Self Portrait as my Mother, 2020
Silvia Rpsi, Self Portrait as my Mother, 2020

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Nei tuoi progetti rimetti in scena episodi della tua storia familiare, entri nei panni di tua madre, nel suo passato. Quando scatti non sei dietro a una macchina fotografica, ma nel suo obiettivo. Puoi parlarci della relazione tra visione e performativitá in questa tua ricerca?

Silvia Rosi: Sin da piccola ho sempre rovistato tra scatole di album fotografici alla ricerca di immagini. Attraverso la fotografia mi era consentito osservare le persone in modo libero, studiarne i tratti, i gesti e i movimenti. Ed è appunto quello che facevo quando osservavo le immagini dei miei parenti. Questa è una parte importante del mio processo creativo.

MZ / SB: Ci ha colpiti la cura che hai riposto nel dettagliare le scene sia in Encounter sia in Self Portrait as My Mother. Come hai costruito il set e scelto gli abiti, ovvero filologicamente cosa hai voluto ricostruire insieme a quel passato e cosa non è riuscito a entrare nello scatto?

SR: In Self Portrait as My Mother ho guardato direttamente al mio album di famiglia, prendendo ispirazione dalla storia della fotografia dell’Africa occidentale. Il set è molto casalingo, costruito con materiali di recupero per ricreare gli ambienti di uno studio fotografico di Lomé, nel quale mia nonna appare in molteplici foto dell’album di famiglia.  L’idea per la serie nasce dal ritrovamento, in un armadio in soffitta, di alcuni abiti di mia madre, che apparivano nelle fotografie dell’album. Da lì l’idea di indossarli e ricreare nello studio scene che raccontano la vita di una migrante togolese in Italia.

In Encounter gli abiti sono più ricercati, sempre coerenti allo stile di mia madre, che ho imparato a conoscere sempre attraverso le fotografie della sua gioventù. In entrambi i progetti fotografici c’è l’idea di mostrare il passato dei miei genitori, ma di farlo in una maniera diversa da quella operata dall’album di famiglia. Nell’album, infatti, mostriamo i momenti di felicità, tralasciando quelli più dolorosi. Ho voluto attivare un processo inverso. I miei scatti non rappresentano la realtà, o almeno non esattamente, ma sono un resoconto, un estratto di racconti e conversazioni al telefono con mia madre, che nel progetto prendono forma di immagine. Non sono alla ricerca di una verità assoluta, ma qualcosa di simile.

MZ / SB: Negli autoritratti di Encounter i soggetti sono ripresi mentre indossano il cercine per portare oggetti, anche bizzarri (come un telefono), sopra il capo. Nella serie indossi gli abiti di un uomo e di una donna. Le immagini sono anche accompagnate da un testo che si ripete e ripete e ripete. Come è nato questo progetto?

SR: Il progetto nasce da un viaggio in Togo, dove ho passato un po’ di tempo nel mercato di Assigame, l’epicentro del commercio della capitale Lomé. In questo mercato mia madre lavora come venditrice ed è proprio qui che ha messo insieme i pochi soldi che le hanno consentito di partire per l’Italia. Il mercato è diventato per me un simbolo, e osservare le venditrici mentre trasportano merce sulla testa mi ha spinta a creare un progetto che parla del percorso migratorio dei miei genitori. Nel progetto viene paragonato al percorso delle mercanti tra le vie del mercato di Lomé, fatto di ostacoli e sofferenze. Il testo narra una storia legata ai primi anni di mia madre (e del mio padre naturale, che non conosco) in Italia ed è ripetuto molte volte all’interno della cornice del testo. L’idea della ripetizione viene dalla tradizione orale togolese, dal modo in cui storie di ogni genere vengono tramandate di generazione in generazione per preservarne la memoria. L’importanza del conoscere la storia di migrazione dei miei genitori è messa in evidenza dalla mia posizione di afroitaliana. Attraverso il lavoro cerco di comprendere le ragioni per cui mi trovo in Europa, mettendomi nei panni sia di mia madre che di mio padre.

MZ / SB: Nei tuoi lavori l’estetica a cui fai riferimento è quella del ritratto in studio nell’occidente africano e dell’album di famiglia. Potresti raccontarci il tuo rapporto con questo specifico genere fotografico?

SR: Il ritratto di studio dell’Africa occidentale lo incontro durante una lezione di storia della fotografia a Spazio Labo’ a Bologna, e successivamente lo riscontro nel mio album di famiglia. Questo genere fotografico mi ha sempre affascinata e ha per me un valore sentimentale.

MZ / SB: Cosa è entrato, nel tuo immaginario, delle atmosfere e ritratti di Seydou Keyta e Malick Sidibé?

SR: Quello che più mi colpisce è il ruolo del fotografo, che non ha solo il compito di creare l’immagine ma anche di permettere a ognuno dei suoi soggetti di apparire al meglio di fronte alla macchina fotografica. Per questo nello studio fotografico erano presenti oggetti quali abiti, accessori e sfondi stravaganti, che potevano essere utilizzati durante la posa.
Se la mia classe sociale non mi permetteva di possedere un orologio, allo studio potevo prenderlo in prestito. Per queste ragioni lo studio diventa nel mio immaginario un luogo performativo, quasi teatrale. 

Silvia Rosi, Self Portrait as my Mother on the phone, 2020
Silvia Rosi, Self Portrait as my Mother on the phone, 2020
SilviaRosi, Self portrait as my mother in school uniform, Fotografia, 2020
SilviaRosi, Self portrait as my mother in school uniform, Testo, 2020

MZ+SB: Sei di (o sei nata a) Scandiano, paese natale di Luigi Ghirri. Quando hai scoperto di abitare nel paese del più grande fotografo italiano? Quando hai deciso di usare la fotografia?

SR: Sono nata a Scandiano, paese natale di Luigi Ghirri, nel 1992, lo stesso anno della sua morte. Di Ghirri ho sempre amato la composizione e il suo legame a un territorio in cui da ragazza mi sono sempre sentita spaesata. Sono cresciuta a San Cesario sul Panaro in provincia di Modena e il mio desiderio è stato sempre quello di scappare alla ricerca di una diversità che si può tradurre nella ricerca di un luogo che mi appartiene e che forse non troverò mai. La fotografia mi ha sempre permesso di confrontarmi con la mia realtà personale ed è per questo che ho iniziato. 

MZ+SB: Che cosa è l’Italia e che cosa è il Togo nel tuo lavoro artistico e nella tua vita di tutti i giorni?

SR: L’Italia nel mio lavoro è il luogo in cui i dubbi e le preoccupazioni prendono forma. Essere neri in Italia significa dover sempre essere pronti a giustificare le proprie origini e la propria identità. Questo l’ho sempre vissuto in maniera negativa e solo recentemente ho iniziato a prenderla come un’opportunità per fare domande e comprendere la mia storia. A queste domande era possibile rispondere solo attraverso il viaggio che mi ha permesso di ripercorrere il processo migratorio dei miei genitori.

MZ+SB: L’Italia sembra essersi dimenticata del suo passato coloniale. Anche rispetto a questa assenza, che tenderei a definire negazionismo talvolta, che cosa pensi dell’idea di “afroitalianità“?

SR: La mia famiglia viene da un ex colonia francese e in questo caso il legame con l’Italia è semplicemente di opportunità. L’Italia era il primo paese che ha dato il permesso di soggiorno ai miei genitori, attraverso la legge Martelli, e questa è la ragione principale per cui sono rimasti. Era più semplice stabilirsi senza essere rimandati al proprio paese e penso che questa sia l’esperienza di molte famiglie afroitaliane. Penso sia importante difendere la nostra esistenza in Italia e per questo a volte mi pento di essermene andata. Penso che l’afroitalianità sia una realtà sempre più evidente e spero diventi impossibile da negare.

MZ+SB: In Election Box muovi una critica verso lo Ius Solis. Ci parleresti di questo progetto, del contesto in cui è nato, ma anche della scelta di scattare in bianco e nero?

SR: Nel 2012 lavoravo come scrutatrice per le elezioni nel mio comune di residenza. Il lavoro era molto ripetitivo, raccoglievo le firme dei votanti e li osservavo sparire nella cabina elettorale. Le gambe erano l’unica parte del loro corpo che mi era concessa vedere. La cabina ha iniziato ad assumere un certo fascino, un po’ come la scatola magica del mago in cui vediamo sparire la sua assistente.
Con l’aiuto di mio padre ho costruito la mia cabina elettorale all’interno della quale potevo creare scene surreali e legate all’immaginario.
Il lavoro è ironico e spontaneo, ma nasconde una critica che è quella allo ius soli. L’Italia non garantisce la cittadinanza ai figli di immigrati nati su territorio italiano, che molto spesso dopo il raggiungimento della maggiore età affrontano difficoltà nell’ottenerla, e da qui l’ironia del mio ruolo da scrutatrice in quanto figlia di immigrati.
L’uso del bianco è nero devo ammettere è legato alla possibilità di poter scattare, sviluppare e stampare indipendentemente, una cosa molto eccitante per una fotografa alle prime armi.

MZ+SB: Come è nata La sconosciuta?

SR: La sconosciuta è un’istallazione che include fotografia e video. È stata realizzata durante la mia residenza a Thread, in Senegal. Durante uno dei miei primi field trips in Togo mi è capitato di osservare una donna camminare per strada con una borsa attorno alla spalla. Camminava sotto il sole e io ero dietro di lei.
A un certo punto, come in un gesto liberatorio, si sfila la borsetta dal braccio e la pone sul suo capo. L’ho trovato un gesto semplice ma interessante, visto dagli occhi di una persona cresciuta in Europa.
Durante la mia residenza, ripensando a questo incontro ho ideato l’installazione.
Nella prima immagine la donna tiene la borsetta al braccio, mentre nella seconda la borsa è sulla sua testa. Ma quando il video al centro parte, crea un’altra dimensione. Le fotografie diventano un’anticipazione di quello che sta per accadere nel video. La fotografia fornisce tutti gli elementi per comprendere la storia, ma il video aggiunge qualcosa in più, qualcosa che ci immaginiamo ma che diventa palese grazie al movimento.

Silvia Rosi, Self Portrait as my Father, Fotografia, 2020
Silvia Rosi, Self Portrait as my Father, Testo, 2020
Silvia Rosi, Encounter
Silvia Rosi, Encounter