OG Studio photo Francesco Ferri

Oscar Giaconia Studio photo Francesco Ferri

OG Studio photo Francescxo Ferri

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Oscar Giaconia
INTRO

“E all’inizio c’è la e”, scrisse Jaques Derrida in “Et cetera”.

Leggere penso sia questa concatenazione macchinica di E-E-E-E senza fine, dove è il verbo essere ad essere bandito. Si studia desiderando, possibilmente alla guida di una distopica macchina da guerra atta a veicolare le proprie rappresaglie e incursioni senza centro tra libri, autori e mondi. Differisco e dimentico quasi sempre l’oggetto delle mie ricerche, così disapprendendole mi costringo ogni volta a disseppellire, rivedere e contraddire quanto appreso.
In genere detesto la testualità di qualsiasi testo. Per quanto grande, fatalmente rivelatore o illuminante che sia, mi illudo sempre che la sua sintassi insorga e collassi sotto miei occhi affinché  il testo si faccia testa-teschio-testicolo-testuggine. Carapace corazzato per proteggere e contenere una mia certa incontinenza per l’archiviazione e la tassonomizzazione dell’impossibile. E’ una solipsistica precessione di godimento sul desiderio quello che mi spinge a macchinare studiando.

Quali libri sono stati o sono in questo momento fondamentali per la tua ricerca?

Sono terrorizzato alla sola idea di stilare alcunché sappia di tascabile compilation privata, sarei il primo a disinteressarmene. La preferenza è agli antipodi della conoscenza, per quel che mi riguarda equivale ad un ronzio opinionista. Sono troppi e tutti a loro modo decisivi i libri accumulati, macellati e maltrattati nel tempo. Come la maschera di Leatherface ognuno ha concorso a tappezzare l’immaginario patologico a cui appartengo. Forse uno su tutti è quel piccolo miracolo filosofico-biologico scritto da Jakob von Uexkull: “Ambienti animali e ambienti umani”.

C’è un libro che consiglieresti a un altro artista?

Lo sconsiglierei. Ogni giorno siamo già abbastanza consigliati.

Come e quando si inserisce il momento della lettura nella tua pratica?

Ogni lettura è un incontro. Ne conservo memoria attraverso  la pratica scatologica della deiezione scritta ed evacuata su carta. Carta che è in realtà qualcosa di simile all’incontro fortuito tra un grande rotolo di carta da culo, carta oleata da macellaio e una scatola nera. Chiamo placentario questo rotolo di appunti, cisterna cartilaginea da riempire attraverso tutta una scarica fecale di prelievi, macerie, coaguli, scarabocchi, furti, plagi necessari, fraintendimenti raccolti nel vagabondare senza centro delle letture che attraverso.

Photo Francesco Ferri

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Rubrica seguita da Lisa Andreani —