Pesce Khete, Untitled (Gimme some glue #2), 2019, Acrylic and silicone on canvas, 190×190 cm

Testo di Michele Tocca —

Quella di Pesce Khete è una pittura di polso. Nel senso che i suoi movimenti fanno proprio pensare al polso che circonduce, rotea, devia, si estende, s’irrigidisce, cede… Un po’ è una questione meccanico-tecnica.
Pesce Khete usa gli oilsticks, i pastelli, i carboncini, la bomboletta. Viene dal disegno, disegna spasmodicamente, non abbandonerebbe la carta manco con una pistola puntata. La carta impone scelte o, viceversa, segue il farsi di un pezzo. Da qui la natura frammentaria delle superfici, spesso assemblaggi di fogli che si aggiungono man mano secondo esigenze di esecuzione. Li unisce uno scotch sceltissimo, lo stesso con cui li appende e installa, facendone sentire il peso specifico e la tensione, a volte vedere le pieghe dell’arrotolamento. La carta, in sé, rimanda ad una dimensione progettuale e d’improvvisazione che motiva e insieme contrasta la resa pittorica. E qui si arriva alla questione allegorica: la sua pittura è un perenne perdere e tenere il polso della situazione.
Negli anni, in effetti, Pesce Khete ha fatto di tutto per fregare la pittura. A partire dal nom de guerre, ha provato con vari “scusate il disturbo”, dicendo a sé stesso e agli altri di essere disegnatore o buttandosi a capofitto nella foto analogica come tutt’uno immaginifico. Ha perseguito il principio di contraddizione, per cui, per esempio, il brut serve a concedersi una pittura consistente e sontuosa. Ha proceduto e procede per ostacoli e ritardi auto-imposti – un arginarsi che poi esplode in un estenuante speed creativo. Sono, questi, i suoi modi di cercarla e problematizzarla, alternando mistificazione e demistificazione senza però mai togliersela di mente e, cosa ancora più delicata, senza mai sminuirla o simularla.

Nella personale Sinossi (bon voyage) in corso da Colli Independent Art Gallery a Roma (fino all’11 luglio), c’è anche una tela. Come la carta, la tela impone la sua texture, è juta pesante, afferma di essere tela, telaio, oggetto, magari un oggetto ancora alieno dalle sembianze di un trova l’intruso. La percorre un tracciato nero, acrilico e colla vinilica, che tradisce il nonsense, ma in realtà è ricostruzione mimetica della colla che rimane staccando i manifesti, gli annunci e i cartelli abusivi in città. Non si tratta solo di un ennesimo riferimento alla carta né solo di azzeramento pittorico o repressione dell’immagine – si pensa subito a Schifano e Rotella. È, invece, uno degli escamotage per prendere il toro per le corna che denota una mostra senza scappatoia se non da una serie di cliché sulla pittura e la sua percezione – diciamo quelli cui ci si aggrappa pensando sia semplice capirla o definirla. A cinque anni dall’ultima personale, la selezione delle grandi carte, il suo signature work, lascia intendere che Pesce Khete abbia voglia di fugare ogni dubbio sulla loro natura tra ciò che appare e ciò che è. Non sono espressionisti ma ricercano l’espressione testando più decisamente nozioni di “cifra” – sono tentativi, variazioni esecutive più che sperimentazioni stilistiche. Lo stile è nel continuo allungare e accorciare le distanze figurali tra pezzi realizzati indifferentemente nello stesso periodo o in anni diversi, per esempio, Untitled (2019) e Senza Titolo (O Istruzioni n.2) del 2017. Il primo sembra convoluto ma si regge su una composizione salda (basta vedere il movimento dei profili delle teste e dei lembi) che nell’altro, alla prima chiaro ed essenziale, è deliberatamente casuale.

Pesce Khete, Senza Titolo (O Istruzioni n.2), 2017, Spray paint, permanent alcohol based ink, linseed oil and artist tape on cotton paper, 268×140 cm
Pesce Khete, Untitled, 2019, Argan Oil, spray paint, oilstick, artist tape, permanent alcohol based ink, charcoal, acrylic and pastels on cotton paper, 259×140 cm

Ordine/caos, composizione/casualità sono alcune delle polarità che servono a spostare l’attenzione sulle qualità della pittura, gli slittamenti semantici e metaforici che, ogni volta, scombussolano idee generali come figurazione e astrazione, concezione e spontaneità. Nella loro bruschezza, d’altro canto, i quattro lavori più piccoli in mostra, tecniche miste su carta e vello, esasperano proprio questo processo metamorfico dell’immagine a discapito di un gusto narrativo che viene dalla frequentazione di lunga data con la vignetta, il fumetto e l’illustrazione. Lo scotch, in questo senso, trova una sua collocazione più esplicita. Nei pezzi in mostra è declinato in una teoria di tropi: è sostegno necessario, cornice-vignetta, significante, persino assenza quando non c’è o c’è solo in parte (come in Untitled del 2018-2019), ed è l’occhio a continuare a percepirne la presenza negli spazi vuoti. Ricorda soprattutto lo storyboard nel suo ruolo di congiunzione, partizione e moltiplicazione di piani d’immagine, spezzando, sincopando o interrompendo la tensione narrativa. I viluppi di figure e oggetti implicano temi come la lotta alla sopravvivenza quotidiana, attività costruttive, incidenti e rituali giornalieri. Mani e occhi si ripetono ad evocare la percezione sensoria. Forme falliche o vaginali, allusioni anatomiche a labbra, ani rimandano ad intercorsi sessuali. Tutto si sovrappone, centrifuga, trita in un’anti-narrazione selvaggia e automatista che si risolve formalmente nella dinamica del “quadro nel quadro”. Se ne intuisce la logica, risalendo ad una linea che passa per le variazioni sul tema di Munch e le trasparenze di Picabia, fino alle collisioni di Albert Oehlen e al macero storico-artistico di un Ansel Krut. Eppure risultano visioni indecifrabili, nei cui confronti, guardandole, prevale il sentore di essere infangati senza scampo in un mondo esterno caotico e vernacolare, solo perché il suo flusso indomabile e inaspettato s’identifica con l’imprendibilità della pittura. È proprio l’intreccio autoreferenziale tra le immagini e i mezzi pittorici, tra le cose e lo studio, il pulsare vitale, a distinguerne gli esiti da una lingua franca della pittura internazionale che punta ad una visionarietà escapista, densa di citazioni erudite e standard estetici. In Pesce Khete, siamo invece in un territorio di osservazioni non gerarchiche, associazioni inconsce e analogie consce senza soluzione di continuità tra la “strada” e lo “studio”. E quando la strada entra, si dissemina e stratifica nello studio così visceralmente, raffigurare un capitombolo per le scale equivale sul serio ad un mucchio di trucioli rimasti attaccati sulla carta.

Pesce Khete, Untitled, 2018-2019, Argan Oil, spray paint, oilstick, artist tape, permanent alcohol based ink, charcoal, acrylic and Pastels on cotton paper, 279 x 140cm
Pesce Khete, Untitled, 2018, Graphite, charcoal and pastels on velours paper, 70x50cm
Pesce Khete, SINOSSI (bon voyage) – Installation view, COLLI Independent Art Gallery, Roma
Pesce Khete, SINOSSI (bon voyage) – Installation view, COLLI Independent Art Gallery, Roma
Pesce Khete, SINOSSI (bon voyage) – Installation view, COLLI Independent Art Gallery, Roma