Markus Schinwald, Misfits, Fondazione Coppola. Veduta dell’allestimento © Fondazione Coppola

Un appassionato Antonio Coppola, racconta che, dall’avvio della Fondazione Coppola, uno degli artisti a cui a pensato per inaugurare quello che ha definito un’ “avventura”, è stato Markus Schinwald: “il suo linguaggio si sposa molto bene con l’architettura del Torrione che ospita la Fondazione.”
Conosciuto in Italia in diverse occasioni – penso al Padiglione Austriaco alla Biennale di Venezia del 2011, la bella mostra in Triennale, il Dissoluto punito, del 2014, dove l’artista ha dialogato per la prima volta con le scenografie del Teatro alla Scala; le tante personali alla Galleria Giò Marconi – Schinwald presenta alla Fondazione Coppola – fino al 26 febbraio 2027 – Misfits un mostra che, lungi dal volere essere un’antologica, abbraccia i diversi linguaggi con cui si è confrontato: pittura, scultura, video,  performance e l’installazione.

Curata da Davide Ferri, la mostra è stata pensata come ad un ‘incastro’. Spiega il curatore: “I due video, Orient A e Orient B (2011), presenti nel Padiglione Austriaco alla Biennale, sono esposti accanto a lavori molto recenti e passati: la grande installazione che apre la mostra è del 2013, seguono i due piani dedicati alla pittura con opere del 2009, accanto a oli su tela del 2016 e 2018; l’ultimo piano ospita la serie Monuments del 2009, assieme alle sculture Untitled prodotte dal 2014 al 2018.”
La scelta dei lavori, sottolinea il curatore, ha seguito quella che è la cosa più importante, “la reazione dell’artista alle caratteristiche e specificità dello spazio. Uno spazio che non abbandona mai lo spettatore. Questo spazio, non ti molla, e ti fa guadagnare l’ultimo piano che è l’osservatorio, con grande fatica. Questa idea di progressione e fatica è una delle caratteristiche dello spazio. Schinwald va a nozze con questa dimensione ‘faticosa’ della spazio e anche con la sua dimensione claustrofobica, anzi la amplifica in molti punti”. Il curatore porta come esempio la carta da parati che l’artista ha deciso di utilizzare che, altro non è che l’immagine dei mattoni originali delle pareti del Torrione. “L’artista, per molti versi, rimette in primo piano una verità dello spazio espositivo ma lo fa in modo molto ambiguo e un po’ grottesco, ossia con quell’ambiguità e forma grottesca che è tipica dei suoi lavoro.”

Nell’introdurre temi e ricerche dell’artista, Ferri rivela il motivo della predilezione sua e di Antonio Coppola per il lavoro di Schinwald: “Il motivo direi è da ricercare nel modo con cui l’artista declina il rapporto fra la figura e il suo spazio. E’ un rapporto che permea l’intera storia dell’arte e in particolare la scultura, così come la pittura. Tutti i suoi lavori ci mostrano figure alle prese con il loro spazio di pertinenza che in molti casi diventa una gabbia, una prigione ma che offre anche al corpo nuove possibilità di movimento. A volte approdano alla coreografia, come si evince nelle opere video Orient A e Orient B, dove ci sono delle figure che stanno dentro ad uno spazio che è un ex edificio industriale che le imprigiona ma da questa condizione si sviluppano nuove possibilità di movimento, dunque delle vere e proprie coreografie.”

Markus Schinwald, Misfits, Fondazione Coppola. Veduta dell’allestimento © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Jade, 2009, olio su tela © Fondazione Coppola

Altro lavoro calzante con il ragionamento del curatore, l’installazione che apre la mostra, la serie di Marionettes (2013): un gruppo di 12 bambini raffigurati in pose e atteggiamenti che esprimono un senso che costrizione e trattenuta esuberanza. I sottili fini che li sostengono e li fanno muovere creano e limitano un nuovo spazio di percezione; i movimenti ripetitivi di un rallentato tip-tap creano un ipnotico rumore di ingranaggi, così come i sottili fili sembrano ridisegnare un nuovo spazio percettivo attorno ai corpi.  Sembrano guidati da una sorta di surreale geometria descrittiva. Anziché seguire l’inequivocabile scienza che governa la geometria, l’artista imbriglia le regole per ricreare una nuova fisionomia ai corpi e soprattutto ai volti.
Questo gioco percettivo è evidente nelle serie di dipinti esposti, dove le protesti, le mascherine che l’artista aggiunge ai qaudri – solitamente databili tra il ‘700 e ‘800 – crea “delle figure introverse: che includono o escludono in modo stretto lo spettatore. Ed è qui che si evidenzia il ruolo del ‘perturbante’ che segna molti dei suoi lavori.”Sottolinea il curatore. 
Avvolte in leggeri panneggi, nascoste da masse innaturali di capelli, ingabbiate in sottili reticoli di filo dorato, costrette da protesi inutili se non a sottolineare la fragilità delle membra, la caducità dell’epidermide e, non ultima la vacuità della bellezza. Le deformazioni che l’artista applica ai corpi e ai volti dei ritratti sembrano commentare in modo sadico la fragilità dell’essere umano, la sua ineluttabilità.

Tra i racconti che l’artista condivide sulla mostra, uno riguarda strettamente il concetto di ‘protesi’.
“La prima volta che ho fatto una protesti era per una ballerino russo. La sua presenza sul palco era molto rigida, severa e non sorrideva mai. Ho deciso di applicargli una catena con due ganci che ho utilizzato per smorzare la sua severità. Lui non doveva più sforzarsi per sorridere, ci pensava la protesi a dargli un aria più serena.” Sempre in relazione alle protesi, spiega: “Non è un fatto di estetica, ma è più una considerazioni sui bisogno e desideri delle persone. Nessuno, se vede una donna con dei tacchi alti, pensa se siano comodi o facciano soffrire. Quello che non ti danno in confort  te lo danno in qualcos’altro, per esempio in postura; siamo pieni di oggetti e accessori che indossiamo per diversi e svariati motivi, non necessariamente legati all’estetica. Per esempio, i generali indossavano dei colletti molto rigidi e sicuramente non comodi. Ma decidevano di indossarli per incutere l’autorità che gli dava essere retti.”

I video che occupano il terzo e il quarto piano del Torrione – Orient A e Orient B – amplificano l’atmosfera iniziata con le Marionettes e con i dipinti.
Le immagini video raccontano di danzatori-marionette che si muovono in ambienti decadenti e abbandonati; l’atmosfera è pervasa da una sottile inquietudine che governa un racconto a singhiozzi dove al non-sense si insinua un’irrequieta attesa.  Se i dipinti immortalano staticamente un corpo costretto e deformato da protesi, tumefazioni e cancellature, i video registrano in modo dinamico dei corpi alterati da tic, forzature muscolari, movimenti nervosi e ripetivi. 

Markus Schinwald, Laura, 2009, olio su tela © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Misfits, Fondazione Coppola. Veduta dell’allestimento © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Amelie, 2009, olio su tela – Photo © Fondazione Coppola

All’ultimo piano, la serie di sculture composte da gambe di tavoli in stile Chippendale. Senza modificare i sostegni originali, l’artista crea delle ‘creature’ acrobatiche dalle gambe e braccia snodabili. Appoggiate al pavimento o appese alle pareti, queste abili presenze sembrano sfidare gravità e immaginazione, collocandosi a metà strada tra il piacere e l’inquietare.  Le fissiamo quasi increduli per non vederle roteare su se stesse o attorno a un lungo palo di ottobre collocato tra la balaustra e il vuoto. Negando la perfezione del corpo umano, Schinwald sembra ricreare con questa serie un altro tipo di perfezione: quella fatta di arti sgraziati e manomessi, asimmetrici e fuori asse. 

“Utilizza questi elementi a volte per creare delle pose che richiamano delle gambe femminili, altre volte, hanno un aspetto decisamente più scultoreo.” Spiega Ferri. “Per noi è interessante comprendere come in quest’ultimo piano, sia custodito una sorta di tesoro; le opere  sono disseminate lungo le pareti, in alcune aperture delle murature; con questo tipo di allestimento è come se l’artista avesse voluto esplorare la verticalità dello spazio.”

Assieme alle sculture, l’artista ha scelto di esporre la serie Monuments (2009). Schinwald racconta: “Questi lavoro hanno a che fare con la storia culturale e la sottrazione di elementi scultorei monumentali. La storia non è un’entità fissa, ma è in relazione con molti fattori. L’artista deve adattarsi, ma non solo, deve anche essere sensibili a vari stimoli. Quando ho iniziato a dipingere le maschere nei dipinti, non immaginavo che ci saremmo trovati come oggi a indossare delle mascherine a causa della pandemia. A volte la sensibilità e lo scetticismo degli artisti precedono ciò che accadrà nel futuro.” (…) “La verità è un termine problematico da definire, non esiste una realtà totale. Ci stiamo accorgendo, oggi, che la realtà individuale può essere modificata e utilizzata per delle cose che non sono veramente reali. Anche nella filosofia del  XX secolo, non c’è un concetto di verità solido e indiscutibile. Da qui la mia decisione di togliere il monumento dalle stampe perchè il monumento segna la realtà di un momento; togliendolo e lasciando solo la base, faccio sì che il concetto di storia sia labile, indefinibile. (…) Ritengo che due siano gli aspetti essenziali dell’essere artisti: la curiosità e lo scetticismo. Una delle cose che più mi disturbano dei giovani artisti, è che non si pongono in maniera problematica su ciò che stiamo vivendo; credo che sia doveroso da parte di un artista porsi in modo problematico di fronte al mondo.”   

In molti si chiedono che relazione intrattenga Schinwald con i tanti media che utilizza. “Mi contraddico e lo farò spesso nel mio lavoro, perchè sono consapevole che non tutti i linguaggi sono uguali, ognuno ha i suoi pro e contro. Sono contro all’idea di togliere i limiti tra i vari linguaggi. Mi piace che ogni ambito abbia dei limiti ed è per questo che mi piace sconfinare tra un linguaggio e l’altro. Violarlo per certi versi. Ogni linguaggio ha una sua specificità tanto che credo che ogni cosa che faccio la faccio male. Dipingo come uno sculture, concepisco l’architettura come un coreografo …(…) La moda è l’unico linguaggio in cui ho avuto una formazione pratica. Dai 14 ai 19 anni ho studiato e lavorato nel modo della moda. Ho sempre saputo che non sarei stato un bravo fashion designer, ma nonostante questo sono sempre stato interessato all’elemento che copre il corpo ma anche a quegli elementi che lo costringono.”

Markus Schinwald, Roberte, 2016, olio su tela © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Orient B, 2011 Markus Schinwald, Misfits, Fondazione Coppola. Veduta dell’allestimento © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Untitled, 2014 © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Misfits, Fondazione Coppola. Veduta dell’allestimento © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Untitled, 2014 © Fondazione Coppola
Markus Schinwald, Grossmuthige, 2009, giclee print on hahnemulhe
Markus Schinwald, Untitled, 2018