Rispondendo all’open call di Mars, il progetto si è quindi costruito attorno al titolo Non siamo mai andati sulla Luna, titolo nato come palesamento di uno stato e propensione verso l’altrove.  In questo viaggio simbolico, come un’avventura di Jules Verne, la particolarità sta nell’esperienza dello spostamento in cui la verità è in bilico tra finzione e realtà. Il richiamo per l’estraneo diventa quindi l’equivalente di una perdita secca, significa evadere verso altri pianeti, per ricollocarsi poi negli abissi di uno spazio mentale.

Rispondono Anna Gramaccia, Silvia Mariotti, Ryts Monet, Patrizia Emma Scialpi e Spela Volcic

Marco Tagliafierro: In che misura investigate, attraverso il vostro lavoro d’artista, le simbologie ancestrali che riportano al peso del tempo, alla memoria culturale, ai miti legati alla terra?

A. Gramaccia: Non in modo sistematico. Preferisco partire da un dato personale, da un’angolazione incerta e poi dimenticarmi di me. Mi interessa il fattore comune dietro il fatto particolare, e viceversa. Amo tutti quegli autori che hanno saputo parlare del “generale” attraverso il proprio “particolare”, un po’ di traverso, con un passaggio di palla inaspettato e leggero.  Forse ci preoccupiamo da secoli, in forme diverse, delle stesse cose. Tutta l’arte, di ogni tempo, è in qualche modo sempre attuale e sempre al presente. Scriveva Sottsass: io sono amico della gente incerta, perplessa, che cerca di capire e che è sempre nello stato di uno che non ha capito.

S. Mariotti: Nel mio caso non parlerei propriamente di simbologie ma piuttosto di pretesti per inscenare immaginari senza tempo. Mi adeguo agli errori che avvengono intorno a me ricostruendo grottesche ipotesi di una storia. In tutti i miei lavori c’è una ricollocazione della realtà in quanto imprescindibile ma scarnificata da qualsiasi intento di mera rappresentazione, in cui costruisco delle azioni fittizie e non riconducibili a nulla di effettivo. Tempo neutro è un “non luogo” con rimandi extra terreni in cui l’esposizione lunare disvela solo parte di un presente ormai estraneo. Questa apparente dislocazione della realtà si traduce in una metafora sociale che ha il peso del proprio tempo e che poi si fissa nella memoria culturale.

R. Monet: Sicuramente miti e memoria sono elementi ricorrenti nel mio lavoro. Questo interesse traspare soprattutto da alcune delle ricerche che ho portato avanti negli ultimi anni, come ad esempio quella sulla Statua della Libertà e sulla dea del sole, da cui opere come Sisters e Amaterasu Goddess of Sun, lavori che ho realizzato dopo aver vissuto un’esperienza in Giappone, rendendomi conto che alcuni elementi che fino ad allora consideravo già definiti in un panorama globale potevano essere rimaneggiati e rielaborati restituendo nuove letture. Credo che uno dei principali ruoli in quanto artista sia rivelare suggestioni, aprendo un dialogo con lo spettatore in un infinito gioco di specchi. Ciò che è importante dunque per me è proiettare nel futuro nuove prospettive, confrontandomi costantemente con lo spirito del tempo.

P. E. Scialpi: Nel mio lavoro vi è sicuramente un forte legame con tutti questi elementi, ma non parlerei di indagine quanto piuttosto di una spinta verso una loro ridefinizione; tempo, memoria culturale e miti sono approdi da cui poi allontanarsi per la costruzione di un presente e di una memoria personale. In particolare nel lavoro in mostra da Mars è l’errore di uno scienziato del ‘600 il necessario punto di partenza: un abbaglio occasionale che si riconfigura come elemento teneramente terreno e atemporale, prezioso travisamento rilanciato nelle sequenze del video Neith.

S. Volcic: Penso che le simbologie ancestrali sono dei nostri riflessi, vivono in noi e con noi e si trascinano nel tempo, modificandosi. Può darsi che non necessariamente le percepiamo così, ma ci sono e per forza di cose ci influenzano. E’ qualcosa di psicologico e mitico, qualcosa radicato in noi a cui è impossibile sottrarsi. In questo caso si tratta del progetto Inabsentia, che è un continuo esercizio di indagine sia del territorio che dei luoghi a me vicini. A volte si tratta di appunti visivi, un continuo ritorno temporale e fisico. E’ un’idea malinconica legata alla terra che si modifica tra l’immaginario e il concreto e viceversa.

Marco Tagliafierro: Ritenete che le immagini che proponete siano cariche di mistero e di rimandi legati al favoloso e all’immaginario?

A. Gramaccia: Mi piace immaginare che si possa nascondere qualcosa dentro o dietro una superficie. In Sleepwalking ho inciso e lacerato un disegno fino a farne una coperta ripiegata su se stessa. Cercavo una superficie che coprisse qualcosa di vulnerabile, che tracciasse nello spazio un confine abitabile.

S.Mariotti: Assorbendo ciò che ho attorno, trasfiguro la realtà proiettandola nelle lontananze incantate dell’immaginazione, sino a farla solidificare in un universo atemporale dalle mille sfaccettature.

R. Monet: Per quanto mi riguarda, non sempre. Più che creare qualcosa di favoloso cerco di mostrare un punto di vista più attento o forse semplicemente personale su qualcosa di familiare. Nel video che ho presentato per questa mostra, Jacko, ad esempio, ho letteralmente preso da Youtube un video relativo ad una delle figure che io ritengo tra le più interessanti del ventesimo secolo, ovvero Michael Jackson, in una delle sue performance di ballo durante un concerto in Corea. Ho deciso poi di rallentarne i movimenti “a gravità lunare”, eseguendo quello che probabilmente migliaia di persone hanno già fatto in passato con l’intento di svelarne i passi. E’ stato un po’ come quando, per cercare di scoprire il funzionamento di un oggetto, lo si prende in mano ossevandolo da più angolazioni. Durante questa semplice azione mi sono reso conto del fatto che, pur rallentando la clip, la performance non perdeva il suo fascino, ma al contrario riusciva forse a restituire parte di quel magnetismo che i passi di Michael Jackson avevano esercitato su di me le prime volte che vidi i suoi video, forse a riprova del fatto che qualcosa di perfetto può funzionare visto da qualunque prospettiva, anche da quella lunare.

P.E. Scialpi: Sicuramente conservano una componente misterica e indicibile. Il favoloso è suggerito ma mai completamente palesato.

S.Volcic: Nel mio lavoro non cerco ispirazioni o riferimenti ai mondi favolosi. Penso invece che nell’opera d’arte c’è sempre un qualche mistero che si riferisce a qualcosa, e ci fa scoprire quello che per un attimo ci siamo dimenticati, per questo ci affascina e incuriosisce. Credo che il misterioso derivi dall’immaginario, che può sfociare o rimandare nel favoloso.

Silvia Mariotti,   Tempo neutro,   2014. Dark-box 43 x 64 cm

Silvia Mariotti, Tempo neutro, 2014. Dark-box 43 x 64 cm

Non siamo mai andati sulla Luna,   installation view

Non siamo mai andati sulla Luna, installation view

Silvia Mariotti,   Tempo neutro,   2014. Dark-box 43 x 64 cm  - Patrizia Emma Scialpi,   Neith,   2015.Video,   05’32”

Silvia Mariotti, Tempo neutro, 2014. Dark-box 43 x 64 cm – Patrizia Emma Scialpi, Neith, 2015.Video, 05’32”

Špela Volcic,   Inabsentia #1,   #2,   #3,   2007- 2014. Stampa inkjet su carta fotografica,   cornice a cassetta 30 x 40 cm

Špela Volcic, Inabsentia #1, #2, #3, 2007- 2014. Stampa inkjet su carta fotografica, cornice a cassetta 30 x 40 cm

Anna Gramaccia,   Sleepwalking,   2015. Pennarello e incisione su carta,   dim. ambientali

Anna Gramaccia, Sleepwalking, 2015. Pennarello e incisione su carta, dim. ambientali

Ryts Monet,   Jacko,   2015.Video,   colore,   suono,   min: 8:55

Ryts Monet, Jacko, 2015.Video, colore, suono, min: 8:55