Eva Marisaldi, Uffici, 2017, oggetti in plastica Pla 15 × 10 cm ciascuno -  Collezione dell’artista, Zola Predosa

Eva Marisaldi, Uffici, 2017, oggetti in plastica Pla 15 × 10 cm ciascuno – Collezione dell’artista, Zola Predosa

Una mostra che “offre a ogni spettatore indistintamente la possibilità di un sorriso in uno spazio dove l’aspetto ludico, buffo e divertente si espande dalle pareti colorate, agli adesivi sui pavimenti fino alla finestra che si affaccia sulla strada“: questo l’intento della colletiva Operabuffa – arguzia e spirito nell’arte contemporanea, ospitata dal 29 gennaio al 14 aprile 2018 alla Fondazione del Monte di Bologna. Curata da Antonio Grulli e Maura Pozzati la mostra ospita le opere di Sergia Avveduti, Alighiero Boetti, Andrea Contin, Anna Galtarossa, Christian Jankowski, Jiří Kolář, Eva Marisaldi, Aldo Mondino, Katrin Plavcak, Concetto Pozzati, Andrea Renzini, Robin Rhode, Lorenzo Scotto di Luzio, Daniel Spoerri, Ben Vautier e Erwin Wurm.

Dopo le brevi interviste di Sergia Avveduti e Andrei Renzini, ATPdiary ha chiesto ad altri due artisti di raccontarci il loro pensiero sul tema della mostra, l’opera che porteranno e le reazioni che sperano di suscitare sugli spettatori.

Andrea Contin - Cielo mio marito

Andrea Contin – Cielo mio marito

Risponde Andrea Contin

ATP: Sei tra gli artisti invitati alla mostra “Operabuffa. Arguzia e spirito nell’arte contemporanea”. L’impianto concettuale del progetto è legato alle potenzialità dell’arte di ‘divertire’. Qual è il tuo pensiero in merito?

Andrea Contin: La felicità a tempo indeterminato è un ossimoro. Singoli momenti di felicità costituiscono i punti da unire per costruire la trama della propria esperienza di felicità in senso assoluto. Punti che sono isole in un mare di quotidianità e pesantezza da cui la felicità emerge. Divertirsi è godere di leggerezza, che della felicità è premessa e anche sinonimo. La potenzialità dell’arte di divertire non è mai frivolezza, ma sempre potenziale di felicità.

ATP: Gli artisti sono stati invitati a confrontarsi con il tema del ‘buffo’. Con quale opera sei presente in mostra? In che modo questo lavoro esprime ironia, leggerezza e giocosità?

AC: I miei lavori fanno spesso ridere, ma quasi sempre di riso isterico. Vedermi mentre mi infilano in un freezer, o mentre roteo palle di fuoco sculettando, muove al riso con quell’attimo di ritardo che denuncia chiaramente come quel ridere sia una reazione a ben altri sentimenti. “Cielo, mio marito!”, la mia opera buffa per la mostra, fa ridere subito, di una risata grassa, ma non di quel riso ebete, da Bagaglino, come mi disse tanti anni fa Dario Fo. Prima che ironia quest’opera suscita il senso del ridicolo e della derisione. La fotografia in scala 1:1 del mio corpo nudo, visto di spalle appeso alla facciata del palazzo con le mani aggrappate al davanzale, racconta grazie a quei due tristissimi calzini bianchi una storia da commedia all’italiana, vista e pensata mille volte. Ma è solo un pretesto, è un ridere “col trucco”, perché quel quarto di bue appeso alla finestra ancora una volta mette in evidenza un senso di inadeguatezza, un tentativo di fuga e una fisicità sempre in esubero che sono tra i temi costanti del mio lavoro.

ATP: Che reazioni vorresti stimolare in chi guarda la tua opera? Vorresti suscitare divertimento, adempiendo così a quello che il mandato della mostra: restituire al pubblico “la sua funzione primaria (divertire) e collocare in secondo piano la conoscenza della storia dell’arte” (Ben Vautier)?

AC: Con Ben facemmo una mostra a due a Genova, curata da Caterina Gualco, per il cui invito scegliemmo una mia immagine a cui lui aggiunse la parte scritta. Si trattava di un personaggio di Palazzeschi di cui avevo sentito parlare, con il cazzo al posto della testa e viceversa. Ben lo scelse subito, divertito, e scrisse i nostri nomi con una freccina che indicava la testina all’inguine per lui e il pirla tra le spalle per me. Questo è il divertimento. Un gioco apparentemente triviale ma che, come fu scritto allora, sa cogliere nel tono burlesco la creatività viscerale legata all’ironia, alla manualità, al contatto fisico e agli archetipi della creatività.

Anna Galtarossa, Fantasma giallo, 2012, scultura in carta, toulle, collage, plastiche fosforescenti, parrucca, bigodini, corda con motore elettrico 240 × 60 × 60 cm. - Collezione dell’artista, San Pietro in Cariano

Anna Galtarossa, Fantasma giallo, 2012, scultura in carta, toulle, collage, plastiche fosforescenti, parrucca, bigodini, corda con motore elettrico 240 × 60 × 60 cm. – Collezione dell’artista, San Pietro in Cariano

Risponde Anna Galtarossa

ATP: Sei tra gli artisti invitati alla mostra “Operabuffa. Arguzia e spirito nell’arte contemporanea”. L’impianto concettuale del progetto è legato alle potenzialità dell’arte di ‘divertire’. Qual è il tuo pensiero in merito?

Anna Galtarossa: La potenza del divertire, la catarsi del ridere, dell’abbandonarsi all’assurdo sono armi efficaci da utilizzare in qualsiasi momento della vita. Sono anche un modo per sdrammatizzare il senso di pesantezza che spesso permea il mondo dell’arte contemporanea. Nel migliore dei casi aiutano lo spettatore “non iniziato” a sentirsi a suo agio e spingono i vecchi intellettuali incalliti a riaccendere i sensi per superare la dittatura del cervello sopra ogni cosa. O almeno, questi sono i miei sogni e le mie proiezioni! Se questa piccola liberazione funzionasse, si potrebbe porsi di fronte all’opera in modo più spontaneo e innocente, anche se fosse solo per pochi secondi. E questo modo di fruire credo che possa toccare più profondamente.

ATP: Che reazioni vorresti stimolare in chi guarda la tua opera? Vorresti suscitare divertimento, adempiendo così a quello che il mandato della mostra: restituire al pubblico “la sua funzione primaria (divertire) e colloca in secondo piano la conoscenza della storia dell’arte” (Ben Vautier)?

AG: Cerco sempre un equilibrio di contrasti per risaltare e celebrare la policromia dell’esistenza ma elementi colorati, luccicanti e buffi fungono anche da esche. Attirano l’attenzione e rendono la prima impressione innocua e accessibile. I mostri sono vestiti bene per attirare le loro vittime! Una volta conquistata la fiducia dello spettatore che, convinto di essere di fronte ad una creatura mansueta si avvicina ad essa, il mostro può rivelarsi in tutte le sue sfaccettature.

ATP: Gli artisti sono stati invitati a confrontarsi con il tema del ‘buffo’. Con quale opera sei presente in mostra? In che modo questo lavoro esprime ironia, leggerezza e giocosità?

AG: Nella mostra “Operabuffa” c’è uno dei miei fantasmi, il “fantasma giallo”. È una parrucca fluttuante coi suoi bigodini, dalla quale escono tentacoli coperti di fiocchi di neve fosforescente e immagini ritagliate di gioielli (altre forme di fantasmi di oggetti reali). Fa parte di una piccola serie che avevo fatto per la mostra “Cloud Factory” con Daniel González (Studio la Cittá, 2012). La mostra si teneva nella sede della galleria, in un edificio che una volta faceva parte della fabbrica costruita dal mio bisnonno e suo fratello cent’anni fa. La ricchezza della storia di quel luogo sia a livello personale che pubblico (per avere un’idea, qui l’articolo) ci ha portato a cercare un legame con questo specifico passato nel nostro progetto. Abbiamo creato una fabbrica dell’intangibile: dei sogni, della memoria. Per la mia parte, il mio dialogo coi fantasmi del passato è culminato con alcuni ritratti di essi.

Katrin Plavčak, Hysteria, 2016, olio su tela 110 × 90 cm. - Collezione dell’artista. Si ringrazia la Galerie Mezzanin di Ginevra

Katrin Plavčak, Hysteria, 2016, olio su tela 110 × 90 cm. – Collezione dell’artista. Si ringrazia la Galerie Mezzanin di Ginevra

Daniel Spoerri, Tier, 2015, assemblage con legno, conchiglia, testa di cervo, e occhi di vetro 46 × 37 × 15 cm. - Collezione privata di Katrin Plavčak, Vienna

Daniel Spoerri, Tier, 2015, assemblage con legno, conchiglia, testa di cervo, e occhi di vetro 46 × 37 × 15 cm. – Collezione privata di Katrin Plavčak, Vienna

Ben Vautier, Sans Pretention, 1991, pittura su tela, tessuto e metallo 62 × 80 × 10 cm. - Collezione privata

Ben Vautier, Sans Pretention, 1991, pittura su tela, tessuto e metallo 62 × 80 × 10 cm. – Collezione privata