ci pareva un ottimo elemento per parlare di tutto questo. È ovunque, è tornata e probabilmente sparirà. Ma ci ricordiamo cosa ne pensavamo solo dieci anni fa? Se domani mi facessi crescere una barba potrei essere vittima di persecuzione o attrarre improvvisamente l’attenzione delle forze dell’ordine? Sono domande banali, o meglio, lo sembrano: abbiamo visto tutti con quanta facilità i diritti vengano calpestati in nome della sicurezza… (e stiamo parlando di uno spicchio molto piccolo delle tematiche che si aprono pensando alla barba. Si possono poi citare anche il suo ruolo nella religione oppure le dinamiche che attiva come elemento transculturale e transgender).

ATP: Qual’è il legame tra le stampe 3d, le mantelline da barbiere e la performance? Come mai avete deciso di usare questi tre medium?

TCC: La formalizzazione del progetto riveste un’importanza fondamentale nella nostra pratica. Interrogarsi sul visibile comporta un’analisi attenta dei dispositivi linguistici grazie ai quali esso si articola. Nel caso di “A Kind of Display” gli elementi in mostra derivano dall’osservazione del rapporto quotidiano tra persone e immagini e del processo con cui queste ultime vengono elaborate e personalizzate secondo processi creativi spesso autonomi. La stampa sulle mantelle da barbiere è un servizio a portata di tutti, così come quella sui cuscini a forma di cuore o sulle tazze. Noi ce ne siamo appropriati per creare delle stampe fotografiche in cui la mantella funga da supporto. Inoltre, alcune delle mantelle che abbiamo prodotto, erano realmente utilizzate dal barbiere durante la performance. I close-up mostrano un campionario di fogge diverse, che spaziano dalla barba degli estremisti islamici a quella dei nani da giardino, resa famosa da Biancaneve e i Sette Nani della Walt Disney. I fondi colorati dialogano con il soggetto ritratto, mentre il taglio che esclude la maggior parte del viso invita a ragionare soltanto sulla forma della barba, e quindi per tipologie di persona (stereotipi).

L’uso dei modelli e delle stampe 3D è legato al fatto che tutto il materiale raccolto, quando si tratta di immagini, è stoccato sempre e solo in forma di fotografia digitale o suoi derivati. Volevamo restituire il volume scultoreo di alcuni oggetti e siamo ricorsi alla stampa 3D per svariati motivi: da un lato, si tratta di una tecnica di restauro o conservazione di reperti storici, dall’altro è un sistema di replica industriale. Presenta inoltre numerose analogie con la fotografia: l’uso intensivo dei social network come strumenti di condivisione e lavoro in rete, le tecniche di fotogrammetria che permettono di ricavare modelli tridimensionali (e stamparli per mezzo di processi fotosensibili) a partire da immagini fotografiche. Probabilmente nei prossimi anni la fotografia sarà definitivamente ibridata con la modellazione 3D, consentendo di modificare, dopo lo scatto, il punto di vista, il fuoco e altri elementi dell’immagine, abolendo completamente le limitazioni della sua essenza bidimensionale.

La performance, che presentiamo in forma di stop-motion, è un intervento realizzato al festival “Les Rencontres des Arles” la scorsa estate e risponde alle logiche sopra descritte. Ci affascinava l’idea di creare un generatore di immagini che apparisse come il trapianto di un’attività commerciale all’interno dello spazio espositivo.

ATP: In mostra sono presenti anche una serie di video trovati in rete. In che modo li avete selezionati? 

TCC: La playlist di video costituisce una specie di apparato informativo (incompleto e arbitrario) che mostra una piccolissima parte dei riferimenti del progetto: video amatoriali che insegnano a farsi la barba, sfilate di moda, telegiornali, sigle di serie tv (come quella dell’A-Team, ci ricordiamo tutti della mitica barba di Mister T.), trailer e spezzoni di film (The dictator di Sacha Baron Cohen, tutto giocato sulla sostituzione di persona grazie alla barba, oppure The Great Dictator di Charlie Chaplin, per via di un’incredibile storia legata sempre al furto dei baffetti, solo che in questo caso era stato Hitler a rubarli a Charlot, offrendo il fianco a una parodia che con altri dittatori sarebbe stata impossibile) e via dicendo. Il tutto è presentato in un trittico di televisori, così è possibile passare dall’uno all’altro. Per via della durata propri di ciascun video, le combinazioni sono sempre diverse e quindi i contenuti vengono connotati diversamente di volta in volta.

ATP: State lavorando a qualche nuovo progetto? 

TCC: Per ora siamo concentrati sulla chiusura del libro di Approximation to the West, che uscirà il prossimo anno con l’editore norvegese Editions Du Lic. Stiamo elaborando alcuni nuovi progetti, ma siamo ancora in fase di brainstorming, anche se le idee non mancano!

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa

The Cool Couple - Multiple #1, 2015, print on barber cape, 135×115 cm,  Pattern marble, Stubble, 2015, print on barber cape, 135×115 cm

The Cool Couple – Multiple #1, 2015, print on barber cape, 135×115 cm, Pattern marble, Stubble, 2015, print on barber cape, 135×115 cm

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa 

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa

The Cool Couple, A kind of display, installation view, courtesy of the artists and Fondazione Bevilacqua La Masa