La 57esima edizione della Biennale di Venezia è iniziata. ATPdiary vi propone una selezione di padiglioni che vi consigliamo di vedere!

Padiglione Francese | Artista: Xavier Veilhan. Curato da Lionel Bovier e Christian Marclay

Il padiglione francese ai giardini è curato da Lionel Bovier e Christian Marclay e ospita il lavoro di Xavier Veilhan (1963), intitolato Studio Venezia. Per l’occasione l’artista trasforma il padiglione francese in uno studio di registrazione in cui più di cento musicisti internazionali verranno a lavorare e registrare di fronte agli spettatori. Il visitatore diventa quindi testimone diretto del lavoro in atto, nonché del processo compositivo che ne sta alla base, prendendo conoscenza di un processo altrimenti nascosto al fruitore musicale. Il lavoro consiste anche nella creazione del sito www.studio-venezia.com che consente di seguire ciò che succede offrendone una fruibilità digitale. Per tutti i sei mesi della Biennale 15 microfoni registreranno ogni suono prodotto, prolungando l’esperienza dell’opera anche al di là del contesto veneziano tout court.

Padiglione Francese | Artista- Xavier Veilhan. Curato da Lionel Bovier e Christian Marclay

Padiglione Francese | Artista- Xavier Veilhan. Curato da Lionel Bovier e Christian Marclay

Padiglione austriaco | Artisti: Brigitte Kowanz e Erwin Wurm. Curato da Christa Steinle

Ai giardini, il padiglione austriaco è curato da Christa Steinle e presenta i lavori di Brigitte Kowanz (1957) ed Erwin Wurm (1954). Kowanz crea sculture luminose per estendere il concetto di immagine in termini di immaterialità: si tratta di oggetti, installazioni, spazi e architetture luminosi. Al contrario, Wurm è molto interessato alla materialità come sintomo di scultura, utilizzando la performance come dispositivo con cui trasformare opere d’arte in forme d’azione ed trovando un’estensione della scultura nei media. Wurm crea così performance e installazioni scultoree, sculture spaziali e architettoniche. I due artisti hanno in comune l’interesse per la relazione tra immagine/scultura e architettura. In occasione della Biennale, il padiglione austriaco diventa allora uno spazio di metamorfosi architettoniche, in cui lo spettatore – che le vive – diventa elemento fondamentale per l’esistenza stessa dell’opera.

Brigitte Kowanz – Shift, 2016 (Objekt : Object – LEDs, Spiegel : LEDs, Mirror – B 70 cm, L 70 cm, H 70 cm – Photo- Tobias Pilz – © Bildrecht, Vienna 2017)

Brigitte Kowanz – Shift, 2016 (Objekt : Object – LEDs, Spiegel : LEDs, Mirror – B 70 cm, L 70 cm, H 70 cm – Photo- Tobias Pilz – © Bildrecht, Vienna 2017)

Padiglione Belga | Artisti: Dirk Braeckman. Curato da Eva Wittocx

Presentando solo lavori nuovi, l’artista Dirk Braeckman (1958) rappresenta il padiglione belga curato da Eva Wittocx. Nelle sue fotografie l’artista crea un mondo isolato e tacito in cui combina tangibilità e apparenza, distanza e intimità. Senza raccontare niente di esplicito, ma rendendo il tutto estremamente suggestivo, Braeckman indaga il concetto stesso di immagine fotografica e sfida la sua illusorietà, sperimentando con texture e materiali. Giocando con gli effetti di sovra- e sotto-esposizione, le immagini trascendono il momento della “cattura” e hanno come soggetto l’ambiente strettamente vicino all’artista. Per il padiglione belga l’artista crea una nuova serie di foto monumentali che prendono la forma della sua stessa architettura.

Padiglione Belga | Artisti- Dirk Braeckman. Curato da Eva Wittocx

Padiglione Belga | Artisti- Dirk Braeckman. Curato da Eva Wittocx

Padiglione danese | Artista: Kirstine Roepstorff

Ideato dall’artista visiva Kirstine Roepstorff, il progetto di mostra influenza. theatre of glowing darkness ci sfida a concepire l’oscurità come una forza positiva in grado di guarire, trasformare e rafforzare. Per dare nuova vita al nostro futuro. La mostra si concentra sulla metamorfosi che intercorre tra l’annichilazione di ciò che si conosce e l’accettazione del nuovo.“Utilizzando il padiglione stesso come una forma scultorea, l’artista ne ha ripensato la struttura architettonica, alterandone i confini preesistenti affinché mediassero con il suo intervento nell’ambiente circostante. Smantellando fisicamente ogni confine dell’edificio, il territorio nazionale demarcato dal padiglione si apre all’esterno: finestre e sezioni di mura sono rimosse per eliminare ogni barriera tra dentro e fuori, cultura e natura, arte e mondo. Ri-progettando il giardino circostante affinchè esso riemerga e si insinui negli spazi della galleria adiacente, Roepstorff ha riconcepito il padiglione come un luogo di rigenerazione, che preannuncia gli albori di una nuova era”.

Padiglione danese | Artista- Kirstine Roepstorff

Padiglione danese | Artista- Kirstine Roepstorff

Padiglione tedesco | Artista: Anne Imhof. Curato da Susanne Pfeffer

Il padiglione tedesco è rappresentato quest’anno da Anne Imhof (1973), che interviene con una serie di performance che vogliono indagare il tema del corpo nel mondo capitalistico, osservando come questo diventi oggetto e quindi completamente dipendente dal denaro, se non sua stessa proiezione. L’individuo-oggetto si ripiega su sé stesso ed è cos’ che emerge il tema della masturbazione come privazione del contatto con l’altro… i performer si esibiranno all’interno del padiglione da cui possono essere visti attraverso i vetri delle pareti, “Il vetro divisore crea distanza e autopercezione, un consapevolizzarsi dell’osservazione. Gli sguardi si incontrano, ma non nasce una comunicazione”. Noi spettatori rimaniamo tali e non diventiamo parte dell’azione, ma riflettiamo su questa a distanza. “Nel capitalismo il domino del denaro è assoluto. Come nel Faust, vogliamo vendere qualcosa che neanche c’è. Non c’è l’anima, non ci sono le merci dell’economia finanziaria e, ciononostante, anzi, proprio per questo, il sistema funziona. Soltanto nell’unione in un gruppo di corpi e nell’occupazione dello spazio si può formare la resistenza. Sulle balaustre e sulle recinzioni, sul fondo e sul tetto, gli interpreti della performance occupano lo spazio, la casa, il padiglione, l’istituzione, lo stato”.

Padiglione tedesco | Artista- Anne Imhof. Curato da Susanne Pfeffer

Padiglione tedesco | Artista- Anne Imhof. Curato da Susanne Pfeffer

Padiglione britannico | Artista: Phyllida Barlow. CUrato da Harriet Cooper e Delphine Allier

Curato da Harriet Cooper e Delphine Allier, il padiglione britannico è rappresentato quest’anno dall’artista Phyllida Barlo (1944), conosciuta soprattutto per i suoi progetti-scultura colossali realizzati con materie povere, come compensato, cartone, plastica, cemento, tessuto e pittura. Il tema principale del suo lavoro è capire e indagare la relazione tra le opere e lo spazio che le contiene. L’artista parte dal ricordo di oggetti familiari per arrivare ad un lavoro caratterizzato dalla sua presenza fisica tradotta in materiali manipolabili in modo diretto e concreto.

Padiglione britannico | Artista- Phyllida Barlow. CUrato da Harriet Cooper e Delphine Allier

Padiglione britannico | Artista- Phyllida Barlow. CUrato da Harriet Cooper e Delphine Allier

Padiglione messicano | Artista: Carlos Amorales. Curato da Pablo Leon de la Barra

Carlos Amorales e Pablo Leon de la Barra, rispettivamente artista e curatore del Padiglione Messicano, rispondono all’entusiastica celebrazione di Viva Arte Viva, con Life in the folds - dall’omonimo romanzo di Henri Michaux -: un tentativo di opera d’arte totale che invita a individuare la poesia del reale nelle pieghe, nelle rotture, negli interstizi della vita, in continua tensione tra astratto e concreto. I diversi linguaggi formali accompagnano un’installazione composita in cui concorrono tanto le arti visive quanto la grafica e l’animazione, il film quanto la musica, la letteratura e la performance. L’archetipo delle forme astratte in mostra è in apertura: accoglie lo spettatore un dipinto dalla serie El esplendor geomètrico. Così, a seguire, i caratteri di un alfabeto criptato diventano tridimensionali: la loro forma suggerisce quella dell’ocarina, strumento a fiato che fa perdere ai glifi la loro funzione tipografica per diventare fonetica, una volta interpretata da un ensamble. Il film d’animazione La aldea maldita - il villaggio malato -, invece, conclude lo spazio del padiglione approfondendo i linguaggi di una famiglia di migranti linciati all’arrivo in una città straniera. Un percorso in cui lo spettatore dovrà riconoscersi nel conflitto del reale attraverso, letteralmente, nuovi vocabolari e linguaggi.

Padiglione Messicano | Artista: Carlos Amorales. Curato da Pablo Leon de la Barra

Padiglione messicano | Artista: Carlos Amorales. Curato da Pablo Leon de la Barra

Padiglione olandese | Artista: Wendelien Van Oldenborgh. Curato da Lucy Cotter 

La critica all’attuale tendenza ad utilizzare la biennale come vetrina per la rappresentazione nazionale, diventa il motivo per cui il Padiglione Olanda di Gerrit Rietveld è la proiezione dei Paesi Bassi. Cinema Olanda è il risultato di una collaborazione più ampia tra l’artista Wendelien va Oldenborgh e Lucy Cotter, mirata a creare una nuova iconografia nazionale tra arte, contesto sociale e cinematografia d’architettura. Tre opere filmiche raggiungono questo risultato attraverso il racconto degli aspetti dimenticati della storia fiamminga moderna. Cinema Olanda (2017, 15 minuti), Prologo: Squat/AntiSquat (2016, ciascuno da 17 minuti) e Footnotes to Cinema Olanda (2017), si proiettano attorno ad una installazione architettonica site-specific che piacevolmente rieccheggia i contenuti. In un orgoglioso intento corale, tutti assieme cercano di mettere alla prova quella visione di unità e trasparenza presentata nel Padiglione.

Padiglione olandese | Artista: Wendelien Van Oldenborgh. Curato da Lucy Cotter

Padiglione olandese | Artista: Wendelien Van Oldenborgh. Curato da Lucy Cotter

Padiglione Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia) | Artisti: Siri Aurdal, Nina Canell, Charlotte Johannesson, Jumana Manna, Pasi “Sleeping” Myllymäki e Mika Taanila. Curato da Mats Stjernstedt

Sei artisti di sei generazioni diverse sono invitati ad abbattere i localismi e gli stereotipi sui Paesi Nordici. Siri Aurdal, Nina Canell, Charlotte Johannesson, Jumana Manna, Pasi “Sleeping” Myllymäki e Mika Taanila, tracciano collettivamente (ed equamente per il singolo stato) un una serie di relazioni tanto fisiche quanto concettuali: così Mirrored è quel prezioso tentativo di costruire un “luogo senza luogo” che prende in prestito l’allegoria dello specchio di Giuliana Bruno. Puntando sull’unità identitaria solitamente associata ai paesi nordici, Aurdal, Johannesson e Myllymäki – non a caso la metà degli artisti con più esperienza -, condividono un’estetica similare nello studio del rapporto tra urbanità e paesaggio: così Omena, Onda Volante e i Digital Theatre di Johannesson lavorano su una molteplicità di strumenti che vanno dal materiale industriale ai render di sculture e video. Se Taanila e Canell lavorano su temporalità e processo riferendosi all’urbanità attraverso video e sculture, Manna, più giovane del gruppo, si interroga sui problemi di rappresentazione negli ambiti di narrativa geopolitica.

Nina Canell, Shedding Sheaths (B)  (detail) 2016 Installation, 9 part  Fibre-optic cable sheaths  Dimensions variable

Nina Canell, Shedding Sheaths (B) (detail) 2016 Installation, 9 part Fibre-optic cable sheaths Dimensions variable

Padiglione polacco | Artista: Sharon Lockhart. Curato da Barbara Piwowarska

Mały Przegląd (Little Review) è stato lo storico supplemento del magazine polacco Nasz Przegląd (Our Review) fondato e diretto da Janus Korczak, pedagogo e scrittore interessato a dar voce ai ragazzi in età di sviluppo con approccio rivoluzionario e avanguardista. Come il riuscito esperimento da cui prende il nome, Little Review (progetto multidimensionale di Sharon Lockhart), esplora la dimensione sociale del fare arte e rappresenta il risultato di un periodo di cooperazione tra l’artista e un gruppo di ragazze del centro socio-terapico Rudzienko. Tra gli originali Little Review, selezionati e tradotti in inglese per la prima volta, il Padiglione polacco ospita infatti il nuovo film e le fotografie della Lockhart, prodotte da una collaborazione con le ragazze del centro.

Sharon Lockhart, Untitled Study (Rephotographed Snapshot), 1994-2016 Framed chromogenic prints 13.5 x 15.5 inches each

Sharon Lockhart, Untitled Study (Rephotographed Snapshot), 1994-2016 Framed chromogenic prints 13.5 x 15.5 inches each

Padiglione americano | Artista: Mark Bradford. Curato da Christopher Bedford and Katy Siegel

L’astrazione dei lavori di Mark Bradford non si oppone al contenuto concreto dei messaggi che veicola. Il progetto per il Padiglione Americano dei Giardini della Biennale nasce come momento consequenziale al costante contatto dell’artista con gruppi umani vulnerabili, resilienti ed emarginati. Tomorrow is another day pone l’accento sulle inevase promesse dell’America ai suoi cittadini quanto impone un sedimento di speranza tra la violenza e la rovina. Al neo-espressionismo delle opere in padiglione, è affiancato un programma di sei anni dal titolo Processo collettivo, che coinvolgerà la Cooperativa Rio Terà dei Pensieri per l’inclusione dei detenuti nel tessuto sociale e prevederà l’apertura di un negozio di cui renderli dipendenti. Il catalogo della mostra, edito da Hatje Cantz, percorre il processo alle spalle della mostra attraverso saggi critici utili a contestualizzare l’identità culturale e storica del lavoro di Bradford.

Padiglione americano | Artista: Mark Bradford. Curato da Christopher Bedford and Katy Siegel

Padiglione americano | Artista: Mark Bradford. Curato da Christopher Bedford and Katy Siegel

Padiglione svizzero | Artisti: Teresa Hubbard / Alexander Birchler e Carol Bove. Curato da Philipp Kaiser

Dalla storica volontà di Giacometti di non esporre per il Padiglione Svizzero durante tutta la sua carriera, parte il concept della mostra curata da Philipp Kaiser, interessato ad interrogarsi sui motivi che indussero l’artista svizzero alla sua scelta. Come un volano per raccontare l’identità nazionale, Teresa Hubbard e Alexander Birchler (compagni di lavoro e vita) presentano negli spazi del padiglione la loro installazione-film Flora, dal nome dell’artista Flora Mayo di cui Giacometti fu il compagno: un’originale modalità di indagare l’identità nazionale e filtrarla attraverso il curioso parallelismo tra la più storica coppia e quella degli artisti svizzeri. Il giardino del padiglione è invece occupato dalla teatralità e autonomia figurativa delle sculture di Carol Bove che, recuperano il vocabolario scultoreo nell’eclettismo dei materiali e nei costanti riferimenti all’opera di Giacometti.

An attendee views Solar Feminine (2013) by artist Carol Bove at the Art Basel Miami Beach in 2015. Photo by Mike Coppola:Getty Images.

An attendee views Solar Feminine (2013) by artist Carol Bove at the Art Basel Miami Beach in 2015. Photo by Mike Coppola:Getty Images.

Padiglione spagnolo | Espositore: Jordi Colomer. Curato da Manuel Segade

L’occasione per raccontare il nomadismo, il movimento, la migrazione o il semplice spostamento di persone è parafrasata in ¡Únete! Join Us!, “installazione delle installazioni” concepita dall’artista Jordi Colomer con lo scopo di ordinare i flussi all’interno del padiglione spagnolo. Lo spazio architettonico si trasforma ordinato da precarie sculture e architetture effimere per diventare un teatro in cui lo spettatore è attore e dialoga con l’altro attraverso un involontario gioco performativo. È un’analisi sperimentale di come lo spazio della mostra abbia le capacità di trasformarsi in spazio pubblico, ma è anche di più: una dimostrazione di come il paesaggio urbano sia un’occasione di cambiamenti potenziali, dalla strada al palcoscenico passando per tutti gli stati mediali dell’arte. Mentre il catalogo della mostra, edito da La Fabrica, approfondisce il contesto socio-politico con i testi si professori, scrittori e artisti: da Manuel Segade a Beatriz Colomina, da Francesco Careri ad Antoni Muntadas.

Padiglione spagnolo | Espositore: Jordi Colomer, Curato da Manuel Segade

Padiglione spagnolo | Espositore: Jordi Colomer, Curato da Manuel Segade

Padiglione turco | Artista: Cevdet Erek

Anche per questa occasione veneziana sarà il suono ad assumere la funzione strutturante dell’opera concepita dall’artista Cevdet Erek. E anche in questo caso ne deriverà un’allegoria della geopolitica attuale, stabilendo, quasi in un ordine binario, il rapporto tra suono e spazio, percezione e architettura. Ne deriva un’installazione sonora in grado di enfatizzare il carattere esperienziale della proposta artistica, progettata non solo per essere fruita, ma anche sentita e, forse, ballata.

Cevdet Erek, “Project Logo”, 2017. GIF frame image. Image courtesy the artist.

Cevdet Erek, “Project Logo”, 2017. GIF frame image. Image courtesy the artist.

Padiglione finlandese. Artisti: Erkka Nissinen e Nathaniel Mellors. Curato da Xander Karskens

Già dal titolo celebrativo dell’architetto che disegnò il padiglione nel 1956, The Aalto Natives utilizza l’irriverente umorismo degli artisti Mellors and Nissinen per raccontare i più grandi clichè che hanno accompagnato la storia finlandese. L’assurda satira si esprime attraverso gli occhi di due messianiche figure, Geb e Atum, rappresentate da due pupazzi parlanti. I loro dialoghi non sono altro che il teatrino per raccontare una Finlandia creata milioni di anni prima e cambiata nello stereotipo e nel mito comune. La padronanza cinematografica, la commistione dell’HD alla tecnologia 3D o l’animazione stop-motion disegnata a mano, completano l’universo e la psicologia dei personaggi e ben si prestano ad una felice critica dell’esistenza umana.

Nathaniel Mellors and Erkka Nissinen, The Aalto Natives, 2017. © Nathaniel Mellors and Erkka Nissinen

Nathaniel Mellors and Erkka Nissinen, The Aalto Natives, 2017. © Nathaniel Mellors and Erkka Nissinen

Testi raccolti e redatti da Marco Arrigoni e Stefano Mudu