• Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio
  • Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio
  • Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio
  • L'artista con il curatore Simone Menegoi - Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio
  • Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio
  • Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna - Photo Credits: Alessandro Trapezio

Artista e curatore hanno fatto una scelta drastica, quasi estrema: collocare un “colosso” di 10 metri di lunghezza nella grande sala del Palazzo De’Toschi, in centro a Bologna. Simone Menegoi, il curatore, e l’artista belga Peter Buggenhout, si sono confrontati con il luogo e hanno scelto di esporre l’imponente opera del 2014 “The Blind Leading The Blind # 65” – che da il titolo anche alla mostra -: una creazione di spettacolare impatto visivo realizzata con materiali disparati tra cui tubi di ferro, pannelli di compensato, moquette, scarti industriali e calcinacci. Completano il progetto, un lavoro di dimensioni più ridotte, “The Blind Leading The Blind # 25” (2008), dalla forma scabra e irregolare, presentato in una teca come un reperto archeologico.
Anche dalle parole che seguono del curatore, si evince che la ricerca di Peter Buggenhout, non lascia indifferenti, attrae e respinge, seduce ma allontana proprio per le sue caratteristiche sostanziali: “Le sculture della serie The Blind Leading the Blind hanno l’aspetto di relitti, macerie, rovine: opere nate da un intento razionale, ma fracassate e mutilate da un evento sconosciuto. In altri casi, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a organismi soggetti a una proliferazione caotica bruscamente interrotta. Tutte le opere del ciclo sono coperte, in parte o interamente, di uno strato di polvere, come se fossero state ritrovate dopo decenni di abbandono: i critici le hanno definite ‘reperti archeologici del futuro.”
La mostra, promossa da Banca di Bologna e ospita nel Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi (Piazza Minghetti 4/D) è visitabile dal 28 gennaio al 19 febbraio 2017, e fa parte della 5a edizione di ART CITY Bologna, iniziativa promossa dal Comune di Bologna e da BolognaFiere per istituire un programma di eventi culturali in spazi espositivi della città durante il weekend di Arte Fiera.

Segue l’intervista con il curatore Simone Menegoi —

ATP: Cosa ti affascina principalmente della ricerca di Peter Buggenhout? Non è la prima volta che coinvolgi questo artista in una mostra. Mi racconti una delle sue opere che ti hanno conquistato, tanto da seguirne, nel tempo, la ricerca e gli sviluppi?

Simone Menegoi: Ho incontrato per la prima volta il lavoro di Buggenhout in una mostra memorabile, “Artempo” (Palazzo Fortuny, Venezia, 2007). Era una scultura della serie “Gorgo”: un ammasso informe di detriti, crini, sangue, sporcizia. Perfino in una mostra affollata di opere e oggetti straordinari come quella, l’opera calamitò la mia attenzione. Mi dicevo che non avrei voluto toccare quella mostruosità nemmeno con un bastone, ma non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Mi sembrò che mettesse alla prova l’atmosfera asettica (in senso letterale e figurato) degli spazi espositivi a cui siamo abituati, più di qualunque cosa io avessi visto fino ad allora.

ATP: A Bologna l’artista presenta due opere – inedite in Italia – appartenenti alla serie The Blind Leading the Blind (“La parabola dei ciechi”). Assieme all’artista, perché avete scelto queste due opere, di cui una, The Blind Leading the Blind # 65, 2014, decisamente imponente (misura circa 10 metri di lunghezza per 6 di altezza)?

SM: La scelta risponde alla forma e alle dimensioni dello spazio espositivo a Palazzo De’ Toschi: un grande salone e una saletta a lato. Fin da subito la scelta migliore è sembrata quella di collocare nello spazio principale una sola installazione, la più grande possibile, e nella saletta un’opera di dimensioni ridotte. Collocare più di un’opera nella stessa sala avrebbe creato un dialogo, una forma di dialettica; avrebbe, in qualche modo, attutito l’impatto dell’opera di Peter, soprattutto su chi non l’ha mai vista dal vero. Un solo pezzo è più drastico. Inesplicabile.

ATP: Assieme all’opera del 2014 c’è anche un lavoro datato alcuni anni prima, The Blind Leading the Blind # 25 del 2008. C’è un legame tra le due opere? Un dialogo che, se palesato, racconta un’estensione della ricerca dell’artista?

SM: Peter Buggenhout non è il genere di artista che cambia continuamente medium o stile: è un artista ostinato, che lavora per variazioni su poche, potenti intuizioni. Certo, il suo è pur sempre un lavoro in progress. E fra un’opera e l’altra, anche appartenenti alla stessa serie, le oscillazioni posso essere notevoli. Nel caso delle due opere esposte a Bologna, la differenza si gioca sulla scala (architettonica in un caso, vicina alle proporzioni del corpo umano nell’altro), sul modo in cui le opere sono presentate (la più grande dialoga direttamente con lo spazio, l’altra attraverso la mediazione di un supporto in metallo e plexiglas), infine sulla superficie: uniformemente coperta di polvere quella della scultura più piccola, varia e complessa quella della grande installazione, nella quale parti che sembrano ammassi di detriti si alternano ad altre realizzate con materiali industriali immacolati.

Peter Buggenhout,   The Blind Leading The Blind,   Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi,   Bologna -  Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna – Photo Credits: Alessandro Trapezio

ATP: Il caso e il tempo sembrano due dei “vettori” che contribuiscono alla realizzazione delle opere di Buggenhout. Perché considerarli aspetti paradossali?

SM: Il caso è, per definizione, una forza estranea all’agire umano e alla sua intenzionalità. L’arte del XX e del XXI secolo ha, fra molti altri meriti, quello di aver cooptato il caso, di averlo incluso nella sfera dell’umano (seguendo, in questo, intuizioni in realtà molto antiche). Quanto alla dimensione del tempo, i tempi lunghi – anni, decenni… – che le sculture coperte di polvere di Buggenhout evocano, trasportano lo spettatore al di fuori dei ritmi serrati del nostro presente, in una dimensione di divenire lento, muto e indifferente. L’artificio, in realtà, è sempre presente: le sculture includono detriti e scarti, ma sono comunque accuratamente progettate; la polvere è vera polvere, ma viene depositata a mano sulle sculture, come una patina su un metallo. Sono affascinato da questo doppio binario, da questo intreccio di verità fattuale e retorica.

ATP: L’artista utilizza la polvere come un elemento dalla capacità di “dare forma” all’opera. Inevitabile dare a questo elemento una valenza altamente simbolica. A quali riferimenti allude l’utilizzo della polvere, da sempre emblema di precarietà e “trapasso”?

SM: C’è un bel libro di Elio Grazioli che censisce le forme in cui la polvere è comparsa nella storia dell’arte (La polvere nell’arte da Leonardo a Bacon, Bruno Mondadori, 2004). La polvere parla evidentemente di caducità; la polvere domestica (quella, cioè, che utilizza Buggenhout) include una parte significativa di particelle appartenute ad esseri umani (cellule della pelle, capelli), e tende a trasformare tutto quello che ricopre in una vanitas, un ammonimento sulla nostra finitezza. Ma c’è molto altro. Buggenhout stesso ricorda che per Picasso la polvere era “la protezione più gentile possibile per un oggetto”; e che nel XIX secolo si lasciava che la polvere turbinasse negli angoli delle case, in quanto la si riteneva una sorta di intermediario fra il dentro e il fuori, il noto e l’ignoto.

ATP: Macerie, scarti, rottami, rovine: nel descrivere le opere di Buggenhout come relitti della società, si rischia di dare una visione sostanzialmente decadente e rovinosa del reale. E’ volontà dell’artista dare un racconto così pessimista del tempo – e del vivere – contemporaneo?

SM: Lascio la parola all’artista. In un’intervista del 2009, al commento “Il tuo lavoro è immerso in un clima cupo. La tua scultura solleva questioni di crollo e abbandono…”, ha replicato: “Potrebbe essere vero l’opposto. La distruzione conduce in ultima analisi alla ricostruzione, nello stesso modo in cui le foglie morte nutrono gli alberi. Siamo di fronte a un costante avanti-e-indietro. La situazione è in uno stato di flusso”*.

* “The opposite may be true. I let the viewer to decide. Destruction leads ultimately to reconstruction, in the same way that dead leaves nurture trees. We are confronted with a constant back and forth. The situation is in flux.” Michaël Amy, “Seizing the chaos of life: A conversation with Peter Buggenhout”, Sculpture Magazine, vol. 28, n. 5, Giugno 2009, pp. 25-29.

Peter Buggenhout,   The Blind Leading The Blind,   Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi,   Bologna -  Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna – Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout,   The Blind Leading The Blind,   Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi,   Bologna -  Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna – Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout,   The Blind Leading The Blind,   Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi,   Bologna -  Photo Credits: Alessandro Trapezio

Peter Buggenhout, The Blind Leading The Blind, Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi, Bologna – Photo Credits: Alessandro Trapezio