In occasione della serie di residenze artistiche BoCs Art – promosse dal Comune di Cosenza – ATPdiary ospita gli interventi dei curatori coinvolti nella presentazione di una serie di artisti. Per quest’anno BoCs Art la curatela è stata affidata dall’aprile 2018 al critico e curatore Giacinto Di Pietrantonio che ha voluto chiamare l’intero ciclo a lui affidato La Città del Sole: in omaggio alla visionarietà utopica di Tommaso Campanella sottolineando l’azione di rigenerazione urbana di cui il progetto BoCs Art fa parte.

Dal 16.07 al 2.08, giorno di apertura degli studi d’artista alla città, si è tenuta la seconda sessione di residenze per la quale Di Pietrantonio ha incaricato quattro curatori Roberta Aureli, Simone Ciglia, Caterina Molteni, Alberta Romano ad invitare ognuno quattro artisti ; Di Pietrantonio ha presentatoGiacinto Di Pietrantonio: Apparatus 22.

ATPdiary ospita gli interventi dei quattro curatori —
Simone Ciglia presenta Paola Angelini, Marco Giordano, Davide Mancini Zanchi. Luisa Mè
Roberta Aureli presenta Veronica Bisesti, Alessandra Calò, Mattia Pajè, Dario Picariello.
Caterina Molteni presenta Benni Bosetto, Giulia Cenci, Alessandro Di Pietro, Alice Visentin.
Alberta Romano presenta The Cool Couple, Luca Loreti, Giulio Scalisi, Alessandro Vizzini.

Testi di  Simone Ciglia —

Paola Angelini

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«All thought becomes an image and the soul / Becomes a body». Forse questo verso di W. B. Yeats è il miglior viatico alla pittura di Paola Angelini. L’artista segue quell’«impulso archivistico» che Hal Foster sentiva guidare una parte rilevante della ricerca contemporanea all’inizio del XXI secolo: attinge infatti a immagini personali o trovate, oppure ancora alla storia dell’arte, in una pacifica coesistenza culturale. Al cuore della sua pratica sono i processi di stratificazione, intesa nel duplice senso spaziale e temporale: diversi luoghi e momenti coabitano nelle sue tele. Il dipinto riscopre la funzione narrativa da sempre congenita alla pittura, allestendo una messa in scena fatta di sottrazioni prospettiche e discordanze di scala. Una tavolozza opulenta e una gestualità risentita sono i puntelli tecnici con cui l’artista affronta il dilemma del fare pittura oggi.

Angelini ha vissuto la residenza a Cosenza come un momento di studio necessario per l’avvio di un nuovo ciclo di lavori. L’incontro casuale con un artista locale è stato il motivo di un dialogo svolto sullo stesso tema.

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I primi giorni di residenza a Cosenza ho trascorso molto tempo in studio, lavorando su una grande tela sulla quale riflettevo da diverso tempo. Uscivo però spesso in città nella parte vecchia; proprio lì ho incontrato il pittore Giuseppe Filosa, classe 1937. Nella sua piccola bottega in piazza, Giuseppe mi ha fatto vedere le sue opere: tele e soprattutto carte di diversi periodi, tutte esposte per essere acquistate da chi si trovava a passare di lì (il valore è scritto a matita dietro ogni lavoro). A chi entrava, diceva: «Un’opera d’arte rimane per sempre!». Così facendo voleva semplicemente dare valore a ciò che da sempre è stata la sua vita. Ho deciso di comprare una sua piccola tela – a me ha fatto un grande sconto in quanto artista, mi ha detto – molto semplicemente perché mi è piaciuta, perché mi trovo in questa città e sono in una residenza d’artista a lavorare sulla mia ricerca ma anche a cercare di aprire lo sguardo verso l’esterno. Per omaggiare Giuseppe dipingerò una sua immagine, perché rispondo con il mio temperamento al tempo di una persona che ha lavorato in questo luogo come artista. Riproduco una sua tela perché vorrei “conservare” la sua ricerca, e a questa città vorrei lasciare il tempo che ho dedicato a pensare al suo pittore.
Paola Angelini

Paola Angelini, San Benedetto del Tronto, 1983, vive e lavora a San Benedetto del Tronto
Nel 2011 ha frequentato il Laboratorio di Arti Visive presso L’Università IUAV di Venezia con Bjarne Melgaard, e nello stesso anno ha esposto nel padiglione Norvegese della 54° Biennale di Venezia all’interno della mostra Baton Sinister, curata dallo stesso Melgaard. Nel 2017 ottiene un Master Fine Arts presso Kask Conservatorium di Gent (BE). Ha ricevuto diversi premi, tra cui nel 2014 il premio Level 0 durante ArtVerona, selezionata da Cristiana Collu per il Museo Mart di Rovereto. Nel 2014 e nel 2016 ha partecipato alla residenza artistica presso il Nordic Artists’ Centre Dale (NKD), Norvegia, nello stesso anno risultata assegnataria della residenza presso la Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia. Tra le sue mostre personali si ricordano: Le forme del Tempo, a cura di Veronica Caciolli, Museo Palazzo Pretorio, Prato (2017), La conquista dello Spazio, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino (2017), What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange, Marsélleria, Milano (2016), Regio, a cura di Arild H. Eriksen, Galleria Massimodeluca, Mestre – Venezia (2014); Blue Memory, Rod Bianco Gallery, Oslo (2012).


 

Marco Giordano

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«The mouth is interesting because it’s one of those places where the dry outside moves toward the slippery inside». Scritta su una placca di metallo, l’opera di Jenny Holzer (1980-82) descrive la natura permeabile del corpo umano, luogo di scambio fra esterno e interno: su questa soglia si è appuntata l’attenzione di un’intera linea di ricerca artistica che, soprattutto dal secondo Novecento, ha indagato le questioni della corporeità. Processo fisiologico che scandisce l’apertura del corpo all’ambiente, la respirazione – nel suo doppio movimento di inspirazione-espirazione – è alla base della vita organica. In questo interstizio si colloca il lavoro di Marco Giordano. «Inalami esalami» è la scritta cucita in nero su un semplice stendardo bianco: l’artista dà corpo ai pensieri annotati rapidamente sul suo taccuino, rispondendo in maniera poetica al periodo trascorso a Cosenza. La frase conserva il carattere effimero dell’appunto, smantellando la retorica associata alla forma del banner, tradizionale proclama di verità solenni e ufficiali che si apre invece qui al discorso con l’ambiente in cui è installato. Impiegando la scrittura come medium all’interno di una pratica multiforme, Giordano rilancia l’individualità verso il «tessuto connettivo» della socialità: è in questa dimensione – come indica il sociologo G. Gasparini – che devono essere intesi gli interstizi, «spazi intermedi che consentono di articolare processi di socializzazione, identificazione e adesione affettiva».

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La mia ricerca ruota attorno a tematiche quali lo scambio tra interno ed esterno, i limiti tra spazio pubblico e privato, la relazione che intercorre tra un’azione e il tempo in cui questa si svolge. La processualità è la griglia metodologica adottata: nelle fasi iniziali o intermedie spesso subentra un’agentività esterna, quella del pubblico, che poi subisce una riformulazione finale attraverso operazioni di contestualizzazione, apertura, connessione. Gli interventi sono perlopiù site-specific e traggono forza dal contesto in cui si innestano. L’opera in questo modo è un atto di negoziazione tra varie alterità, e la relazione tra queste è un interstizio più produttivo del risultato finale.
Marco Giordano

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Marco Giordano, Torino, 1988, vive e lavora a Glasgow (UK).

Tra le mostre personali più significative: Conjunctive Tissue 3, Dimora Oz (Eventi Collaterali Manifesta 12), Palermo, 2018; I’m Nobody! How are you?, Glasgow International, Glasgow, 2018; Conjunctive Tissue 2, Lily Brooke, Londra, 2018; Pathetic Fallacy, Il Colorificio, Milano, 2017; Self-Fulfilling-Ego, Jupiter Artland, Edimburgo, 2017; Cutis, Glasgow Project Room, Glasgow, 2017; Asnatureintended, Frutta Gallery, Roma, 2016; Marco Giordano / Gabriella Boyd, House for an Art Lover, Glasgow, 2016.  Tra le mostre collettive: That’s IT!, MAMbo, Bologna, 2018; Jacana’s Frontal Shield or Frontal as Shields Are Frontal, The Workbench International, Milan, 2018; HOHOHO, Frutta Gallery, Roma, 2017; I scream, You scream, we all scream for ice cream, Fondazione Baruchello, Roma 2017; The Gap Between the Fridge and the Cooker, The Modern Institute, Glasgow, 2017.


Luisa Mè

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«So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato»: ne La Peste, Albert Camus racconta la diffusione del morbo nella città algerina di Orano, in un momento imprecisato degli anni Quaranta del Novecento. Dietro la metafora della malattia si può leggere la presenza del male che assedia l’esistenza dell’uomo. All’interrogativo posto da tale assurdo, l’arte non può che rispondere come un incidente: è anche questo il senso in cui viene vissuta da Luisa Mè. Il duo artistico, che pratica in maniera parallela pittura e scultura, si è concentrato in particolare su quest’ultimo linguaggio nel corso della residenza a Cosenza. È stata l’occasione per sperimentare nuove soluzioni formali e tecniche che hanno aperto una direzione inedita nella loro produzione. A congiungere la duplice direzione in cui si muove la loro opera è un’iconografia popolata di figure biomorfe, sospese fra mondo umano e animale, in costante tensione. Le immagini acuminate registrano dinamiche di aggressione e sottomissione, governate da una logica di deformazione: «If you want to convey fact – diceva Francis Bacon – this can only ever be done through a form of distortion. You must distort to transform what is called appearance into image». La seduzione della forma appare indissolubile da un senso di disgusto che affiora dalle superfici, i cui valori sono ottenuti attraverso l’accumulo e la sottrazione di strati di materia, a rivelare un’inconcepibile bellezza tumorale.

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Siamo interessati alla tensione muscolare, a ciò che è infiammato, sexy e doloroso; come potrebbe essere il viola di un ematoma, tacchi a spillo e gambe aperte. Trasformiamo immagini serene come quella di un tramonto o il ricordo del becco di un bell’uccello in immagini sporche e nervose, mostrando così il lato oscuro che si cela dietro il piacevole e il confortante.
Luisa Mè

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Luisa Mè è un duo formato da Luca Colagiacomo (Milano, 1990) e Francesco Pasquini (Pesaro, 1991), vive e lavora a Londra dal 2016.
Studiano all’accademia di belle arti di Urbino e si laureano nel 2015. Mostre personali: Look at me!, T293, Roma, 2017. Mostre in programma: Her Gallery, Londra, 2018 (personale); Union Gallery, Londra, 2019 (personale). Residenze: BoCs Art Cosenza 2018


Davide Mancini Zanchi

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Leggerezza non è per Italo Calvino «superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Lo scrittore l’associa con «la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso». Con quest’attitudine Davide Mancini Zanchi si avvicina al problema della pittura. Esplorando un repertorio visivo disparato, che spazia dalla tradizione aulica della storia dell’arte all’immaginario popolare più banale, l’artista rivisita certi archetipi della pittura – come il monocromo o l’astrazione geometrica – aprendo i bordi della disciplina. In occasione della residenza a Cosenza, Mancini Zanchi ha declinato sul territorio alcune delle proprie linee di ricerca. Nuovi episodi si sono aggiunti a una serie di dipinti che utilizzano come supporto la classica tovaglia a quadretti bianchi e rossi (reperita in loco), sul cui pattern decorativo l’autore interviene modificandone i colori. In modo simile, l’artista commenta ironicamente i recenti successi della squadra locale di calcio: i colori sociali del Cosenza sono imposti attraverso un processo di ridipintura su una maglietta della rivale Catanzaro. Un’altra serie proseguita in questa circostanza apre una possibilità per la pittura nell’epoca della riproducibilità digitale: il formato di uno smartphone detta l’idea di “quadri portatili”, nei quali il dipinto sconfina nella dimensione oggettuale d’uso.

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IL MIO NON-LAVORO

Il mio lavoro è un non-lavoro, quello che normalmente viene chiamato “lavorare” è una professione che richiede un’attività da esercitare in modo continuativo con scopo di guadagno; non credo che fare l’artista sia in primo luogo questo.

Quello che io chiamo “Il mio lavoro”, invece, e che non amo chiamare “opera” perché non credo che rispetti in tutti i casi e le caratteristiche tipiche dell’opera d’arte, nasce da un’attitudine che mi porta a spostare le forme delle cose, ad analizzarne gli aspetti (che sia un tessuto, un quadro o una stampella) per poi mutarne la superficie.

Non amo le etichette e le definizioni, vorrei che la mia pratica fosse polimorfa e transmediale, non trovo alcun interesse a definirmi un pittore piuttosto che un videoartista (oggi così, domani chissà)…

P.S. Visti i presupposti mi vien da dire che ad oggi la mia pratica è quella di un non-pittore…

Davide Mancini Zanchi

Davide Mancini Zanchi, Urbino, 1986, vive e lavora ad Acqualagna (PU)

Diplomato nel 2013 presso l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, dal 2011 ha esposto in numerosi spazi privati e musei pubblici per mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. È vincitore di diversi concorsi tra cui il Premio Centro Arti Visive Pescheria, il Premio Lissone, premio specializzato in pittura promosso dal Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, il Premio Città di Treviglio ed è stato tra i finalisti del Club Gamec Prize. Tra il 2014 e il 2015 è ospite della Dena Foundation per una residenza di cinque mesi a Parigi.