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Testo di Mariacarla Mole

È in corso al PAV di Torino fino al 15 Aprile Proibitissimo, un progetto della regista Irene Dionisio, nato da una ricerca corale sulla censura nella storia del cinema italiano, che si è tradotto nel lavoro Il mio unico crimine è vedere chiaro nella notte.
Il film, un’installazione monocanale della durata di 19’, nasce come re-enacting di scene, dialoghi e intere sequenze dichiarate “contrarie al buon costume” dall’ultimo comma dell’articolo 21 della Costituzione Italiana.

Il primo passaggio nel lavoro di ricerca per la costruzione del film è stato quello di rintracciare un arco temporale che potesse circoscrivere un certo tipo di censura cinematografica. Come date limite sono state rintracciate il 1952 e il 1998, rispettivamente l’uscita di Umberto D. di Vittorio De Sica e di Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, due casi celebri che definiscono nel tempo un certo tipo di censura cinematografica in Italia, che vedeva il cinema come mezzo privilegiato per restituire l’immagine di un Paese, e un sentire comune, nonché un dispositivo capace di influenzare e orientare i cittadini.
A proposito di Umberto D. è diventata celebre la frase pronunciata da Andreotti “I panni sporchi si lavano in famiglia”, riconducendo una questione di fatto cinematografica alla gestione politica del potere. Un mondo che pare lontano e perduto e che in qualche modo si chiude, non per estinguersi ma per uscirne mutato, con Totò che visse due volte, ultimo caso eclatante di censura, accompagnato da una nuova consapevolezza che avrebbe visto nel 2016 l’approvazione della legge Franceschini sul cinema e l’audiovisivo. La scelta di un montaggio con andamento cronologico ripercorre le tracce dell’evoluzione di un certo senso del pudore e problematizza la percezione di cosa sia stato considerato proibito nel corso degli anni. L’infilata di scene, che scorrono una nell’altra in un lungo piano sequenza, diventa un flusso di coscienza all’interno di un sentimento collettivo, attraverso gli snodi e le inversioni, si definisce all’interno di quattro macro-aree: violenza, sessualità, religione e politica.

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La questione che si pone in mostra non è cosa oggi possa dirsi proibito e quindi passibile di censura, ma chi sia il soggetto che stabilisca il criterio di scabrosità o irregolarità, e come questo si plasmi su una normatività soggettiva, per quanto comunemente accettata.
Il film nel titolo evoca il veder chiaro, in controtendenza a un’immagine canonica della censura che richiama piuttosto l’occlusione della vista e l’oscurità, in questo senso si vuole riconoscere alla pratica censoria la paradossale lungimiranza dell’aver riconosciuto alle immagini una forza che il tempo avrebbe prima o poi svelato con un rinnovato lucore. Quelle immagini rimaste in ombra negli anni hanno da sempre parlato al e del futuro, e nessun taglio della pellicola ha potuto mettere in sordina quell’urlo, che giunge a noi con una potenza inalterata.

In questo senso gli spazi spogli e abbandonati dei Poveri Vecchi a Torino, un tempo ospizio, che hanno fatto da set alle riprese del film, adattati con elementi minimi di scenografia, diventano simbolo di un cinema che vuole restituire una carica politica alle immagini, e vuole darsi il ruolo di riattivare un rimosso collettivo, di intervenire dove l’andamento storico dei fatti non ha garantito una sedimentazione, gettando le basi per una ritrovata consapevolezza. Le immagini di film divenuti cruciali nella storia del cinema italiano ci arrivano epurate e disattivate dalla loro carica scandalosa e, nella ricostruzione che ne fa la regista, si riesce a mettere in atto un sofisticato esercizio brechtiano, in cui la finzione viene svelata e l’incanto spezzato, cedendo il passo a una profonda consapevolezza.

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La mostra ripercorre esattamente questo gioco di riflessi tra realtà e finzione, mettendo in scena gli strumenti usati per la realizzazione del film, elementi dei materiali dei set, fotografie di scena, still frames dal video, un making of e uno storyboard del film e un’audio-installazione che ripercorre l’apparato sonoro originale delle scene del film nella stessa sequenza.
La scelta di riattivare le scene e riaccendere l’attenzione su ciò che era stato oscurato, e di farlo attraverso la stesura di un soggetto, la costruzione di una sceneggiatura, la scelta dei luoghi, e la selezione di un cast, nonché un lavoro di raccolta dei materiale e lo sforzo di formare e costituire in loco un gruppo di lavoro eterogeneo ribadisce l’appartenenza del lavoro di Irene Dionisio alla scuola del documentario scritto.
La mostra riesce a riflettere la complessità di un processo che si dà come osservatorio di ricerca e lavoro in progress che, prese le mosse da un terreno circoscritto nello spazio e nel tempo, spinge la riflessione sulla censura alla dimensione più intima e personale dell’autocensura.

In un’epoca che ci sovraespone all’immagine che diamo di noi stessi, la pratica sottrattiva della censura che forma può avere? Cosa siamo soliti omettere nel dare una certa immagine di noi stessi?
Potrebbero essere solo le prossime due domande di Proibitissimo.

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