Nei giorni convulsi di Artefiera qualcosa c’è stato. Darne una definizione è difficile, forse in un’occasione in cui ci si è trovati individualmente interrogati da un segno.

Per questo può bastare un parlottìo continuo come quello che si è diffuso il sabato di Artcity dalla sala Cospiana del Museo Civico Medievale di Bologna, la sala che ospita il Musée de l’OHM. L’occasione è stata data dal finissage di Orlando Tignatello, Bolivar, un intervento inaugurato un mese prima, una grande stampa fotografica del volto di un attore significativamente atteggiato nei panni di Simòn Bolivar, adagiata sul piano del museo-comò come un paramento e che per una sua visione ideale ha implicato lo spostamento fisico dell’intera struttura. Il Musée de l’OHM insomma si era adeguato alle esigenze dell’opera. L’happening di finissage, come da indicazioni nel comunicato, si sarebbe svolto in due parti strettamente correlate che avrebbero “acceso *_* l’attenzione”: un prologo di mezz’ora e il finissage vero e proprio di un minuto, intervallo fissato con precisione dalle 23 alle 23, 31.

In pratica, un sobrio rito. I due curatori-autori dell’evento – Chiara Pergola e Marc Giloux – si sono presentati vestiti di bianco da capo a piedi come infermieri, o meglio astronauti, e muniti ciascuno dello stesso libro hanno contemporaneamente iniziato a leggere un componimento poetico-filosofico che diceva della cenere, del fatto che essa non può mai essere veramente presente, di come sia irrimediabilmente inattingibile ciò che essa copre non appena la si vada a smuovere. Si è compreso subito che in questo testo non esistevano punti fermi.

La lettura è stata svolta simultaneamente in francese (da Giloux) e in italiano (da Pergola), in una sovrapposizione di voci accompagnata da un incessante camminare avanti e indietro. Immerso nel flusso di questo evento, nello sforzo di seguire il discorso, il pubblico è stato implicitamente chiamato a focalizzare l’attenzione sulle differenze tra le due versioni, differenze sonore, musicali, prima ancora che semantiche. Sentire la stessa cosa ma anche cose diverse, dover distinguere un linguaggio. È stato come affacciarsi a un mantra o a una preghiera di monaci: l’orecchio a quel punto aveva guadagnato una posizione privilegiata sull’occhio. Le molte persone che affollavano la piccola sala non potevano che trovarsi nel dubbio circa il significato del testo che veniva agito: una specie di esegesi che non conduceva da nessuna parte; il vuoto di una traccia; uno spazio in cui potersi perdere. Nello stesso momento qualcosa di non percepibile stava accadendo: il movimento dei corpi era connesso a un movimento infinitamente più sottile interno al museo stesso, una molla che stava raggiungendo il suo limite di carica, ma lo si sarebbe scoperto solo nell’istante del finissage vero e proprio. Alle 23, 30 in punto la luce della sala si è spenta interrompendo bruscamente l’azione. Pergola e Giloux hanno quindi indossato gli occhiali che tenevano al collo e che ora rivelavano d’avere lenti fosforescenti cariche di luce, così come luminescenti erano adesso i grandi baffi aggiunti a tempera al faccione di Bolivar, quasi una citazione della Gioconda duchampiana. La fisicità delle opere era sparita ma restava una traccia. Situazione bizzarra! Silenzio e stasi per un lungo minuto. L’energia accumulata durante la lettura ora si stava disperdendo alla vista di chi aveva ascoltato. La luce si riaccende; i due performer appoggiano occhiali e libri ed escono; fine. Del rumore del pensiero, e di tutta la cultura che ha metaforicamente espresso, resta solo un baluginio che in breve tempo si consumerà.

Cos’è successo? Le persone si avvicinano alla spicciolata per vedere di che libro si trattasse: era Feu la cendre di Jacques Derrida, conosciuto anche per l’indecidibilità del suo titolo: fu la cenere? fuoco la cenere? (è) fuoco la cenere? (Nell’edizione italiana il gioco scompare col titolo Ciò che resta del fuoco). Ci siamo probabilmente trovati al centro della différance coniata da Derrida, la somma dell’ineliminabile differenza (différence) e distanza (distance) tra un testo e la sua verità.

Come promesso, l’attenzione è stata accesa. Molti elementi restano ancora sospesi nell’aria, ma qualcosa è successo, e non per essere tradotto a parole o in un’immagine. Uscendo dalla sala, si pensa a come la traccia di luce negli occhiali sembri proprio quella di un fuoco nascosto dalla cenere. Ogni happening, per sua natura, non può che tramutarsi nella cenere dell’esperienza hic et nunc, irripetibile e irrappresentabile. Ma a maggior ragione qui nel museo, dove tutto ciò che vi è collocato è di per sé cenere. Cenere in attesa di una possibile – ma forse utopica –  riattivazione nella complicità e contaminazione con il visitatore. Nel museo si attua sempre un’ostensione dell’energia prodotta dall’artista e accumulata nei secoli in attesa di essere poi rilasciata nell’esperienza del fruitore. È il museo che Feu la cendre. Nella rapporto di integrazione tra il Musée de l’OHM e il Museo Medievale, il primo riceve energia dal secondo e la restituisce in qualità di attività, di un qualcosa-che-succede-ora che ogni volta fa vibrare delicatamente questo luogo di conservazione. È l’indice di una circolazione sanguigna che perdura anche a istituzione chiusa. Arrivati ormai in strada qualche minuto dopo le 23, 31, si può quindi pensare che questa azione sia stata non solo una testimonianza della complessità del meccanismo museale, ma abbia esplicitato la necessità di un’alchimia che permetta il rilascio di quell’enorme forza accumulata nei canali della nostra sensibilità.

Testo di Massimo Marchetti

Musée de l’OHM - Orlando Tignatello,   Bolivar by Pergola Giloux

Musée de l’OHM – Orlando Tignatello, Bolivar by Pergola Giloux – Courtesy Marc Giloux

Bolivar – Finissage

a cura di Pergola Giloux

c/o Musée de l’OHM / sabato 26 gennaio 201

Museo Civico Medievale di Bologna