Let’s be honest, the weather helped, 1998/2006-7 – 17 digital prints © The artist – Courtesy Anthony Reynolds Gallery London,  
Galerie Sfeir-Semler (Hamburg/Beirut), Paula Cooper Gallery (New York)
Civilizationally, we do not dig holes to bury ourselves, 1958-59/2003 – 24 digital prints 
© The artist – Courtesy Anthony Reynolds Gallery, London, Galerie Sfeir-Semler (Hamburg/Beirut),
Paula Cooper Gallery (New York)
© Stefan Altenburger Photography Zürich / Kunsthalle Zürich
Scratching on Things I Could Disavow, 2010 © the artist
Courtesy Galerie Sfeir-Semler (Hamburg/Beirut)
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Cara Elena,
asimmetrici sono i luoghi, asimmetrici i contesti, asimmetrici gli orizzonti e gli esiti. La personale di Walid Raad “Miraculous Beginnings” è ospitata nello storico e centrale Museum Bärengasse ed è organizzata dalla Kunsthalle Zürich, mentre la collettiva “Unter Storm – Kunst und Elektrizität” (Live Wire. Art and Electricity)
alla Shedhalle è allestita negli spazi periferici della Rote Fabrik.

La mostra di Walid Raad presenta una visione esaustiva degli ultimi 20 anni di ricerca dell’artista libanese. Un posto centrale occupa nell’esposizione il quindicennale progetto ”The Atlas Group” che ha segnato decisamente sia la carriera di Raad, sia tutto un consistente filone artistico di produzione e ricerca: quello del ricorso al materiale d’archivio e ai temi del vero, falso e verosimile e del rapporto tra storia e finzione. (Io non sono certo immune dalla fascinazione per l’argomento, tutt’altro! Ma sono certa che se ne sia e se ne stia abusando depauperandone le ragione iniziali e trasformandolo  in puro esercizio sterile e vacuo). ”The Atlas Group” è oggi un progetto chiuso da ben 7 anni, durante i quali l’artista non è rimasto a guardare ancora il passato, ma si è dedicato a scrutare l’orizzonte del presente per ipotizzare un immaginario futuro. (Gli artisti dovrebbere fare questo, parlare del oggi, creando immagini e quindi immaginari futuri, no?!). Il risultato è ”Scratching on Things I Could Disavow: A History of Art in the Arab World” un altro progetto composito, ancora assolutamente in divenire, nel quale Raad analizza la crescente presenza di infrastrutture dedicate all’arte contemporanea nei paesi del Medio Oriente (il paradigma è Saadiyat Island ad Abu Dhabi su cui sorgono il Guggenheim Abu Dhabi Museum di Frank Gehry, l’Abu Dhabi Louvre Museum di Jean Nouvel e il Performing Arts Centre di Zaha Hadid). La questione centrale è come e in che misura la presenza di questo genere di spazi, di questi contenitori, influenzi la ricerca e la produzione artistica ed in senso piú ampio, l’Arte nei paesi del Medio Oriente.
Ecco Walid Raad è un artista che stimo perchè non si è arenato sugli scaffali e nei cassetti degli archivi, veri o presunti che siano, ha trovato l’uscita dal labirinto della dicotomia vero\falso e dopo aver utilizzato questi temi per parlare di guerra e discriminazione, di religione e conflitti sociali, non ne ha fatto un manierismo. Con il suo ultimo progetto sta guardando al futuro dell’Arte senza perdere tempo con inutili e scontate elucubrazioni incentrate soltanto sul sistema dell’arte.
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Hörner / Antlfinger: Dream Water Wonderland, 2010 (Still)
Karl Heinz Jeron: Fresh Music for Rotten Vegetables (photo: KH Jeron)
 Party Manual (Marina Belobrovaja, Frank Landes, Valentin Altdorfer) CH: Party Manual (photo of event)
 Clemens Winkler (D): Sense of Orientation, 2011 (photo: C. Winkler)

L’esposizione “Unter Storm – Kunst und Elektrizität” è una mostra che viene dal passato e si impantana sul suo proprio tema, dimostrando (se mai ce ne fosse ancora bisogno) come il binomio Arte e Scienze sia propizio per sciagurati esiti, oscillanti tra la dimostrazione scientifica da scuole medie e il puro decorativismo. Lo spunto per tematizzare il rapporto tra Arte ed Elettricità – e relative sottofiliazioni: energie rinnovabili, iperdipendenza dell’occidente dall’elettricità, misteri della corrente elettrica –  sono stati la fuoriuscita radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima e il recente 25mo anniversario dell’incidente di Tschernobyl. Le scelte dei curatori sono prevalentemente locali, se si esclude Jiulieta Aranda, e davvero intercambiabili con ogni artista che negli ultimi 15 anni si sia avvicinato al tema. Le opere coprono diversi spettri dell’argomento: installazioni elettrochimiche per l’elettrolisi, indagini su Nikola Tesla (immancabile), metodi alternativi per alimentare strumenti musicali basati su frutta e verdura marcescenti, dispositivi complessi per accendere e far suonare una discoteca alimentati dall’energia muscolare prodotta pedalando o correndo dentro una grande ruota (come quella dei criceti), fino al ricorso al pubblico come vera e propria cavia sottoposta a leggere scosse elettriche per animare una partitura in alfabeto Morse. E tutto questo nel paese di Roman Signer!

Un saluto da Zurigo!
 

Francesca di Nardo