Maurizio Montagna, Albedo (2004)

Maurizio Montagna è il protagonista del nostro approfondimento sulla fotografia contemporanea. Mauro Zanchi e Sara Benaglia hanno posto una serie di domande sulla ricerca del fotografo, i suoi attuali progetti e, più in generale, sulle sue riflessioni sulla fotografia contemporanea.

Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Corruzioni (2017-19) è una tua serie fotografica risultata da “bug” creativi e assolutamente inaspettati in un oggetto tecnologicamente avanzato. Come ha preso corpo questo progetto?

Maurizio Montagna: Mi interessava comprendere fin dove uno strumento tecnologico avanzatissimo fosse capace di interpretare un soggetto. Nella macchina fotografica che stavo utilizzando, un bug ha evidentemente preso il sopravvento. Quando lo strumento è stato messo in crisi, è divenuto capace di realizzare un immaginario astratto e non controllabile dall’operatore. Ho scelto volontariamente di registrare con tale strumento soggetti differenti dalle mie ricerche personali, perché non trovavo queste immagini corrotte aderenti alle architetture e ai paesaggi che sono molto frequentemente oggetto delle mie ricerche.
Nel libro Per una filosofia della fotografia (1984), Vilém Flusser afferma che con l’avvento della fotografia elettronica l’artista non sarebbe più stato l’operatore, ma colui che ha progettato il software dello strumento utilizzato. Un’affermazione interessante, e forse provocatoria. Certo, forse Flusser non aveva messo in conto che l’artisticità di un software è realizzata già con canoni preesistenti, e che quindi forse neanche l’ingegnere creatore del progetto elettronico digitale è esente da un sistema culturale così invasivo e che neanche un errore digitale ne è immune. Così, ispirato dai nudi di Lee Friedlander e dagli oggetti maniacalmente fotografati da Franco Vimercati, ho iniziato a fare degli studi su entrambi i temi. I lavori che ne sono usciti sono totalmente non aderenti alla mia idea di realizzazione fotografica, anche se ci sono dei temi ricorrenti nei processi che identificano il mio modo di lavorare, di cui la serialità è forse maggiormente evidente. 
Così, come nei miei progetti precedenti, nelle foto corrotte ho dovuto scattare moltissime immagini, che talvolta hanno portato con sé minime ma significative differenze. Questo è ciò che mi interessa di questo lavoro: non il risultato finale, ma gli scarti che si creano tra le foto realizzate a pochi secondi di distanza l’una dall’altra. La scelta finale poi porta inevitabilmente a definire quale sia l’opera, ma di fatto potrei affermare che le immagini realizzate in una sessione possano essere considerate tutte buone. In fondo, mai come in questo caso, non sono io l’artefice del risultato del lavoro; io porto solo il dorso digitale in crisi. Crisi che poi viene gestita autonomamente dal sistema elettronico.

MZ / SB: È possibile che le immagini colte dalla macchina fotografica (che tu ritieni messa in crisi da una sequenza di scatti troppo pressante) colgano invece aspetti che noi solitamente non riusciamo a vedere con i nostri occhi?

MM: Credo che la macchina fotografica interpreti “meccanicamente” il soggetto. Noi siamo influenzati, se così si può dire, dalla percezione e dal fatto che, a causa di alcuni “difetti” percettivi addirittura vediamo cose che di fatto non esistono. Tuttavia, è molto affascinante immaginare che la macchina fotografica “veda” oltre le nostre possibilità. In effetti per certi versi è così. Una famosa scena di Blow Up di Antonioni narra del dettaglio di un ingrandimento, che suggerisce al fotografo la possibilità di scoprire un delitto. Questo accadeva negli anni ’60. Oggi, con la tecnologia digitale, il dettaglio sgranato di quel negativo 35 mm sarebbe perfettamente nitido e quindi ancora più preciso nella sua narrazione. Quindi per certi versi sì, la macchina fotografica, sicuramente può vedere di “più” della nostra vista, ma forse non per questo è più sincera, sebbene non si possa negare una certa oggettività bidimensionale del sistema ottico fotografico. Per quanto riguarda le foto corrotte, direi che è quanto meno intrigante pensare che un software, non danneggiato ma portato al massimo sforzo di lavoro, sia in grado di interpretare la realtà con i canoni estetici della fotografia analogica. Un surrealismo digitale e randomico. La cosa interessante è che lo strumento non è predisposto a farlo, lo fa. 

Maurizio Montagna, Albedo (2004)
Maurizio Montagna, Albedo (2004)

MZ / SB: Le tue immagini corrotte cosa restituiscono in più del reale rispetto a quello che la casa produttrice della macchina fotografica promette?

MM: Le immagini prodotte dal dorso DGT Phase One sono la sintesi di una tecnologia, che la casa produttrice definisce d’avanguardia. Ovviamente questo è falso: si tratta solo di una prova muscolare misurata con milioni di pixel. Tuttavia, non posso non ammettere che la straordinaria qualità prodotta da questi strumenti porta a risultati di tutto rispetto, e certo definisce un livello mai raggiunto di definizione e realismo del soggetto documentato. Ma certo questo strumento commercializzato in vari modelli negli ultimi anni non è altro che la punta di un iceberg, di un sistema tecnologico che i sistemi militari, aereo spaziali e scientifici, a fronte di cospicui investimenti, utilizzano da tempo e permettono agli operatori una lettura delle immagini di incredibile qualità.

MZ / SB: Cosa è per te l’invisibile nella tua ricerca? Che rapporto hai con ciò che normalmente non vediamo del reale?

MM: Già dei primi anni in cui mi interessavo alla fotografia, al di là degli esperimenti iniziali legati alla pura tecnica, mi sono sempre domandato quale fosse la relazione tra il reale e l’interpretazione realizzata attraverso la macchina fotografica. Con il mio primo vero lavoro Albedo (2004) ho cercato, attraverso delle pratiche che mettevano in relazione piani focali differenti, di comprendere e dimostrare che la realtà fotografica ha ben oltre a che fare con il tema del visibile.
Questa tecnica, chiamata fuoco selettivo, permette di avere sullo stesso piano focale zone di nitidezza differenti.  In realtà questa pratica, che può essere ormai realizzata anche con sistemi digitali, è legata a una precisa azione, dando all’operatore il totale controllo del risultato.
Tuttavia, la fotografia ha di per sé dei vincoli che condizionano i margini di azioni. Uno dei più importanti è l’indice di realismo che l’obiettivo ha nel suo “dna” ottico. Per questo i miei successivi lavori hanno preso forma in maniera più netta e nitida, cercando di ottenere la miglior qualità fotografica possibile. 
Credo che, nella la sua aderenza al reale, la fotografia, quando ben realizzata, porti con sé temi che inevitabilmente parlano di un altrove, così come lavori realizzati con altri media. Per la fotografia, nella fattispecie, è possibile trovare l’altrove anche quando l’indice di realismo aderisce alle caratteristiche del soggetto fotografato. Un autore deve essere in grado di farci entrare in un immaginario personale. Ci sono molti modi perché ciò accada, ma la fase progettuale è sicuramente una delle più importanti. In seguito, il “trattamento” e le lavorazioni di arrangiamento dell’opera possono dare al lavoro un’identità personale, ma questo non deve prevalere sul senso. In fondo siamo capaci di vedere quello che riconosciamo, quello a cui attribuiamo un nome. L’artista sposta quel nome in un altro territorio e il significato trasla al di là dell’aspetto di identificazione del soggetto. La fotografia digitale di ultima generazione permette cose incredibili, ma solo attraverso l’esperienza ha un’idea chiara di che cosa è il reale, e di come l’obiettivo è capace di registrarlo.

Maurizio Montagna, Corrotti, 2017 #015
Maurizio Montagna, Corrotti, 2017 #023

MZ / SB: Come immagini ulteriori sviluppi della ricerca attraverso il medium della fotografia?

MM: Immagino due direzioni differenti: una legata a stretto filo con la tecnologia e una allo studio di possibili aperture del medium fotografico alle altre arti, come di fatto già avviene. Sicuramente, quelli che aderiranno a possibili contaminazioni potrebbero apparire geniali e innovativi, ma, ahimè, penso che la prima direzione sia più affascinante. L’artista che lavora con la fotografia ha abbandonato troppo frettolosamente la possibilità di usare questo medium per avere una relazione con il visibile e con la realtà, o almeno con ciò che siamo capaci di comprendere del reale.

MZ / SB: Con la fotografia del futuro si potranno mostrare le immagini che conserviamo nella dimensione della nostra immaginazione. Si potranno cogliere premonizioni figurative di ciò che stiamo cercando di comprendere?

MM: La nostra immaginazione figura immagini astratte e non aderenti al reale. Spesso l’immaginazione stessa, se portata agli estremi e usata come fuga dal reale, può danneggiare la nostra percezione della realtà e del quotidiano. Pensare fotografie è il grande inganno della fotografia cosiddetta artistica. Non si possono pensare fotografie, al limite si possono costruire e progettare degli immaginari e metterli in scena. Questo hanno fatto i grandi autori che hanno lavorato con la fotografia. La fotografia è legata al processo visivo, mentre l’interpretazione è un fatto tecnico; che poi sia in fase di ripresa o in post produzione/stampa poco cambia

Penso che, nonostante le grandi potenzialità tecnologiche, usate con differenti scopi e non sempre positivi, la quasi totalità dei fruitori di tecnologia sia totalmente asservita a essa, senza più avere un vero rapporto con la realtà. Questo porterà inevitabilmente a una percezione/interpretazione dispotica della stessa. In fondo viviamo già in un videogioco, ma non da oggi, forse da quando Leonardo si immaginò il suo prototipo di elicottero o da quando Jules Verne pubblicò Ventimila leghe sotto i mari (1870), fino a Blade Runner (1982), che quasi quarant’anni fa immaginava accadere scenari più o meno apocalittici proprio nel 2019.

MZ / SB: L’autoritratto, il ritratto degli altri, l’atto di cogliere istanti nel divenire del tempo, di innestare la macchina fotografica su un flusso, per dirla alla Vaccari, di materia, di energia, di informazioni, si avvicinano a quello che stiamo cercando di avvistare attraverso l’utilizzo di questo medium? O quello che ci restituisce è solo una visione parziale, limitata, e in alcuni casi un’immagine deformata di noi e di quello che vorremmo comprendere?
MM:La superficialità con cui ci poniamo davanti al nostro tempo, ingannati da false chimere o da scorciatoie che adottiamo per raffrontarci con il reale, lascerà un vuoto assoluto a chi, dopo di noi, cercherà di comprendere i nostri “messaggi”. La nostra ossessiva ricollocazione temporale, attraverso una trasformazione dal vissuto al rappresentato, è un segnale evidente di questo “disadattamento” nei confronti del reale. Non mi riferisco alla pratica della fotografia come ricordo, ma alla ossessiva documentazione di ogni singolo frammento del vissuto.

Maurizio Montagna, Corrotti, 2019, #CP
Maurizio Montagna, Corrotti, 2019, #PF
Maurizio Montagna, Corrotti, 2019

New Photography è una nuova rubrica di approfondimenti dedicata alla fotografia contemporanea: una serie di interviste di Mauro Zanchi e Sara Benaglia realizzate nel contesto di ricerca riferito allaMetafotografia e alla New Photography, iniziata nel 2018 – approfondita con una mostra presso BACO_BaseArteContemporaneaOdierna (Baco Arte Contemporanea) e una pubblicazione edita da Skinnerboox nell’ottobre 2019 – e tuttora in divenire con ulteriori approfondimenti nelle pagine online di questo sito.
New Photography è un progetto che in una prima fase coinvolge l’avanguardia fotografica contemporanea italiana e in seguito la Nuova Fotografia internazionale. Si pone il quesito di quale sia la natura dell’immagine alla luce di un cambio di paradigma visuale combinato con i cambiamenti sociali e tecnologici che lo hanno accompagnato. Gli algoritmi di correzione dell’immagine, il deep web, l’apertura al non visuale, la codificazione con stringhe di numeri, l’archivio, le corruzioni e gli sviluppi dell’inconscio tecnologico, l’utilizzo delle telecamere di sorveglianza e dello scanner invece di un obiettivo sono solo alcuni dei metodi e delle modalità di ricerca adottati dagli artisti coinvolti.