Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

Viafarini Open Studio, Ludovico Orombelli – installation view, VIR Viafarini-in-residence, 2020

La manipolazione di elementi tridimensionali è il punto di partenza della tua pratica artistica. Attraverso la tecnica dello strappo, oggetti comuni come abiti e lenzuola, vengono trasferiti su tela, perdendo la loro dimensione scultorea in favore di una più propriamente pittorica. Come nasce il tuo interesse per questa tecnica, e come la rielabori?

Questo approccio nasce dal bisogno di ibridare la pittura con altre tecniche. Partendo da questi presupposti mi sono avvicinato allo strappo, assunto non tanto per la sua funzione conservativa, quanto per la possibilità di trasferire materia dagli oggetti alla tela. Il risultato è una pittura oggettuale che ripercorre l’insieme dei materiali, forme e processi che l’hanno generata. 

Ludovico Orombelli – Sheepskin 2020, pelliccia ecologica

In Somiglianza per contatto Georges Didi-Huberman parla dell’impronta in una prospettiva anacronistica e dialettica.  Nella sua duplice accezione di traccia e di assenza, l’impronta riveste un ruolo cruciale nel rapporto tra la realtà e la sua estensione pittorica. In che modo queste due dimensioni coesistono nei tuoi lavori?

Tramite l’uso dello strappo riesco a separare la pittura dal suo supporto, mostrandone il punto di contatto. Calchi pittorici incorporano le forme e le superfici dello spazio fisico da cui nascono. L’interesse non è qui solamente rivolto alla traccia, intesa come memoria di un rapporto dialettico, ma anche a come la pittura riesce a leggere e a filtrare la natura degli oggetti. 

Ludovico Orombelli – Sheepskin (dettaglio), 2020, pelliccia ecologica

Alcuni dei tuoi ultimi lavori mostrano un interesse verso oggetti quotidiani e di consumo. L’opera Trapunta per Bambino, nel tentativo di superare la bidimensionalità della tela, ricorda i dipinti imbottiti di Cesare Tacchi e la sua “fuga dalla superficie piana”. Che cosa ti interessa della Pop art italiana?

Di alcuni artisti apprezzo la capacità di appropriarsi e di declinare con materiali e immagini tradizionali l’immenso paesaggio visivo che li circondava. Oltre ai dipinti imbottiti di Cesare Tacchi, su cui spesso riproduceva figure prese dalla pubblicità e dalla storia dell’arte, mi vengono in mente i monocromi su carta intelata di Mario Schifano. In entrambi i casi ritrovo lo stesso carattere oggettuale che ho cercato in Trapunta per Bambino, dove immagini e rilievi si fondono nel colore del monocromo. Pur non rifacendomi esplicitamente alla Pop art italiana, cerco anche io di interrogarmi sull’oggetto, la sua provenienza, l’uso che se ne fa e la posizione della pittura all’interno di queste dinamiche.

Ludovico Orombelli – Trapunta per Bambino, 2021, tempera su tela. Foto: Emanuele Sosio

Con l’Open Studio di aprile si è concluso il tuo periodo di residenza in Viafarini. Durante questo anno hai avuto modo di confrontarti con numerosi artisti. In che modo il dialogo con gli altri residenti ha influito sulla tua ricerca? 

Durante la residenza sono stato inevitabilmente influenzato dall’ambiente che mi circondava. Abitare uno studio significa beneficiare della presenza di artisti che elaborano ricerche diverse. I dialoghi continui hanno anche portato a delle collaborazioni, come è successo con Jacopo Natoli che mi ha coinvolto in Che cosa m’insegni?, un progetto che comincia dallo scambio di conoscenze per la creazione di opere realizzate a più mani. Penso che ogni residenza debba essere caratterizzata da modalità relazionali di questo tipo, che riescono a rompere l’io dell’artista a favore di una condivisione del pensiero. Facendo ciò, si può raggiungere una maggiore consapevolezza della propria pratica e della sua posizione all’interno di contesti artistici e culturali attuali. 

Piumino, 2021, tempera su tela pattina, Galleria Renata Fabbri. Foto: Andrea Cenetiempo