Marco Emmanuele & Diego Miguel Mirabella, Stelle e Kiwi, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Edoardo Manzoni

Marco Emmanuele & Diego Miguel Mirabella, Stelle e Kiwi, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Edoardo Manzoni

Testo e intervista di Martina Matteucci —

Giunta alla sua terza edizione, la Residenza La Fornace si propone come un progetto di documentazione artistica che esce dai tradizionali schemi. Un antico cascinale immerso nel verde diventa il luogo dove per tre mesi, seguendo il ciclo delle stagioni, gli artisti invitati dovranno indagare la propria pratica artistica in relazione a questo “monumento del paesaggio italiano”. Nulla è prestabilito e tutto nasce da un incontro spontaneo con l’altro e la realtà circostante. Ciò che avviene nella dimora è visibile solo al termine della residenza grazie alla pubblicazione dei risultati dell’esperienza su una piattaforma online. L’idea è quella di dar vita a un progetto collettivo che ragioni sullo spazio e il suo cambiamento con il trascorrere del tempo.

Di seguito l’intervista ai due ideatori e curatori del progetto, Edoardo Manzoni e Giada Olivotto

Martina Matteucci: Cos’è e come nasce il progetto?                                                        

Edoardo Manzoni: Si tratta di un progetto di residenza artistica che avviene in un’antica cascina, risalente al Cinquecento,​ ​chiamata appunto: La Fornace. Con questo progetto invitiamo gli artisti a dialogare con l’architettura, il mutare dell’ambiente circostante e la sua variabilità climatica, essendo ogni sessione regolata dallo scandire di una specifica stagione dell’anno. Non si tratta di una residenza intesa come permanenza fissa nel luogo, diamo la massima libertà agli artisti di poter andare o restare a seconda delle loro necessità.

Giada Olivotto: Edoardo ha sempre raccontato di questo posto misterioso e magico dal quale proveniva, di come questo influisse nella sua pratica artistica e di quanto gli sarebbe piaciuto dare vita ad un progetto che coinvolgesse altri nell’ambiente della cascina Fornace. Abbiamo pensato che fosse giusto, per un contesto immaginifico come quello della cascina, che fosse il luogo stesso ad ispirare la struttura del progetto. Scandendo stagione per stagione abbiamo ricercato artisti che potessero essere coinvolti e che apprezzassero l’idea di lavorare sull’esposizione delle proprie opere in circostanze nuove rispetto a quelle classiche.

Sara Ravelli, Dog Days, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Sacha Kanah

Sara Ravelli, Dog Days, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Sacha Kanah

Andrea Bocca, Fendinebbia, 2018. Capitolo 2 (Autunno).  Photo: Andrea Bocca

Andrea Bocca, Fendinebbia, 2018. Capitolo 2 (Autunno). Photo: Andrea Bocca

MM: Come si organizzano le attività? C’è un programma che cambia a seconda della stagione?                                                             

EM: Cerchiamo di mantenere delle ricorrenze ad ogni sessione. Per esempio dopo una visita in cascina passeggiamo tra i campi e gli orti arrivando fino al fiume, accompagnati immancabilmente dai cani della zona. Anche il cibo è importante, non mancano mai torte fatte in casa o le abbondanti cene di mia mamma Mariella. I momenti conviviali sono fondamentali per capire le intenzioni e le aspettative degli artisti, dalle quali si sviluppa il taglio generale della mostra. Sul finire di ogni residenza viene scritta collettivamente una poesia di gruppo con il metodo surrealista del ”cadavere squisito”, dove emergono, seppur in modo ludico, le impressioni di ciascuno sull’esperienza vissuta. La poesia diventa l’unico testo legato alla rispettiva mostra.

GO: Ultimo momento ma di maggiore importanza è quello relativo alla documentazione. L’immagine, infatti, che l’artista decide di dare alla propria opera, integra sia il contesto abitativo che egli ha scelto sia il momento della giornata. La documentazione, che poi diventerà il documento fondamentale per la fruizione della stagione, è importante e spesso può accadere che la campagna ci ospiti lontano dalla città per più di una giornata.

MM: Come mai la scelta di pubblicare online i risultati della residenza e non permettere al pubblico di accedervi direttamente?                                                                

EM: La distanza, fra la residenza e il suo pubblico, ci permette uno svelamento lento di tutto il progetto. La deterritorializzazione della mostra, visibile unicamente online, fa si che il luogo possa svincolarsi dalla sua collocazione geografica lasciando che la documentazione dei lavori installati vada gradualmente a fare emergere anche le caratteristiche proprie dell’ambiente circostante.

GO: La documentazione va intesa come il raccolto della stagione in corso ed è infatti il punto d’arrivo: quello espositivo. La scelta di pubblicare il risultato online nasce dal presupposto che – oggi come oggi – è diventato semplicemente un altro modo di fruire l’arte. Non vi è nulla di diverso dal cercare informazioni riguardanti una mostra che non si potrà mai visitare per la distanza. È infatti forse proprio la distanza generata fra La Fornace e il pubblico, grazie all’utilizzo del web, che ci permette di costruire un immaginario personale su cosa sia la cascina, come funzioni ed esprimere anche dei desideri in tal proposito.

Giacomo Forlani, Non ci resta che piangere, 2018, Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Giacomo Forlani, Non ci resta che piangere, 2018, Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Federico Cantale, Semina zizzania, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Sacha Kanah

Federico Cantale, Semina zizzania, 2019, Capitolo 3 (Inverno). Photo: Sacha Kanah

MM: Sul sito è riportata solo una documentazione fotografica dei lavori degli artisti che hanno partecipato alla residenza. È sufficiente una fotografia per raccontare un lavoro? Quanto questo approccio condiziona l’artista nell’elaborazione del progetto finale?                                                     

EM: L’obiettivo della documentazione non è semplicemente quello di raccontare un lavoro tramite la fotografia. Il risultato finale è una fotografia costruita insieme agli artisti per legare in maniera indissolubile la loro opera, il contesto in cui viene inserita e il preciso momento della giornata che è stato scelto per documentarla. Per questo motivo abbiamo scelto di non lasciare spiegazione dei lavori, e di spiegare la mostra con una poesia di gruppo. Cerchiamo un tipo di sorpresa simile a quella di trovare un oggetto lungo un cammino, un oggetto che è in contrasto con il paesaggio ma che allo stesso tempo ne è entrato a far parte, un frammento che non sai bene spiegare ma è lì e la sua presenza evoca delle energie.

GO: Spesso ci confrontiamo con una lettura delle immagini che ci circondano che non corrisponde a ciò che abbiamo pensato nell’istante in cui vi siamo entrati in contatto. Ciò non significa però che la lettura sia sbagliata o che noi non la capiamo. La nostra scelta di non accompagnare il lavoro dell’artista tramite una descrizione deriva proprio dalla possibilità, e dalla speranza, di generare una lettura personale dell’opera d’arte immersa nel contesto scelto dall’artista.

MM: Si è appena concluso il terzo capitolo del programma Inverno. Come riassumereste questa esperienza fino a ora? Cosa è emerso?                                                       

EM: Quella invernale è stata una sessione intensa nella quale abbiamo lavorato sia all’esterno che all’interno degli spazi. Fotografando in parte di giorno e in parte di notte. La documentazione notturna, che non avevamo sperimentato fino ad ora, ha sovvertito le regole del gioco. Le opere e il paesaggio emergono come apparizioni dal buio.

GO: La possibilità di esperire nuovi linguaggi espositivi è indubbiamente importante nella costituzione di un percorso sia artistico che curatoriale. Avere l’occasione di poterlo fare, come per noi, grazie al supporto e all’aiuto di tutti gli artisti coinvolti nel progetto fino ad ora, ha reso La Fornace un importante punto di ritrovo e sperimentazione.

MM: Progetti futuri?                                            

EM: La primavera è iniziata e stiamo già lavorando con nuovi artisti, c’è tanta energia.

GO: In futuro qualcosa di nuovo potrebbe avvenire sicuramente perché la ricchezza e l’ospitalità della campagna non si possono dimenticare tanto in fretta.

Edoardo Manzoni, Autoprogettazione di una sedia-nido, 2018, Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Edoardo Manzoni, Autoprogettazione di una sedia-nido, 2018, Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Stefano Meli, Schiere di fotoni corrono nel vuoto 2018. Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Stefano Meli, Schiere di fotoni corrono nel vuoto 2018. Capitolo 1 (Estate). Photo: Paolo Brambilla

Ludovica Anversa, Fulva testa, 2018, Capitolo 2 (Autunno). Photo: Andrea Bocca

Ludovica Anversa, Fulva testa, 2018, Capitolo 2 (Autunno). Photo: Andrea Bocca

Alessandro Polo, Per un amico, 2018, Capitolo 2 (Autunno). Photo: Andrea Bocca

Alessandro Polo, Per un amico, 2018, Capitolo 2 (Autunno). Photo: Andrea Bocca

Davide Dicorato, Untitled (l’uomo non è il solo ad avere memoria, le pietre ricordano, la terra ricorda), 2018

Davide Dicorato, Untitled (l’uomo non è il solo ad avere memoria, le pietre ricordano, la terra ricorda), 2018