Adelita Husni Bey, ROOM FOR A VOID, 2010-2011, documentation of installation, silver print on fiber paper (30x40 cm)

Adelita Husni Bey, ROOM FOR A VOID, 2010-2011, documentation of installation, silver print on fiber paper (30×40 cm)

L’edizione 2016 di ON – il progetto di arte contemporanea diretto da Martina Angelotti che invita artisti internazionali a realizzare opere e azioni in luoghi pubblici della città di Bologna – quest’anno ospita due progetti rispettivamente di Adelita Husni Bey e Ludovica Carbotta. Il titolo che li mette in relazione è “Dopo, Domani”: uno sguardo rivolto al futuro, tema che le due artiste hanno coniugato con modalità e sensibilità diverse. Al Parco del Cavaticcio, il 22 gennaio ha inaugurato “Monowe”: l’installazione di Ludovica Carbotta (artista di cui pubblicheremo entro breve un’intervista) dedicata ai diversi strati di città sovrapposte nella zona della Manifattura delle Arti.

Il 30 gennaio, invece, sarà il turno di Adelita Husni Bey che presenta alla Cappella Farnese, (Palazzo d’Accursio) dalle h15 – h20, “Quattro Atti sul Lavoro”. L’appuntamento si sviluppa come evento live guidato da Federico Campagna, Federico Chicchi, Federico Martelloni e Cristina Morini (in diretta streaming su www.onpublic.it). Dal 31 Gennaio, invece, dalle h15 alle h20 si potrà vedere l’installazione audio video di documentazione dell’evento.

Per ON, Adelita Husni Bey propone un’immaginifica valutazione del possibile sviluppo del concetto di lavoro, un percorso di ricerca che abbraccia l’idea del futuro situato nel 2040. La ricerca dell’artista nasce da riflessioni e quesiti sui cambiamenti nel mondo lavorativo in Italia e sulle sue modalità di sviluppo nei prossimi trent’anni.

Seguono alcune domande rivolte all’artista per capire meglio il suo progetto.

ATP: Nel progetto che presenti per ON, “Quattro atti sul lavoro”, dai una visione futuribile sul concetto di lavoro. Mi dai una tua definizione realistica sul concetto di ‘lavoro’ in relazione al progetto che presenti?

Adelita Husni Bey: Penso che una definizione ‘realistica’ sia difficile da dare, in quanto, ed è proprio qui che il progetto vuole far leva, il lavoro è ormai un concetto opaco. Ad esempio, adesso, nel rispondere a queste domande, nello scrivere, sto lavorando? E come viene retribuito il mio lavoro se produco valore per voi, e voi per me? Per sempre più mestieri che diventano autonomi, flessibili e mobili, queste sono le domande: dove inizia e dove finisce il lavoro? Cos’è il lavoro? se il lavoro non viene riconosciuto (in primis da chi il lavoro lo svolge) allora è semplice non retribuirlo, o retribuirlo male, o privarlo di tutele. L’evento pensato per ON con Martina Angelotti è quindi un laboratorio temporaneo per snocciolare la questione (entro i limiti temporali che un evento del genere puo’ avere) e cercare di pensare a quali futuri si prospettano se non ci chiediamo cos’è il lavoro nel presente; perchè lavoriamo sempre di più anche se la tecnologia avanza? quali interessi sistemici e ideologici si delineano nella concentrazione di capitale in poche multinazionali del digitale (Google, Facebook et al)?

ATP: L’ambizione di “Quattro atti sul lavoro” è quella di dare “un’immaginifica valutazione del possibile sviluppo del concetto di lavoro nei prossimi trent’anni.” In sintesi, mi racconti come sarà cambiato il concetto di lavoro nel 2040?

AHB: Questa è una domanda alla quale saprò rispondere meglio dopo il 30 gennaio, visto che anche io parteciperò come pubblico. Sicuramente facendo ricerca sono emersi temi che tracciano degli scenari possibili. I quattro relatori invitati a guidare i tavoli tematici (Federico Campagna, Federico Martelloni, Federico Chicchi e Cristina Morini), servono proprio a questo. Ad esempio Cristina Morini ci parlerà del coworking, della ‘domesticazione’ del lavoro. Forse in Italia spariranno sempre più i luoghi di lavoro come gli uffici, e si lavorerà sempre più dalle proprie case o da spazi creati ad hoc dove i lavoratori autonomi opereranno per sopperire all’isolamento. Le ‘macchine’, l’automazione, potrebbero effettivamente ridurre (come stanno già facendo) la necessità di lavorare, ma come reagiremo al disimpiego? Con un reddito base universale? O con l’aumento di ciò che David Graeber definisce ‘bullshit jobs’, ovvero lavori ‘inutili’, dove è il lavoratore stesso a non capirne la funzione sociale? Graeber in un’intervista a Strike!: “Potremmo farci molte domande a questo punto, cominciando da: che tipo di società genera una domanda limitatissima per scrittori e poeti talentuosi ma un apparente domanda infinita per specialisti in diritto societario? (semplice: se l’1% della popolazione controlla la maggior parte della ricchezza, ciò che chiamiamo “mercato” riflette ciò che loro credono sia importante o utile, non ciò che è importante o utile per il resto della popolazione)”

Secondo Mary L.Gray del L.A. Times inoltre il ‘lavoro’ di questa ‘quarta rivoluzione industriale’ verrà spezzettato sempre più in ‘task’, in ‘compiti’ piccoli e mal retribuiti, tornando quindi verso una modalità di lavoro antica, una specie di catena di montaggio virtuale, il ‘crowdworking’, dove i lotti di compiti digitali (ad esempio ‘flaggare’ contenuti) verranno distribuiti al miglior offerente, producendo un vero mercato diffuso, di competizione sfrenata all’ultimo cent per paghe misere.

Adelita Husni Bey. (ON) DIFFICULT TERMS, 2013. MP3 audio, 40 min. Series of photographs, variable number, 30x40 cm each. B&W digital print and acrylic ink on archive paper_detail

Adelita Husni Bey. (ON) DIFFICULT TERMS, 2013. MP3 audio, 40 min. Series of photographs, variable number, 30×40 cm each. B&W digital print and acrylic ink on archive paper_detail

Quali importanti quesiti sul tema del lavoro hai posto alle persone “temporaneamente inoccupate” selezionate per il progetto?

AHB: I quesiti presenti nel questionario sono degli strumenti per stimolare una coscienza critica del presente, pertanto le domande imitano formalmente la struttura dei questionari ma cercano di giocare sul contenuto. Ad esempio una delle domande e’: Cos’è il lavoro del 2040?

Risposte possibili:una religione, una necessita’ di sopravvivenza, un passatempo, crescere i propri figli, crescere i figli degli altri.
Un’altra domanda è Qual’è l’ultimo ruolo che hai ricoperto?

Immagino prodotti, stili di vita, produco desideri; Progetto componenti tecnologiche (software/ hardware); Distribuisco sul mercato componenti tecnologiche (software/ hardware); Costruisco componenti tecnologiche (hardware); Affianco il lavoro della macchina; La macchina affianca il mio lavoro; Genitore/ accuditore;  Non sono mai stato occupato; Lavoro senza però essere per nulla retribuito; Mi definisco Obiettore di Lavoro (rifiuto del lavoro per ragioni politiche); Lavoro senza componenti tecnologiche ecc. Il questionario è in verità rivolto a dei pubblici più estesi. Verrà pubblicato su Linus a Febbraio e sarà fruibile/scaricabile e compilabile per esteso sulla piattaforma di ON dal 30 Gennaio.

ATP: Credi sinceramente che l’arte possa attuare effettivi cambiamenti nella società? 

AHB: Pensando per paradigmi che trovo ancora attuali penso che la società sia composta da persone, che (alcune) di queste persone (forse) posseggono una coscienza, e che la cultura abbia il compito di insinuarsi nella coscienza. E’ indubbiamente vero che i meccanismi di cattura capitalistici rendono tutto innocuo, se si opera in contesto culturale ‘industriale’ si sacrifica in parte la potenziale radicalità del proprio lavoro ma il complesso industriale-culturale è anche un luogo dal quale si puo’ attingere per trovare risorse e spazi, forse è quel poco di ‘pubblico’ che ci rimane. La miglior definizione per questo tipo di ‘sacrificio’ della radicalità che ho sentito ultimamente è ‘weaponising complicity’, ovvero ‘armare la propria complicità’. Tutto nasce già catturato, e a questo punto non ci resta che cercare di ‘introdurci’ in modo consapevole, come faceva ad esempio Brecht con il suo teatro, o Pasolini. Ma forse questa è una domanda stanca? Tu cosa intendi per ‘effettivi cambiamenti’? forse un film non puo’ capeggiare una ‘rivoluzione’ perché non ha ne braccia ne gambe, perché gli manca la parola, ma chi viene toccato dai contenuti di quel film e possiede le facoltà per interagire nella società può farlo. L’arte ha il compito di formare in questo senso.

Adelita Husni Bey, Quattro atti sul lavoro, progetto per ON 2016

Adelita Husni Bey, Quattro atti sul lavoro, progetto per ON 2016

Adelita Husni Bey. LIVING HOUSE, 2012. Slide projection (altered slides) and multi-channel audio, 24'23'', stereo installation view

Adelita Husni Bey. LIVING HOUSE, 2012. Slide projection (altered slides) and multi-channel audio, 24’23”, stereo installation view

Adelita Husni Bey. WORKING FOR A WORLD FREE OF POVERTY, 2014. Series of 6 photographs, 70x100 cm each. Digital c-print on pearl archive paper (detail)

Adelita Husni Bey. WORKING FOR A WORLD FREE OF POVERTY, 2014. Series of 6 photographs, 70×100 cm each. Digital c-print on pearl archive paper (detail)