Opere a 4 mani / Simone Berti e Alessandro Sarra
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Penso che un dialogo possibile tra due artisti avvenga grazie al loro lavoro.
 
Bandite dunque conferenze, talk e chiacchiere varie. È con questa semplice visione che, da circa due anni, insieme ad Elena Boni – la mia dirimpettaia – abbiamo iniziato ad aprire i nostri studi. Gli appuntamento si svolgono due volte l’anno, in primavera e autunno.
Ospiti è da pensare come una possibilità che ci diamo di accogliere il lavoro di artisti differenti con cui, per diverse vicissitudini, abbiamo una certa affinità. 
Il luogo dove si compie il proprio lavoro si svuota – tanto ne è denso – e per un giorno si dialoga con l’opera di un altro artista.  
Fino ad ora gli ospiti che sono arrivati al “casale” sono: Marta Mancini, Hektor Mamet, Jonathan  Sylvia, Stefania Galegati Shines, Tatjana Kojic,   Grossi Maglioni e Simone Berti.
Alessandro Sarra
Studio Alessandro Sarra
OSPITI
Via Degli Angeli 34, Roma
 
Quelli sul tetto del casale sono Simone Berti e Alessandro Sarra. Foto della performance avvenuta l’8 maggio 2012.
  Frame del video di Grossi Maglioni, duo invitato da Elena Boni
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Grossi Maglioni
This is an happening, Bologna 2012 , video, 2012
 
This is an happening, fin dal titolo grammaticalmente scorretto, è una provocazione ironica che allarga l?indagine sugli stereotipi sociali direttamente al mondo artistico, sperimentando le reazioni prodotte da questo tipo di ricerca all’interno di uno dei contesti più codificati del sistema dell’arte contemporanea, quello delle gallerie. Privilegiando la struttura della “situazione”, la coppia di artiste ha realizzato una serie di brevi incursioni in gallerie di New York, Helsinki, Stoccolma e Bologna.  
Il guestbook di queste gallerie era posto al centro di una coreografia associata agli spettacoli di illusionismo, dando vita a un momento “fuori luogo” dove per magia appariva l?opera. Mutando la funzione del libro delle firme e invitando il personale a uno scambio simbolico, questa presenza, non prevista nella logica del white cube, ne riproduceva sinteticamente gli stessi meccanismi commerciali in direzione inversa. A quel punto, l?asetticità del “cubo bianco”, luogo di una teorica libertà espressiva, era incrinata da un momento di imbarazzo, dando vita a una metafora della resistenza di fondo di quel contesto.