Barbara De Vivi, Serpenti di bronzo, Tecnica mista su tela, adesivi in PVC, 90×70 cm, 2021 Courtesy l’Artista e la Galleria Poggiali
Francesco Pozzato, Dal Tigri al Tevere I, Stampa su tessuto in poliestere blockout, organi di trasmissione in ghisa 340×340 cm, 2021, Courtesy l’Artista

Intervista di Margherita Moro —

Il 29 luglio ha inaugurato, presso gli spazi di Palazzo Merulana a Roma, la mostra dal titolo SNAP TRAP degli artisti Barbara de Vivi e Francesco Pozzato a cura di Miriam Rejas Del Pino
I due artisti in mostra si confrontano con un’eredità passata proponendo un confronto tra una rilettura di quest’ultima, mettendola in discussione, ed una sua potenziale, e inaspettata, rinascita. 
La mostra sarà visitabile fino al 5 settembre. 

Margherita Moro: Osservando con attenzione i lavori dei due artisti in mostra, Barbara De Vivi e Francesco Pozzato, emerge chiaramente l’intento rivolto ad una rilettura del passato. Una rilettura però che ha alla base una volontà intrisa di distruzione e di rifiuto nei confronti di un’eredità culturale che non siamo stati in grado di cancellare. Vorrei chiedere alla curatrice, Miriam Rejas Del Pino, di approfondire maggiormente le motivazioni, e le contaminazioni, che l’hanno spinta a impostare l’intera mostra su tali tematiche.

Miriam Rejas Del Pino: Un anno fa è nato tra di noi un dialogo intorno al concetto di dono e le sue varie declinazioni. Dato il particolare momento storico, ci è sembrato un concetto interessante da approfondire perché diventato estremamente problematico. L’atto di donare qualcosa a qualcuno, azione complessa che implica tre attori, è spesso la miccia che innesca racconti mitologici e narrazioni antiche. Tutti e tre ci siamo sentiti particolarmente attratti dalla frequenza con cui l’atto di donare veniva usato in questi racconti come trappola, esca o vincolo che porta a sfiducia, inganno e distruzione. È su questa declinazione oscura del dono che gli artisti hanno focalizzato la propria ricerca.
Gran parte delle opere di Barbara De Vivi si concentrano sulla distruzione di monumenti, immagini mitiche e raffigurazioni antropomorfe da parte di una collettività esaltata, collocando questa indagine all’interno di una più ampia ricerca sul potere e l’influenza delle immagini. Le opere proposte da Francesco Pozzato invece si soffermano sulle conseguenze inaspettate e spesso positive risultate da azioni volte a distruggere una determinata eredità culturale. 
Questa volontà comune di questionare il proprio presente, di mettere in crisi l’idea di narrazione storica canonica e le icone del potere mi ha spinta a voler mostrare in questo particolare momento il lavoro dei due artisti insieme, creando una narrazione organica che può comunicare ad un vasto pubblico su tematiche che non perdono attualità. Ogni artista si propone di far collidere nella mente dello spettatore una concatenazione di eventi storici e narrazioni sacre che, a mio avviso, guadagnano ragione d’essere dal momento in cui nascono per essere esposte nella città di Roma, rappresentazione per antonomasia dell’Italia e della sua storia. 

MM: Quali sono i punti di incontro tra i due artisti? Quali le motivazioni che ti hanno spinta, sotto un aspetto curatoriale, a scegliere di far convivere le loro differenti pratiche artistiche?

Miriam Rejas Del Pino: Conosco i lavori di Barbara De Vivi e Francesco Pozzato da diverso tempo e sono sempre rimasta molto colpita dal modo in cui rivolgono il loro sguardo al passato per rielaborare l’attuale presente. Le loro pratiche artistiche si nutrono, sia concettualmente che formalmente, di racconti e conoscenze tramandate da un’eredità lontana, geograficamente e temporalmente distante.
In genere, il valore di contemporaneità che si stabilisce fra lo spettatore e un’opera d’arte è risolutamente non contemporaneo. Nel nostro presente spettatoriale, nel qui ed ora del nostro corpo e dei nostri sensi, un’opera d’arte del passato è sempre contemporanea perché il legame che ci unisce è intessuto con più tempi. Questa dinamica è centrale nelle opere dei due artisti, dove il presente si sovrappone a molti passati. 
I dipinti di Barbara De Vivi richiamano motivi e forme provenienti da un’epoca lontana; De Vivi li contestualizza nel presente attraverso una iconologia del gesto propria d’altri tempi, volta a cogliere i momenti nei quali l’affetto dà forma al corpo.
Il linguaggio di Pozzato lo definirei “esoterico”; le sue opere sono ricche di segni e simboli che, criptici e talvolta nascosti, rimandano in modo preciso a una sua complessa costellazione di riferimenti; per essere decifrate dal pubblico è necessario conoscere questa sua personale traduzione semantica. 
Mentre Francesco Pozzato sembra quasi tradurre le antiche gesta in un linguaggio analitico allo scopo di far riemergere frammenti storici dimenticati, Barbara De Vivi si nutre di questo passato e, ancorandolo al presente degli osservatori, risveglia in noi la sensazione di avere di fronte, racchiuso in un dipinto, una certa genealogia ed eredità della pittura occidentale.

Francesco Pozzato, Dal Tigri al Tevere II, Stampa su carta Fine art Verona, 100×70 cm, 2021, Courtesy l’Artista
Barbara De Vivi, La dodicesima notte, Olio su tela,110×130 cm, 2021, Courtesy l’Artista e la Galleria Marcolini

MM: Trovo molto affascinante questa metafora della moneta che gira, composta da due facce, di cui una di esse può rappresentare una rilettura del passato stimolante e l’altra può invece innestare un desiderio di emancipazione da quell’eredità di cui accennavamo nella prima domanda a Miriam. Vorrei chiedere a Barbara se la stratificazione pittorica da lei impiegata, anch’essa ottima metafora per ricollegarsi allo scandire delle epoche storiche che scorrono e si susseguono, predilige una delle due facce della medaglia e soprattutto in che modo i suoi lavori si legano alla questione della collettività.

Barbara de Vivi: La mia ricerca, come la moneta perennemente in moto evocata da Miriam, resta in bilico tra questi due poli. In questo equilibrio dinamico nuove possibilità narrative emergono proprio dalla tensione sprigionata dallo scontro irrisolto tra iconografie del passato ed estetiche contemporanee. Ogni livello della stratificazione di tempi diversi non oscura i precedenti e, come una velatura di colore trasparente, li lascia a tratti trapelare. In questo modo alle volte un’immagine sopravvive e riemerge in un nuovo contesto. Le mie tele sono spesso popolate da masse che sembrano agire coralmente. La natura di queste folle è maggiormente esplicita nei collage digitali che spesso realizzo come studi preliminari. Questi gruppi superficialmente coesi si compongono di una somma di figure giustapposte provenienti da diversi contesti e intente in diverse azioni. Nella concitazione dell’azione queste individualità convergono brevemente a formare una collettività ma di fatto coesistono senza entrare realmente in relazione.

MM: Ho due curiosità rispetto ai lavori che hai presentato in occasione di SNAP TRAP. La prima è relativa alla necessità di raffigurare una sorta di climax dell’azione, questo attendere il momento apice per poter poi trasportarlo su tela. Perché la decisione di attendere quello specifico momento? Inoltre, mi incuriosisce molto in serpenti di bronzo questa valenza ossessiva che obbliga la donna raffigurata ad osservare un elemento che sembra essere posizionato ad di fuori della tela. Sembra quasi che la fisicità della scena rappresentata venga ampliata e trasferita nella sfera dello spettatore, fa quasi venir voglia di girare la testa per vedere cosa hanno visto gli occhi del soggetto raffigurato.

Barbara de Vivi: Sono interessata alla violenza della visione e ricerco apparizioni che invadano la mente e lo spazio reale imponendosi sull’osservatore. Le passioni che rappresento si mostrano attraverso forme codificate e non rimandano alla realtà, ma ad altre immagini. Le scene epiche si rivelano essere raffigurazioni teatrali i cui attori restano in bilico tra le personificazioni di archetipi e le maschere che li imitano. In Serpenti di bronzo gli oggetti che la figura è forzata a guardare sono posti al di fuori della tela sconfinando nello spazio reale dell’esposizione. Solo la donna sconvolta li vede chiaramente, agli altri personaggi del dipinto restano invisibili o forse appaiono sotto forme diverse, in una molteplicità di visioni individuali e incomunicabili. Mentre nel racconto biblico la salvifica rappresentazione di serpente innalzata da Mosè è unica in questo contesto si moltiplica in una pluralità di immagini guizzanti. Queste fungono solo fugacemente da amuleti taumaturgici prima di trasformarsi in idoli ossessionanti.

Exhibition View SNAP TRAP, Palazzo Merulana, 2021
Exhibition View SNAP TRAP, Palazzo Merulana, 2021

MM: La tua pratica artistica si basa spesso su di una rilettura del passato che possa essere sia veicolo per una reinterpretazione di alcune fratture o eventi storici, sia come tramite finalizzato alla condivisione di nozioni che possano ampliare le conoscenze personali e collettive degli spettatori. Spesso nella tua narrazione è presente la volontà di mettere a confronto vinti e vincitori. Quali storie vengono raccontate questa volta e quali sono i protagonisti che vediamo in mostra?

Francesco Pozzato: In mostra presenterò cinque nuovi lavori pensati proprio per questa occasione. Il filo conduttore che li unisce può essere disegnato anche geograficamente nello spazio compreso tra i fiumi Tigri e Tevere. Più che individuare dei vinti e dei vincitori in questo caso la narrazione parte da oggetti o edifici che nel corso della storia per varie ragioni sono stati, in seguito ad un’azione bellica, intenzionalmente distrutti ma non nella loro interezza. Lungo il corso del Tigri, infatti, sono vari i casi in cui intere biblioteche si sono conservate fino a noi proprio perché intenzionalmente incendiate, cuocendone così tutte le tavolette d’argilla contenute al loro interno. L’intenzione distruttiva insita nella conquista in questo caso si trasforma in dispositivo in grado di creare una capsula del tempo sigillata sottoterra che solo recentemente è tornata alla luce. Proprio i contenuti di queste grandi collezioni, questa immensa letteratura proveniente dalla Mesopotamia, ha fornito le basi per la creazione della serie di collage “Dal Tigri al Tevere” presente in mostra. Questi scritti, in particolare tre grandi racconti mitologici come l’Enuma Elish, il Poema di Atrahasis e l’Epopea di Erra, vengono rielaborati in chiave grafica grazie alla forma ornamentale intimamente legata a Roma e in particolare alla zona limitrofa a Palazzo Merulana: si tratta della grottesca, decorazione parietale antica tornata alla ribalta nel Rinascimento. Questa forma ornamentale pensata e creata lungo le sponde del Tevere ha anch’essa una storia di distruzione alle spalle. La sua riscoperta è potuta avvenire proprio a seguito del tentativo di cancellare la memoria di un imperatore scomodo come Nerone, sotterrando il suo palazzo e trasformandolo nelle fondazioni per successivi edifici. Ironia della sorte è proprio questo tentativo di damnatio memoriae architettonica ad aver permesso la preservazione di gran parte del suo apparato decorativo e la successiva trasmissione e affermazione della grottesca come schema ornamentale in diretta connessione con il mondo antico.

MM: Noto una sorta di contrapposizione tra il momento apicale scelto da Barbara nelle sue tele ed invece questa sorta di esito inatteso che Francesco predilige per la narrazione. Vorrei chiedere a Francesco in che modo la concezione di imprevisto, o di sorpresa, si mescola con la decisione di partire, come riferimento iconografico e storico, dalle tavolette di argilla e dalle grottesche della Domus Aurea? Cos’è che ti ha permesso di unire tutti gli elementi?

Francesco Pozzato: Gli elementi cardine di questa ricerca, soprattutto per quanto riguarda la serie “Dal Tigri al Tevere”, partono da veri e propri imprevisti, come la caduta in una voragine nella sommità del colle Oppio o la fortuita conservazione di un archivio d’argilla in seguito al suo incendio. Queste vicende, che legano ancora una volta casualità e distruzione, creano una connessione tra i vari soggetti presi in esame e ne permettono una riscrittura e una rielaborazione. Le tavolette d’argilla sopravvissute, che oggi siamo in grado di leggere proprio grazie alla loro violenta e inattesa cottura, convergono con una forma decorativa sopravvissuta alla fine dell’impero romano per creare un nuovo imprevisto in veste questa volta di ornamento.

MM: Si è parlato molto di distruzione, di rapporto con la collettività, di ossessione e di tentata rinuncia o distaccamento nei confronti di un passato che alle volte sembra non appartenerci. Si è però anche accennato alla volontà di rivedere determinate componenti per costruire tradizioni future. A costo di cadere nel banale domando a tutti e tre: c’è spazio per la rinascita?

Crediamo che non si possa parlare propriamente di rinascita in quanto questa si delinea in contrapposizione ad una fase di morte, di stallo. Seguendo I percorsi di apparente distruzione e ri-manifestazione delle immagini del passato il concetto che abbiamo visto emergere con maggiore forza è quello di trasformazione dinamica. Le forme dell’antichità non muoiono per rinascere ma si ripresentano sotto nuovi aspetti, palesando come anche l’identità delle icone sia fluida e si rinnovi grazie ad una continua ibridazione. SNAP TRAP vuole suscitare nello spettatore la volontà a reagire a ciò che ci circonda, ad essere consapevoli della nostra particolare eredità culturale e, forse, a tentare di aggiornare sempre di più la visione attuale verso un’apertura, inclusione dell’altro e perpetuare una eterna contaminazione tra epoche, stili, arte e storie. 

Barbara De Vivi, Untitled, Tecnica mista su tela, vetro di Murano a lume, 28×20 cm, 2021, Courtesy l’Artista e la Galleria Marcolini
Francesco Pozzato, Giugulare, Biga, Coniuge, Stampa su PVC, scatola differenziale di macchinario agricolo in ghisa 300×200 cm, 2021, Courtesy l’Artista