Caterina Giansiracusa, Sezione Under35, Premio Internazioanle Bugatti-Segantini, Villa Vertua, 2017

Caterina Giansiracusa, Sezione Under35, Premio Internazioanle Bugatti-Segantini, Villa Vertua, 2017 – Foto di  Maurangelo Quagliarella

Fil rouge di quest’anno del Premio Internazionale Bugatti Segantini, il tema del segno che vede il critico Martina Corgnati nelle vesti di curatrice della Sezione Under 35 e della mostra di Agostino Ferrari, vincitore del Premio alla Carriera dell’edizione 2017. Abbiamo parlato con  la Crognati per cercare di capire in che modo questa ricerca possa essere considerata ancora attuale e come gli artisti ospiti della Sezione Under 35 la interpretano.

Costanza Sartoris: Inizierei questa intervista chiedendole di contestualizzarci la citazione di Bataille che apre il comunicato stampa: “Il segno precede il vulnus”. Perché ha senso parlare di segno oggi?

Martina Corgnati: Ammetto che la citazione che ho scelto per aprire il comunicato stampa è una bella frase, anche se non è direttamente legata alle mostre, almeno all’apparenza. Difatti, il segno di cui parla Bataille, deve essere preso come un dato di fondo. Esso rivela la precedenza e l’anteriorità della metafora rispetto alle cose, ossia quella che è l’indicazione della parola rispetto all’oggetto. Vi è nel segno una necessità arcaica: quella dell’azione che precede l’intervento simbolico in grado di intaccare la realtà. Parlando di segno, si rimette l’arte al posto che le compete. Ovvero la si riposiziona in modo centrale rispetto all’attività umana. Tradizionalmente è il pittore che lavora sul segno, pertanto spesso si lega la riflessione sul segno come a una questione “di genere” nel contemporaneo. Eppure questa divisione porta a un processo di banalizzazione dell’oggetto. Infatti, senza attività simbolica, l’arte regredisce e perde di senso. Ma l’arte oggi ha bisogno di senso. E il senso è dato dal segno. Credo inoltre che l’arte giovane, a noi contemporanea, abbia poca memoria, poiché espressione di una cultura smemorata. Ciò è profondamente rischioso ed è per questo che parlare di segno oggi è a mio avviso importante.

CS: Continuerei con un elemento che mi ha particolarmente colpita nella sua scelta critico-curatoriale, ovvero il prendere il periodo di ricerca di Agostino Ferrari: Il teatro del segno, come punto di partenza della sua riflessione sul segno, fil rouge di questa edizione. Può spiegarci come mai ha scelto proprio Il teatro del segno e cosa ha rappresentato nel percorso di ricerca di Ferrari?

MC: Ferrari inizia la sua ricerca con una serie di calligrafie, le Pagine. Queste opere dal carattere analitico ed elementare, sono in sintonia con le ricerche formali degli anni 60. È proprio in quel dato momento storico che l’espressione artistica si avvicina all’informale. Eppure il ragionamento mono-dimensionale stanca presto Ferrari, che sente una crescente necessità di un’analisi più approfondita. Per questo si avvicina sempre più a un concetto fenomenologico del segno, con quello che sarà poi Il teatro del segnoIl teatro del segno è, infatti, un momento di ricerca davvero originale nella sua produzione: è un’uscita dall’informale e, soprattutto, dal quadro. Nelle sue opere di questo periodo vi è un doppio registro, dove la ricerca analitica emerge a pari passo con il senso estetico. Il segno non è più solo un semplice tratto sulla tela, ma oggetto. Come le estroflessioni di Bonalumi o Castellani, Il teatro del segno esce dal quadro per avvicinarsi a qualcosa di realmente tangibile, concreto e quasi tridimensionale. Per questo motivo penso che Il teatro del segno sia un buon punto di partenza per questa riflessione.

Agostino Ferrari, vincitore Premio alla Carriera, Premio Internazionale Bugatti - Segantini, Villa Brivio, 2017

Agostino Ferrari, vincitore Premio alla Carriera, Premio Internazionale Bugatti – Segantini, Villa Brivio, 2017 – Foto di  Maurangelo Quagliarella

CS: Tra le opere degli artisti invitati alla Sezione Under 35, lei ha individuato una serie di ricerche basate sì sul segno, ma intese così come lo intende Agostino Ferrari nel suo Il teatro del segno, cioè soprattutto come elemento materico concreto. Può parlarcene?

MC: Ho provato a mostrare alcune delle tante ricerche oggi presenti nei limiti del mio sguardo. Quello che mi ha guidata nella selezione delle opere è di come l’artista di volta in volta abbia considerato il segno come significato, come testimonianza o come registrazione di un’azione. Penso, ad esempio, alla ricerca di Giulia Gallo: nelle sue Remembering Maps l’opera prende forma in tempo reale, mediante i tratti che l’artista traccia sulla carta narrando i percorsi di chi in quel momento entrava o usciva dal suo ambiente di lavoro. In questo caso si può quindi dire che la possibilità di creazione parte dalla mano, che disegnando rende significante qualcosa. Quest’approccio di ricerca è comunque molto diverso da quello di Agostino Ferrari. È pertinente, ma diverso. Se in Ferrari vi è un’istanza materica prepotente che lo allontana dall’informale, le ricerche di oggi sono invece più legate a una sorta di rilettura dell’ambiente. Mi riferisco ad esempio ai polittici di Jessica Ferro: frammenti di immagini di insetti ingranditi e distorti fino all’astrazione, portano a una ridefinizione dell’immagine stessa,  mostrandone il complesso legame che intercorre tra il vedere e il comprendere. Tra i giovani penso emerga anche la necessità di un ritorno al di-segnare, cosa secondo me estremamente interessante. Difatti, il disegno torna a essere usato come mero strumento e questo svela un diverso atteggiamento con la pratica artistica, riflette un diverso rapporto con le cose.

CS: Parlando di questa prassi da lei individuata, vorrei concludere chiedendole come mai secondo lei la ricerca segnica contemporanea sia così legata all’atto performativo. Mi riferisco ad esempio alla produzione di Giulia Gallo, da lei prima citata, o di Caterina  Giansiracusa o di Andrea Francolino. Che legame intercorre secondo lei tra il segno e la gestualità?

MC: Penso che segno e gestualità siano poco legate. In questa scelta considero intercorra invece un forte coinvolgimento con il corpo e un forte riferimento all’ambiente circostante. Infatti, se la generazione di Ferrari poteva ancora pensare all’opera come a un qualcosa dotato di una dimensione autonoma e quindi chiusa, autoreferenziale, riferita a se stessa, oggi tale convinzione è molto più difficile. Per la generazione dei trentenni a noi contemporanei serve sempre tenere di vista il contesto. Ad esempio, Caterina Giansiracusa presenta, partendo da una realtà vissuta quotidianamente quale il percorso in treno da casa al lavoro, una linea-modulo che le ha permesso di definire un metodo in grado di essere poi applicato agli elementi naturali che incontra nel suo cammino, quali gli scarti di marmo su cui lavora. Nelle ricerche odierne trovo molto forte la dimensione dell’incontro con il reale e con l’ambiente. Sia che esso sia contestualizzato a livello politico o meno. Eppure non c’è una forma di ricerca tra quelle proposte che potrei davvero definire quale gestuale o performativa. C’è, invece, una forma di riflessione sul mondo che lavora molto con il concetto di residuo, inteso non tanto come scarto, quanto come segno prodotto dall’ambiente. Mi riferisco alle tracce raccolte di Andrea Francolino, che con la tecnica del frottage documenta la caducità di un materiale solido per eccellenza, il cemento. Queste idee di raccolta, di interventi circostanziali, di atteggiamenti umili sono ciò che caratterizza una valida ricerca sul concetto di segno oggi. Infatti, nella contemporaneità è sempre più difficile dire “Ecco io faccio un’opera”. Ne parlavo con Gillo Dolfres qualche tempo fa. È davvero difficile fare un’“opera” oggi. È problematico arrivare alla consapevolezza tale per cui il proprio operato diventa parte di una sorta di dimensione epica a sé stante per cui l’opera è un mondo a parte. Tra gli artisti contemporanei penso che uno che ancora riesca a fare qualcosa del genere sia Anselm Kiefer, anche se comunque ora ha più di settant’anni… Quindi, ecco, ritengo oggi resti un momento difficile per l’arte ed è forse questo il motivo per cui la dimensione dell’incontro è così importante per la generazione degli attuali trentenni. L’incontro con il mondo che ci circonda e l’umiltà del cercare di comprenderlo per mezzo dei suoi lasciti residuali: penso sia questo il fondamento del rapporto tra arte e segno che si cerca di indagare oggi.

Agostino Ferrari, vincitore Premio alla Carriera, Premio Internazionale Bugatti - Segantini, Villa Brivio, 2017

Agostino Ferrari, vincitore Premio alla Carriera, Premio Internazionale Bugatti – Segantini, Villa Brivio, 2017 – Foto di  Maurangelo Quagliarella

Arian Shehaj, Sezione Under 35, Premio Internazioanle Bugatti-Segantini, Villa Vertua, 2017

Arian Shehaj, Sezione Under 35, Premio Internazioanle Bugatti-Segantini, Villa Vertua, 2017 –  Foto di  Maurangelo Quagliarella