Paola Pasquaretta, Acquedotto, 2014

Mauro Zanchi + Sara Benaglia: Iniziamo dalle sculture di sapone e di schiuma, dal senso di fragilità che sottendono. Che valore ha il gesto fotografico, lo scatto, il coinvolgimento del mezzo meccanico e digitale, con il senso del deperibile, della scomparsa? Cosa assorbe l’immagine, nelle dinamiche che si mettono in azione tra qualcosa che ha breve durata e qualcos’altro che invece è stato creato per dilatare la durata nel tempo?

Paola Pasquaretta: L’opera di cui parlate è composta da due fotografie, Vulcano 01 e Vulcano 02, e sei sculture che riproducono in scala i vulcani attivi italiani. Il lavoro è nato in un periodo in cui la fotografia mi annoiava. I limiti che riscontravo nel mezzo stavano vincolando la realizzazione dei miei lavori. Così, mentre facevo la doccia, ho iniziato a giocare con la schiuma. Cercando di modellare le prime forme è nato un primo embrionale pensiero: perché non sfruttare la noia e giocare con questi ipotetici vincoli? Sperimentando in un set fotografico, quelle forme indefinite sono diventate montagne e le montagne vulcani. L’unico modo per far vedere ed esporre quelle sculture effimere era utilizzare la fotografia: spostarsi da un lato all’altro del set modellando la schiuma e cercando di scattare nel momento preciso in cui la materia avesse raggiunto la sua forma “perfetta”. Era come se cercassi la forma ideale del vulcano e contemporaneamente un lavoro in cui il mezzo fotografico non potesse essere sostituito da nessun altro. Così sono nati Vulcano 01 e Vulcano 02, ricercando la forma ideale del vulcano: quella che nel nostro immaginario è disegnata sotto alla lettera V dell’alfabeto di carte da gioco. Vulcano 01 e Vulcano 02 esistono in quanto immagini e possono tornare ad essere oggetti nel momento in cui vengono stampate.

MZ + SB: È interessante anche approfondire come tu abbia evocato un cortocircuito visivo. Attraverso un’immagine che al contempo visualizza qualcosa che è solido, almeno nella forma a monte del vulcano, tu fai agire la materia effimera della schiuma. Cosa coglie il mezzo fotografico in questa figurazione costruita sull’idea dell’ossimoro?

PP: I vulcani mi affascinano, sono delle montagne che hanno tanto da dire. E soprattutto sono creatori di forme e immagini. Riescono a modellare la materia, a modificare il paesaggio intorno a loro, a cambiare le loro vesti e a interagire con la nostra vita e la nostra quotidianità. Il cortocircuito si forma nel momento in cui la schiuma diventa vulcano. Una cosa così fragile ed effimera riesce a mostrare qualcosa che sembra permanere immutato. Le cosse che paiono eterne (come i vulcani), poi, in fondo, non lo sono. E viceversa. La fotografia coglie l’attimo in cui la schiuma assume quella specifica forma, rendendo eterno un istante. Ma è davvero così eterno quest’istante? O piuttosto anche la fotografia lavora in una sorta di circuito uroborico, apparendo immobile, ma rimanendo in continuo movimento, incarnando la ciclicità delle cose?Il cortocircuito non si esaurisce nel binomio vulcano-schiuma, ma si ripete nell’accostamento della fotografia alle sculture, nell’indagine dell’immagine come oggetto.

MZ + SB: Poi ci sono le sculture (Etna, Vulcano, Lipari, Panarea, Stromboli, Vesuvio) realizzate lavorando un tipo particolare di sapone, che nel tempo si trasforma in qualcosa di totalmente diverso. Che cosa ribolle in questi vulcani concettuali, che sono simulacri atti a evocare le trasformazioni della materia e rinviano a una narrazione più grande, quella geologica?

PP: Come dicevo prima, le sculture Etna, Vulcano, Lipari, Panarea, Stromboli, Vesuvio riproducono i vulcani attivi italiani. Ho scelto di scolpirli il più meticolosamente possibile in un materiale che a contatto con l’aria si modifica, introducendo inevitabili cambiamenti nella loro forma. I vulcani sono un esempio dell’instabilità del paesaggio. Ci ricordano che il luogo in cui viviamo non è sempre uguale a se stesso, che le azioni, le nostre, hanno delle conseguenze.
Diciamo che ho provato a lavorare con il tempo. Nelle fotografie si trattava di una sfida contro il tempo, nelle sculture si tratta di prendere atto della sua inevitabilità.
Ho provato a confrontarmi con le caratteristiche di questo specifico materiale e a interrogarmi sui suoi limiti, sui limiti del lavoro dell’artista e dell’artista come essere umano.

MZ + SB: Che ruolo ha la consapevolezza del passaggio del tempo – le trasformazioni che esso induce, il modificarsi delle cose – nella tua ricerca?

PP: Lo scorrere del tempo è la spia che mi ricorda di dover fare i conti con le mie fragilità, con la mia finitezza. Ma mi ricorda anche di far parte di qualcosa di più grande. In fondo credo che tutti i miei lavori nascano come espedienti per raccontare le relazioni naturali, culturali o sociali di cui faccio parte e che ci riguardano come esseri umani.
Per me è importante creare un’occasione di riflessione sulle nostre azioni, sulle nostre risorse e potenzialità. Occasioni che spero si trasformino in opportunità di formazione di un pensiero critico.

MZ + SB: Le tue opere lasciano intendere che le cose cambiano anche a causa nostra, e quindi è importante coinvolgere un tipo di sguardo più attento e prestare più attenzione anche a ciò che pare superfluo o in secondo piano. Quando conduci il flusso dei cambiamenti e dirigi le tue riflessioni sul tempo, come scegli di utilizzare un medium piuttosto che un altro?

PP: Nella mia ricerca lascio molto spazio alla sperimentazione. Mi piace mettermi in gioco, lavorando sempre in modo diverso. Conoscere le specificità dei materiali che utilizzo è fondamentale per individuare di cosa si sta parlando e quali immaginari si possono evocare. Avere consapevolezza degli strumenti che ho a disposizione mi permette di lavorare sui limiti degli stessi, di generare quei cortocircuiti che favoriscono le lacune, le faglie, le resistenze dove ricercare lo scambio. Credo che l’analisi continua e la sperimentazione sui linguaggi siano importanti per attivare ogni volta un nuovo tipo di relazione. Non solo come artista ma anche come spettatrice credo sia fondamentale stare sempre sull’attenti e non abbassare mai la guardia.

Paola Pasquaretta, Diorama, 2019, installazione, vista della mostra, Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino
Paola Pasquaretta, Diorama, 2019, installazione, vista della mostra, Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino
Paola Pasquaretta, Diorama, 2019, installazione, vista della mostra, Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino

MZ + SB: Che rispondenze e relazioni o coinvolgimenti reciproci metti in azione quando espandi la fotografia a una forma installativa o a una presenza scultorea?

PP: Come dicevo, elementi diversi hanno specifiche diverse che mettono in gioco vari tipi di relazioni. Tutti i miei lavori, anche quelli apparentemente composti da un unico medium, sono costruiti attraverso la sovrapposizione di vari strati. Questa stratificazione può essere più o meno evidente ma permette la creazione di vari livelli di lettura. Le installazioni mi permettono di lavorare con il tempo e con lo spazio. Mettendo sullo stesso piano immagini e oggetti stabilisco fin da subito che un’immagine è anche presenza, che la fotografia è anch’essa un oggetto. È nell’accostamento e nell’eventuale contrasto tra elementi di natura diversa che si crea un’ulteriore livello di senso.

MZ + SB: Nel processo di lavorazione quando consideri conclusa un’opera? Cosa intercorre tra la prima idea e il momento dello stacco dall’opera? (Come procede il processo creativo quando realizzi un’opera?)

PP: Anche se di solito tutto parte da una prima idea, un espediente, che può corrispondere alla scoperta di un luogo, all’incontro di una persona, all’ascolto di una testimonianza, alla lettura di un racconto o al venire a conoscenza di un avvenimento, il processo per la realizzazione di ogni lavoro cambia di volta in volta. Il mio lavoro finisce nel momento in cui l’opera viene esposta, anche se poi entrano in gioco altri fattori – come l’interazione con il fruitore – che ne modifica ulteriormente il significato. Quest’aspetto è molto evidente in Diorama, ma anche nella sequenza fotografica My baby shot me down.Quest’ultimo lavoro è composto da una sequenza di dieci scatti, che mi riprende nell’atto di imbracciare e puntare un fucile ad aria compressa, in una sorta di stop-motion. In questo caso, l’allestimento dell’opera e la presenza di un fruitore è fondamentale. Le fotografie sono appese, scostate dal muro di 45 gradi. Osservandole, l’attenzione si sposta da ciò che è rappresentato nel singolo scatto all’azione nella sua interezza. Le dieci immagini, viste contemporaneamente, trasformano il loro senso: nell’arco della sequenza ciò che è rappresentato muta da oggetto dell’osservazione (un ritratto) a soggetto che osserva (soggetto che prende la mira). Il lavoro definisce quindi uno spazio al di fuori delle immagini: lo spazio in cui lo spettatore si muove e in cui si viene coinvolti entrando a far parte dell’azione stessa.

MZ + SB: Utilizzi la tua ricerca artistica per un’analisi più approfondita del quotidiano, come fosse una via filosofica applicata, che tenta di comprendere il mondo attraverso riflessioni tradotte in modo materiale? Come risolvi formalmente le tue speculazioni concettuali?

PP: Forse la risposta è nella domanda o nei lavori stessi. In ogni caso non credo davvero di risolvere niente. Piuttosto mi pongo delle domande a cui provo a dare risposta e, quello che realmente mi interessa è che altri oltre a me possano porsi le stesse domande, trovare le stesse o altre risposte, formulare nuove domande, ampliare una riflessione.

MZ + SB: Ci interessa approfondire l’elemento narrativo (o evocativo, ma partendo da fatti reali o da racconti di luoghi e di persone che hai incontrato) che si svolge tra Acquedotto, L’orizzonte degli eventi, e Diorama.

PP: Acquedotto è una serie di quattro fotografie che descrive il ciclo naturale dell’acqua e la sua gestione da parte dell’uomo nel territorio del Lagorai. Le immagini mostrano un processo fondamentale per la vita quotidiana, che resta celato in luoghi quasi totalmente inaccessibili. Anche in L’orizzonte degli eventi viene mostrato un luogo altro. Due edifici dismessi entrano in relazione tra loro grazie alla presenza di un buco nella parete che, assieme a degli oggetti trovati all’interno degli stessi, diventa il pretesto per creare delle azioni performative. Con le fotografie è esposta un’asta in ottone la cui lunghezza è data dalla somma della larghezza delle due stanze. L’installazione racconta quel luogo, ne riproduce in vari modi l’aspetto, ma allo stesso tempo è un espediente per analizzare, anche ironicamente, i confini stessi del mezzo fotografico.
Diorama segue un processo diverso. Qui la narrazione si svolge nell’opera stessa, nella sua installazione all’interno dello spazio espositivo (Palazzo Ducale di Urbino), nell’interazione con il pubblico, nei riferimenti visivi.

MZ + SB: Cosa sta alla base della creazione delle tue immagini?
PP: La necessità e l’inevitabilità, credo. Non l’ho ancora capito.

MZ + SB: Cosa vibra al di là del tuo interesse per il racconto e per la progressione del tempo? Come guardi le metamorfosi delle immagini?

PP: Sicuramente c’è un interesse da parte mia nel voler comunicare; uso questa parola anche se forse non è la più adatta. Diciamo che con i miei lavori intendo esprimere qualcosa. Si tratta di voler muovere dei pensieri verso l’esterno. Ma non tutte le immagini sono uguali. Forse l’ho già accennato prima, ma avere gli strumenti necessari per comprendere cosa si sta guardando è imprescindibile per me. Soprattutto in un periodo storico in cui le immagini sono tutto, non si può non saperle leggere. Non ci è più concesso assorbire concetti senza riconoscerne le caratteristiche. Forse una parte del mio lavoro è anche questa. Provare a dare qualche strumento di lettura in più giocando con le immagini e utilizzando delle immagini che possono sembrare ambigue. Forse sta tutto nell’essere consapevoli dell’esperienza della visione.

Paola Pasquaretta, L’orizzonte degli eventi, 2014
Paola Pasquaretta, L’orizzonte degli eventi, 2014

MZ + SB: Dentro il flusso in divenire della scansione temporale, come ti relazioni con gli spazi, i materiali, le tecniche rappresentative?

PP: La scelta dei materiali, di utilizzare una tecnica piuttosto che un’altra, porta ovviamente a una percezione diversa del lavoro. Proprio per le caratteristiche intrinseche che gli stessi hanno. Sicuramente è diverso mostrare la fotografia di un panda o esporre il panda stesso.
In quest’ottica lo spazio diventa un ulteriore strumento, che può essere sfruttato nella costruzione della struttura/opera. Intervenire sullo spazio di presenza dell’opera, in concomitanza con gli altri elementi che la costituiscono, crea le possibilità di interazione con l’opera stessa.
Sono poi queste interazioni che mi permettono di lavorare sui continui mutamenti del punto di vista. Le stesse azioni/reazioni, che si svolgono in uno spazio e in un tempo, diventano strumenti nelle mani del fruitore, attore esso stesso di una ulteriore modificazione/trasformazione dell’opera.

MZ + SB: In questi anni abbiamo raccolto – per uno studio antropologico sulla vita degli italiani, attraverso le testimonianze realizzate attraverso il medium fotografico – tante serie di fotografie vintage, acquistandole nei mercatini delle pulci o nelle fiere di fotografia. Una di queste serie è costituita da persone che hanno fatto centro nel tiro a segno dei luna park. Il premio era la fotografia, che testimoniava la vittoria del tiratore. Fotografia che molto probabilmente veniva realizzata solo se il tiratore colpiva il centro del bersaglio. In questo gioco è reso visibile, testimoniato da uno scatto, lo scambio tra soggetto e oggetto, il rapporto tra il punto di vista, la direzione dello sguardo e la traiettoria del tiro. Quale riflessione e spiazzamento inneschi con My baby shot me down?

PP: Credo che la differenza fra le fotografie di cui parlate e il mio lavoro stia proprio nella relazione che si innesca fra le immagini e il fruitore. Le prime probabilmente erano destinate al tiratore, come premio per la sua vittoria. Erano una sorta di trofeo utile a mostrarne le abilità. Sono il racconto di un avvenimento.
Nel mio lavoro lo spiazzamento nasce nello svolgersi dell’azione all’interno della sequenza fotografica. Nel modificarsi del soggetto inquadrato da osservato a osservatore. È in questo passaggio che il lavoro si compie. Altrimenti avrei potuto realizzare una sola immagine di me con un fucile o un video in cui punto il fucile verso l’osservatore, ma avrei perso l’attenzione che pone il fruitore su ogni immagine, l’importanza di vedere il movimento scandito nel tempo come a ralenti: il passaggio della fotografia da ritratto fotografico (oggetto osservato) a soggetto che mira (che osserva).

MZ + SB: Ci parleresti di Diorama, l’installazione esposta al Palazzo Ducale di Urbino nel 2019, soprattutto del tuo approccio metafotografico e del sistema di relazioni che hai inteso innescare tra gli elementi esposti (la carabina ad aria compressa, il diorama e lo spazio tra i due), la posizione di chi interagisce con l’opera, nel portare il pubblico a seguire un determinato percorso espositivo per entrare a farne parte?  

PP: L’opera è composta da una stanza al cui interno prende forma un paesaggio naturale ricoperto da uno strato di cenere vulcanica artificiale: il diorama di un paesaggio contemporaneo, risultato di un presunto cataclisma, che è stato istantaneamente estinto e sepolto. La stanza che lo contiene si rifà volutamente nella forma alle strutture del tiro a segno delle fiere e diventa così il luogo predisposto alle esercitazioni di tiro. Di fronte al diorama, un cavalletto sostiene un fucile. La carabina ad aria compressa punta il paesaggio, ma non identifica un bersaglio preciso. Posizionare il fucile e il diorama, contrapposti rispetto all’ingresso della sala espositiva è stato essenziale per far sì che lo spettatore, attraversando la linea di tiro, potesse entrare a far parte dell’opera stessa, diventando centro del campo visivo, il soggetto del mirino, il cuore del diorama, ipoteticamente un vero e proprio bersaglio.Diorama è una sorta di versione ambientale di My baby shot me down. Anche qui c’è un interesse nell’analizzare i confini, i limiti e le caratteristiche dei mezzi che utilizzo e, in questo caso, penso che l’opera si possa anche descrivere come una sorta di fotografia esplosa. In entrambi i lavori, infatti, ho provato a costruire una rapporto con lo spazio in cui si collocano ed è questo legame che mi ha permesso di dare origine e giocare con nuovi punti di vista. Inoltre una delle grandi differenze fra Diorama e My baby shot me down sta nel fatto che nel primo il fucile è un oggetto che fa parte fisicamente dell’opera, è presente nella stanza, lo si può vedere e volendo, anche toccare, nel secondo è solo un’immagine.

MZ + SB: In Ping Pong ti poni uno scambio continuo di domande: “Che cosa significa utilizzare una immagine? E perché proprio quella immagine piuttosto che un’altra? Fino a che punto si può distinguere l’immagine dall’oggetto?” Inoltre fai in modo che si costituisca anche una alterazione della rappresentazione. In questo processo denso di questioni cosa è emerso nel rapporto tra immagine e punti di vista?

PP: In Ping pong l’immagine del panda è utilizzata proprio per i significati che porta con sé, per il suo essere identificata come simbolo. Poi, è nella relazione con gli altri elementi dell’installazione che assume un suo significato proprio. Il foglio di policarbonato appoggiato sopra alla fotografia sembra sottolineare come l’immagine possa diventare anch’essa oggetto e che è proprio in questa accezione che dev’essere letta. Accostandola a un soffiatore che tiene sospesa sul flusso di aria una pallina da ping pong ho provato a creare una sorta di altare all’equilibrio. È come se ci fosse qualcosa di continuamente mutabile, qualcosa che esalta la tensione fra le parti che compongono il lavoro e i significati che gli stessi assumono.

Paola Pasquaretta, Ping-Pong, 2015
Paola Pasquaretta, My baby shot me down, 2019, installazione, dieci stampe Fine Art Giclèe 45 x 30 cm, sostegni in ferro, calamite , vista dell’installazione, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Re Rebaudengo, Guarene
Paola Pasquaretta, My baby shot me down, 2019, dettaglio installazione, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Re Rebaudengo, Guarene
Paola Pasquaretta, Vulcano 01, 2016
Paola Pasquaretta, Vulcano, 2016, vista dell’installazione