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RAINFOREST | Intervista a Francesco Fonassi

[nemus_slider id=”61573″] In occasione di una serie di appuntamenti che lo vedono come protagonista,   Francesco Fonassi è stato intervistato da Daniela Zangrando. Lo scorso novembre, l’artista era a Base (Firenze) e al Bunker  di Torino con Villa Recordings crew. Il 10 dicembre a Localedue (Bologna) l’artista presenterà “Ultradiana III”, mentre il 13 dicembre al […]

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In occasione di una serie di appuntamenti che lo vedono come protagonista,   Francesco Fonassi è stato intervistato da Daniela Zangrando.
Lo scorso novembre, l’artista era a Base (Firenze) e al Bunker  di Torino con Villa Recordings crew. Il 10 dicembre a Localedue (Bologna) l’artista presenterà “Ultradiana III”, mentre il 13 dicembre al Careof (Milano) – in occasione di CINEMODERNO, progetto che indaga la relazione fra immagine in movimento e performance – Fonassi presenta “Ultradiana_IV”.
Ultradiana ha origine da una serie di registrazioni su nastro magnetico che raccolgono materiali per improvvisazioni vocali su schemi effettuate all’interno dei parcheggi sotterranei di Villa Borghese a Roma, progettati nel 1966 dall’architetto Luigi Moretti e che grazie alla configurazione e conformazione delle sue cupole godono di un effetto acustico singolare e poliritmico. I materiali subiscono una serie di trattamenti elettronici e vengono riprodotti in lunghe esecuzioni dal vivo dove acquistano diversi caratteri di setting e figure sonore a seconda del luogo dedicato di volta in volta all’ascolto. Originariamente ideato come atto di 12 ore, a Localedue a Bologna e, in occasione di CINEMODERNO, Ultradiana si presenta in una versione ridotta. Ultradiana apre uno spazio di condizionamento corale e rituale: attraverso la voce riporta ad uno stato di coscienza alterata che interroga sulla funzione evolutiva e linguistica dello spazio sonoro.

Daniela Zangrando: Quando lavoravo con Alberto Garutti capitava che ci sedessimo al pianoforte per suonare. Abbozzavamo qualche aria famosa e dopo poco finivamo a chiacchierare di musicisti, tonalità, lezioni di solfeggio. Divagavamo.
Ripeteva, ogni volta, che “solo la musica ci può salvare”. Se anche fosse solo una frase ruffiana e retorica, non è sicuramente dimenticabile. Si è stampata in testa e torna a galla quando penso, più che al tuo lavoro, al tuo atteggiamento.
Da quando ti conosco, sei in perenne stato di ascolto. Credo sia una disposizione, una venatura.

La prima cosa che vorrei chiederti riguarda proprio il suono. Come circoscriveresti con una parola la tua ricerca sonora?

Francesco Fonassi: Ci provo con tre: diversiva, falsa, sola.

DZ: Spiegati meglio.

FF: Avrei voluto dire stoica e pure sacra, qualche tempo fa immaginavo di poterlo dire. Ma da un paio di anni l’invenzione mentale, la pratica sul campo, la latenza e l’assenza dei miei gesti mi hanno riportato indietro nel mio percorso a quando l’isolamento, la noia e la reazione al peso insormontabile del tutto prima e dopo di noi erano al centro del mio fare.

DZ: Quando hai iniziato a tendere l’orecchio? E qual è quello che consideri il primo lavoro sonoro?

FF: Da sempre, da quando suonavo da piccolo alle cene in famiglia senza saper veramente suonare. Mi ascoltavo e pensavo: “Non so suonare, perché applaudono?”
Quando elettrificavo barattoli di latta e lastre di vetro e imbottigliavo microfoni e suonavo per ore praticamente con qualsiasi cosa, continuavo a pensarlo. E continuo a pensarlo ora: non so suonare, ma so ascoltare, so adattarmi. Studiare è semplice, più che imparare a riconoscere l’incapacità o la mancanza di disciplina e scegliere di cambiare rotta, di regolamentare questa tendenza. Da quando ho iniziato a registrare, a comporre e generare sonorità con cognizione di causa, le cose sono un po’ cambiate.

DZ: Potremmo dire che il centro della tua ricerca è legato alla sonorità. Come il suono definisce uno spazio?

FF: Ti racconto una cosa un po’ privata. Spero di non fare brutta figura o darti un’idea sbagliata perché sarebbe un fraintendimento poco pertinente. L’ultimo sabato di novembre abbiamo suonato insieme agli amici di Villa Recordings al Bunker di Torino. Ho eseguito una versione ridotta e più musicale di Ultradiana, dopo Roma e Firenze dove le sessioni di ascolto erano state invece di carattere più esteso.
Verso le tre del mattino Alessandro mi accompagna all’interno di un vero bunker antischeggia, tunnel sotterraneo scavato nella terra e scandito dal cemento armato. Sono sotto l’effetto di alcune sostanze, iniziamo a mandare segnali con la voce e il tunnel le fa risuonare in modo spiazzante: precedono e anticipano con facilità, le armoniche si accumulano fino a farmi perdere l’orientamento. È un tunnel lineare, ma complesso. Ci torniamo in sette – credo fosse dopo le cinque – ad esplorarlo di nuovo, e di nuovo le voci. Intono diverse sferzate ad altissimo volume e tutte le altre si accordano vicendevolmente. Sembra sustained pièce di John Stevens. Ma più vero.
Chiudo gli occhi, le voci sono ancora tutte li, assordanti. Apro gli occhi ed è buio, non c’è più nessuno e non ho modo di uscire. Dopo qualche istante di panico vedo un bagliore più in là e Gabrio, che come me è rimasto indietro, fortunatamente ha con sé un telefono con cui poter insieme uscire e tornare a sentire Laura che sta ancora mettendo dischi: gli altri stanno già ballando, dicono, da diversi minuti.
Ecco come lo definisce.

Francesco Fonassi Ultradiana,   2016 Listening settings,   Bunker,   Torino
Francesco Fonassi Ultradiana, 2016 Listening settings, Bunker, Torino

DZ: Ultradiana* proviene da un altro pianeta. Non so bene se sia spuntato da quell’angolino di Marte che si pensa prima o poi di poter abitare o se esca direttamente da uno degli incubi ad occhi aperti di Philip Dick.
Tu sai da dove arriva?

FF: Arriva sicuramente dal sottosuolo. Fisico, terreno, anche troppo terreno. Non è estraneo alla pelle, a tal punto da reagirvi per somiglianza. É come un processo chimico incompiuto che non ha infine condotto a nessuna vera trasformazione, a nessun cambio di stato. Forse mette timore, ma per me è assolutamente ragionevole. Ruota su se stesso senza mai perdere il centro. Mi piacerebbe che lo si ascoltasse tutti seduti vicinissimi senza mai guardarsi negli occhi, per lungo tempo. Ogni tanto si potrebbe sfiorare la spalla del vicino per essere sicuri di non essere rimasti soli.

DZ: Sei sicuro sia una performance? Credo tu ne stia riducendo l’ampiezza.

FF: In effetti lo sto presentando cinque volte in cinque contesti parecchio diversi. Diverse le durate, le condizioni luminose, diverso io. La performance vera in fondo è stata quella di Letizia e Carlotta, nel parcheggio di Moretti sotto Villa Borghese. L’unico ad avervi assistito sono io, e questo mi piace. Forse questa distanza e questo spostamento percettivo, questa sottomissione a posteriori che falsifica e che tradisce ha a che fare fortemente con la performance oggi – che sembra invece essere solo intesa come forma di lecture intelligente ma anche un po’ furba, come teatro contemporaneo, come tribuna relazionale o come circo dell’oppresso.
A quali gerarchie debba rispondere o a quali regole sottostare questo lavoro in particolare o altri, non lo so ancora. Preferisco perdermi nei materiali, nei momenti residui delle notti in cui lavoro e poi dare una possibilità a qualsiasi forma riconoscibile di manifestarsi. Non giova sicuramente alla mia professione, ma non posso fare altrimenti per ora.

DZ: Ascoltando gli estratti di Ultradiana che mi hai girato, mi sono trovata a fare lo stesso pensiero di qualche mese fa quando, in diretta streaming, ho seguito i diversi appuntamenti di Rationabiles Tubas, o Guarigione.
In entrambe le occasioni, ti sei avvalso di collaborazioni e in qualche modo hai intersecato il tuo campo sonoro con quello delle persone chiamate a confrontarsi con te. Hai lavorato con delle performer per Ultradiana, e, in Guarigione, oltre a realizzare un tuo intervento sonoro, hai a tua volta “commissionato” degli interventi.
Eppure, sia in un caso che nell’altro, si profila netta, subito, una sensazione di sconfinato isolamento. C’è un nucleo compatto e ossuto, solo, tutt’uno con il suono. In un pensiero vasto e desertico. Tuo.

FF: Ossuto è un termine che hai usato un’altra volta qualche anno fa.
L’osso è una riduzione epica, che si contrappone all’abbondanza dell’amplificazione significante, della sua riproduzione. In francese si dice “c’è un osso” per dire “c’è un ostacolo”. In italiano l’osso è ciò che è essenziale. La pietra invece, che forse nella prosa sudamericana richiama la stessa figura, racconta l’atto del circoscrivere, del cingere, ma non dell’ostacolare.

De Andrade scriveva così:

[..]
No meio do caminho tinha uma pedra
tinha uma pedra no meio do caminho
tinha uma pedra
no meio do caminho tinha uma pedra **
[..]

La contrapposizione tra il tutt’uno sonoro e il pensiero che dici vasto e desertico è questo incontro, è ridursi su questa pietra, ma è anche la pietra stessa come ostacolo. Il confronto è un punto fermo del mio lavoro, e sono pochi infatti i lavori che ho vissuto solo, da e per me stesso dall’inizio alla fine. É difficile perché ti manchi. È come fratturarsi quell’osso: rende deboli ma presenti. (Forse questa era la metafora che avevi usato anni fa, parafrasando Agamben).

Francesco Fonassi Ultradiana,   2016 Recording location,   Villa Borghese underground parking lot,   Roma. Photo credits Francesco Demichelis
Francesco Fonassi Ultradiana, 2016 Recording location, Villa Borghese underground parking lot, Roma. Photo credits Francesco Demichelis

DZ: Non mi piace pensare all’arte come ad un campo teoretico. Preferisco sia un campo di battaglia, in grado di confermare e ribadire una presa sull’oggi. Una presa solida.  I tuoi lavori riportano echi di guerriglie contemporanee. Riescono a contenere anche i pensieri più atroci che si fanno quotidianamente, battito di ciglia dopo battito di ciglia.
A cosa stai guardando? Verso cosa ti rivolgi?

FF: Guardo indietro, voglio regredire e voglio che il mondo regredisca insieme.
Urliamo fonemi privi di senso compiuto, percuotiamo pelli di bue, soffiamo dentro a corni da caccia, scambiamoci materie prime, danziamo intorno a un fuoco enorme, facciamo l’amore almeno una volta al giorno. Smettiamola di firmare documenti, di farci fotografare, di rubare ai poveri e di contaminare la terra, anche la nostra. Se dobbiamo schiantarci con una parte di mondo che ci sfrutta e che odiamo, dobbiamo decidere noi dove e quando sarà il campo di battaglia.
I miei lavori in fondo inneggiano a questo tipo di guerriglia, anche se in modo tutt’altro che diretto.

DZ: Riesci a vivere del tuo essere artista?

FF: Meglio di cinque anni fa.

DZ: E cosa vuol dire per te essere artista? Quali le contraddizioni?

FF: Vuol dire in primo luogo affrontarne le contraddizioni, cercare incessantemente un diversivo, una soluzione e una serie di strategie con cui inventare il proprio stare al mondo. Recentemente non ti nego che il mio lavoro si è un po’ chiuso in se stesso rispetto a qualche anno fa. Questo mi preoccupa, perché credo fortemente nel potere delle arti. Ma le cose, per me, si sono complicate, e mi serve tempo per scegliere nuove direzioni. Serve tempo, e anche questa è una contraddizione.

DZ: Da poco più di un anno sei diventato padre. Come è cambiato il tuo sguardo sull’arte? Sulla tua pratica?

FF: Tengo molto alla trasmissione di un’essenza, di una durata, di un atteggiamento a mia figlia. So anche che forse mi assimilerà in modo unico e personale, senza agire necessariamente secondo affinità di pratiche, di pensiero e di vita. Sono cambiate alcune priorità, alcune prassi. La controindicazione è la perdita di interesse verso tante cose, essendo lei il nuovo centro del nostro giorno ed essendo certamente più bella e interessante.

DZ: Lasciami con un ascolto. Che possa salvarmi.

FF: Cerca Rainforest di David Tudor. Un grande classico.

Poi ti lascio con un mix direi ”ultradiano” di Oscar Olias, amico ospite da anni in Villa a Brescia per la nottata natalizia, quest’ anno il 16 dicembre. E dopo qualche ora avrai l’impressione di esserti salvata. https://soundcloud.com/derwinzige/sog-radio-the-soft-morning-set

* Il primo capitolo di Ultradiana è stato proposto per la prima volta tra gli eventi di Fuori Quadriennale alla Fondazione Memmo, Roma, a cura di Francesco Stocchi.

Il prosieguo del progetto è stato presentato il 24 novembre a Base-Progetti per l’arte (Firenze) e il 26 novembre a Bunker (Torino).

** [..]

In mezzo al cammino c’era una pietra

c’era una pietra in mezzo al cammino

c’era una pietra

in mezzo al cammino c’era una pietra.

[..]

Francesco Fonassi Ultradiana,   2016 Recording location,   Villa Borghese underground parking lot,   Roma. Photo credits Francesco Demichelis
Francesco Fonassi Ultradiana, 2016 Recording location, Villa Borghese underground parking lot, Roma. Photo credits Francesco Demichelis