Mauro Zanchi / Sara Benaglia: Le attuali scoperte neuroscientifiche cosa hanno portato alla luce per quanto riguarda i processi messi in azione dalle immagini? Nel tuo percorso artistico come hai utilizzato il medium fotografico per sondare le metamorfosi delle immagini?

Christian Fogarolli: La fotografia fin dalla sua origine è un mezzo in continuo mutamento, che si è insinuato in tutti i settori e le discipline. In ambito artistico la questione attuale si fa sempre più ardua, con occhio e mente sempre più sottoposti a immagini di qualsiasi genere ed estetica che portano a una difficile educazione all’immagine, ma piuttosto verso una gran confusione.
La scienza e la neuroscienza sono ambiti che hanno contribuito non solo a questa diffusione, ma anche a un incremento di nuove tecnologie digitali per la generazione di immagini ritenute fino a pochi anni fa irreali e non visibili all’occhio umano. In questo modo fotografia e neuroscienza creano un rapporto diretto di scambio per il favoreggiamento dello sviluppo scientifico. Il mio processo di lavoro punta a estrarre il lato artistico di questi fenomeni di scambio, tenendo salda per ora la certezza di Bergson: se anche noi un giorno riuscissimo a vedere tutto ciò che avviene nel cervello, questo non ci permetterebbe di conoscerne il totale funzionamento, perché è evidente che “lo stato psicologico debordi di gran lunga lo stato cerebrale” (Materia e Memoria, Bergson 1986).

Christian Fogarolli, dettaglio dell’opera Self Brain, 2020. Opera fotografica da grafica digitale che rappresenta il cervello dell’artista. Creazione realizzata grazie all’elaborazione trattografica dei dati risultati da risonanza magnetica (MRI), realizzata presso i laboratori dell’Università di Trento CIMeC – Center for Mind/Brain Sciences, Rovereto/Trento, con la collaborazione di Lisa Novello. Courtesy l’artista e Italian Council (2019).

MZ + SB: In un tempo storico pervaso da una sovrabbondanza di informazioni e figurazioni, il mondo dell’arte come può individuare immagini più profonde e utili per far evolvere le coscienze o per formare la pratica della percezione (non solo visiva ma anche sinestetica) più sottile? 

CF: La lezione di Walter Benjamin del ’36 sembra non passare di moda. Il mondo dell’arte è ormai trascinato dal totalitarismo dei media, dei social network e della continua riproducibilità a scopo di diffusione commerciale. Non ho soluzioni da proporre, il mio metodo riguardo al complicato medium fotografico come mezzo di espressione è quello di una bassa produzione a favore dell’immagine inconsueta ed esclusiva. La ricerca che sta alla base e che precede la lavorazione e creazione dell’immagine e dell’opera è ciò che ne determina l’unicità: donare la possibilità di vedere ciò che normalmente non è di pubblico accesso per diversi motivi, di privacy, di casi inediti, di materiale sensibile o di derivazione da studi scientifici.

MZ + SB: Come ti rapporti con la possibilità che da qui in avanti possano avere più valore termini come riduzione, sottrazione, cancellazione, aniconismo, semplificazione? Cosa pensi a proposito del “diritto all’oblio”, per quanto riguarda le immagini?

CF: Potrei rispondere ironicamente che ogni giorno auspico una sottrazione, o quanto meno una riduzione della maggior parte delle immagini che quotidianamente vengono sottoposte ai miei occhi. Lo stress psicologico e mentale è davvero esasperante. L’attuale e sempre più concreto distanziamento umano implica come conseguenza una sostituzione del rapporto fra gli individui con immagini ed esperienze digitali e virtuali. Queste esperienze esistono per un breve tempo, scompaiono velocemente, possono essere rintracciate in archivi digitali o di rete, ma non hanno la capacità secondo il mio parere di sostituire il confronto reale e diretto con immagini e manufatti vivi, che, seppur esistendo, anch’essi hanno il diritto d’essere curati e di morire.

MZ + SB: Come hai tradotto in opera i tuoi studi sulla prosopagnosia – su ciò che riguarda il problema della riconoscibilità dei volti e delle forme degli oggetti – e come hai  reso visibili i collegamenti a “segni particolari” o “indizi” che portano il cervello a escogitare una o più soluzioni?

CF: Tutti i progetti ai quali mi sono dedicato in questi anni hanno uno stretto rapporto con testi di ricerca, studi scientifici e ricerche archivistiche che ne hanno determinato la nascita e lo sviluppo. Uno degli autori più stimolanti per il mio lavoro, anche per il rapporto tra immagine fotografica e prosopagnosia, è Oliver Sacks. Lui stesso soffriva di questa patologia. Ho trovato assurdo e strabiliante come questo autore incarnasse in una sola figura il ruolo di medico e quello di paziente. I concetti di “riconoscibilità” e di “anonimato” sono fondamentali nel mio operato, viaggiano parallelamente e si incrociano. In alcuni casi è l’analogia visiva a compiere un processo automatico di lettura dell’opera, in altri sono manufatti o oggetti che si interpongono tra l’occhio di chi osserva e l’immagine stessa a creare una nuova stratificazione, un nuovo mezzo o un ostacolo.”

Christian Fogarolli, Remeber, Repeat, Rework 9, 2015, Fotografia d’archivio, stampa su carta cotone 38 x 33 x 4 cm. Courtesy l’artista e Galerie Mazzoli, Modena/Berlino/Düsseldorf

MZ + SB: Cosa comportano gli interventi sulla fotografia, soprattutto nel rapporto d’interazione o scontro tra due media? Cosa innesca l’atto d’intromissione o di cancellazione su una fotografia? 

CF: L’utilizzo del mezzo fotografico nel mio lavoro avviene sempre in relazione a qualche altro elemento che interagisce con l’immagine, spesso realizzata con diverse tecniche: analogica, digitale e su diversi supporti, che vanno dalla carta cotone naturale, di riso, fino al marmo e al metallo. I miei studi nel settore archeologico e nel restauro spesso interagiscono nel mio operato, questi interventi creano delle stratificazioni che anziché essere indagate con uno scavo manuale, come nella pratica archeologica, vengono sfidate tramite un’analisi visiva su diversi livelli. Gli elementi che si relazionano con l’immagine hanno sempre dei legami con discipline che a primo impatto sembrano distaccate dall’ambito artistico come la medicina, l’archeologia, le scienze naturali, ma che, secondo la mia visione, nascondono aspetti, forme o proprietà dall’elevato valore estetico.

Christian Fogarolli, Criminal Mind, 2019, pigment print on iron, mineral, light, wood, mirrors, 63x50x5 cm. Courtesy Galerie Alberta Pane, Parigi/Venezia.

MZ + SB: Ci pare interessante il contrasto tra “testimonianza” e “cancellazione” del tuo lavoro sospeso tra ricerca d’archivio e impulso espresso con interventi sull’immagine, in un ulteriore tentativo per indagare il non conosciuto.

CF: Il contrasto e il rapporto tra testimonianza e cancellazione può avvenire anche tramite una contorsione dell’immagine fotografica. Il soggetto si tramuta in materia astratta, in massa, in corpo, i cui tratti spariscono e si lasciano intravedere sottilmente solo attraverso riflessioni date da lastre riflettenti. Il risultato di tali sperimentazioni è un intreccio tra ricerca archivistica, fotografia, scultura e installazione, in cui i diversi materiali lavorano insieme su una ambivalenza visiva, su una creazione di un’immagine fantasma, che è possibile percepire solamente da precise prospettive. 
Il sosia, termine che deriva dal nome del servo di Anfitrione nella commedia di Plauto, è collegato al motivo del doppio, che ho affrontato sotto diverse prospettive in questi anni. Ha origini antiche, lo si ritrova nel folklore, nella fiaba, nella mitologia appunto, nelle religioni, nella letteratura e certamente anche se in misura minore nelle arti visive. Il doppio si lega inscindibilmente nella mia visione al concetto di ombra, di riflesso e di luce. Secondo O. Rank l’immagine riflessa e l’ombra hanno la stessa funzione, contrapponendosi all’Io per diventare poi delle immagini autonome e indipendenti.

Christian Fogarolli, Loose, 2017, stampa a pigmenti su piombo lavorato a mano, specchio spia, ottone, 175 x 25 x 25 cm. Courtesy l’artista e Galerie Alberta Pane, Parigi/Venezia.
Christian Fogarolli, Loose, (dettaglio) 2017, stampa a pigmenti su piombo lavorato a mano, specchio spia, ottone, 175 x 25 x 25 cm. Courtesy l’artista e Galerie Alberta Pane, Parigi/Venezia.

MZ + SB: Pensi che attualmente si stiano riaffermando approcci o proiezioni (con tecnologie più avanzate) di stampo frenologico? 

CF: Non vi è nulla di negativo nel termine “frenologia”, attualmente dichiarata una dottrina pseudoscientifica e giustamente sorpassata, ma va ricordato che la scienza di oggi è una conseguenza di una sperimentazione, di un tentativo e di un errore di ieri. Ciò che reputiamo oggi come scienza e verità assoluta domani può essere totalmente smentito o dichiarato non più valido. Il concetto base della teoria di Franz Joseph Gall infatti può essere considerato ancora valido nella lettura di come le funzioni cerebrali siano comunque controllate da aree specifiche. Probabilmente si può dire che senza frenologia oggi discipline come la neuroscienza, la psichiatria e la psicologia non sarebbero quello che sono.

Christian Fogarolli, Pneuma, 2020, video 4K, sound, color, 13.03 min, ed. 1 + AP. Courtesy l’artista e Italian Council (2019).

MZ + SB: In Pneuma, sondi l’intangibilità delle malattie mentali. Come hai tradotto in forma questa materia apparentemente invisibile? 

CF: Il progetto si basa su viaggi di ricerca in diversi paesi d’Europa e dove possibile su delle collaborazioni con persone in cura attraverso la mediazione di personale specializzato. In alcuni casi è stato possibile creare dei contatti, lavorare insieme e organizzare delle attività in sinergia. Queste esperienze condivise mi hanno condotto poi alla costruzione di manufatti tangibili realizzati con diversi materiali: vetri di Murano, liquidi, sabbie minerali, specchi, pigmenti. Queste forme viscerali non possono tradurre l’incomprensibile, ma solamente creare un tentativo di avvicinamento a qualcosa di sconosciuto.

Christian Fogarolli, Pneuma, 2020, workshop e attività a schwarzescaé Luma Westbau, Löwenbräukunst Contemporary Art Center di Zurigo. Courtesy l’artista e Italian Council (2019).

MZ + SB: I tuoi viaggi, incontri, indagini, residenze ti hanno fatto toccare con mano questa “oscura” realtà, e ti sei confrontato direttamente con pazienti, personale medico e assistenziale, o con esperti del settore?

CF: Ci tengo a sottolineare che i viaggi di ricerca effettuati, gli incontri, le attività non possono assolutamente portare a comprendere le persone in cura, i contesti e le situazioni. Durante questo anno, nonostante i tanti divieti di incontri e movimenti causati dalla pandemia in atto, ci sono stati molti viaggi e contatti non solo con personale medico e assistenziale, ma anche direttamente con i pazienti nella condivisione di attività creative che mi hanno trasportato in un mondo parallelo. Oltre a questo in alcuni casi è stato possibile incontrare e lavorare con ricercatori specializzati sul rapporto mente e cervello, come nel caso del King’s College, Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience di Londra e con Center for Mind/Brain Sciences (CIMeC) di Rovereto e Trento con il quale stiamo sviluppando dei lavori di immagine e in movimento in seguito a una seduta di risonanza magnetica (RMI) realizzata sul mio cervello.

Christian Fogarolli, Pneuma, 202, fase di ricerca presso Guislain Psychiatrisch Hospital, Gand, Belgio. Courtesy l’artista.

MZ + SB: Che rapporto intercorre tra il soffio vitale che sta al principio di ogni cosa e insuffla il respiro negli esseri viventi – come per esempio la Ruach dell’Ayn Sof nella tradizione cabalistica israelita –  e invece la psyché oscurata dalla malattia o dalla follia? Cosa è accaduto al soffio vitale quando una persona perde il senno?

CF: I termini Pneuma e psyché sono collegati tra loro ed essi stessi alla medicina e alla religione. Il cristianesimo ha ripreso le architetture del pensiero greco, unitamente come avete citato ai concetti ebraici omologhi Nefesh (psiche) e Ruach (pneuma), rimodellandoli sulla nuova fede. Il significato reale del termine Pneuma è davvero complesso e antico. Anassimene prima e Galeno poi furono tra i primi a utilizzarlo; quest’ultimo lo prelevò dallo stoicismo. Cartesio riprese succcessivamente questo concetto declinandolo per mezzo degli “spiriti animali”, come un vento delicato che gonfia i ventricoli e che lavora attraverso leggi meccaniche, e nel Settecento saranno leggi elettriche partendo da Galvani. La genesi di questo termine con le sue evoluzioni sono certamente legate allo sviluppo della conoscenza anatomica del cervello. Su questo la mia opinione è che cervello e mente costituiscono due oggetti di indagine, che hanno un modo del tutto diverso di manifestarsi e di essere conosciuti.

Christian Fogarolli, Pneuma, 2020, exhibition view a Löwenbräukunst Contemporary Art Center di Zurigo. Courtesy l’artista e Italian Council.

MZ + SB: All’interno delle mostre PNEUMA l’osservatore è portato sul confine tra normalità e devianza, soprattutto nello spazio sottile dove quasi tutto rimane insoluto e inspiegabile. Che immagine ha per te questo “insoluto”? Che processo hai individuato nella malattia che conduce una mente dalla normalità alla devianza?

CF: Ci tengo sempre a sottolineare che il mio ruolo di artista visivo non deve mai confondersi con le professionalità del mondo medico o scientifico. Il progetto Pneuma – attraverso diverse esposizioni, forme di presentazioni pubbliche, conferenze e approfondimenti – induce a una sensibilizzazione al tema della salute mentale nella società contemporanea, e tenta di farlo aprendo il raggio a livello internazionale, per poter creare una lettura della questione in ambito europeo. In Europa, un individuo su quattro sperimenta almeno un episodio significativo di disturbo mentale nella propria vita e sebbene in alcuni paesi europei fino all’85% dei finanziamenti stanziati per la salute mentale siano destinati alla gestione d’istituzioni psichiatriche, a quest’ultima non sembra far seguito un consapevole reintegro del paziente in società. L’apparente frattura tra la dimensione terapeutica e il limitato supporto post terapeutico apre a questioni etiche, legate all’isolamento sociale, che ancora oggi investe chi soffre di disturbi mentali o è in fase di riabilitazione. La mia idea progettuale e la sua messa in pratica rappresenta per me una azione minima di risarcimento a questo “insoluto” , il resto delle questioni restano attualmente irrisolte. Ho tentato di mettere in pratica quello che per Freud è il potenziale degli artisti, ossia essere in grado di descrivere nel loro operare situazioni psicologicamente molto complesse come “scopritori di inconscio”.

MZ + SB: Quali sono i più recenti sviluppi della tua ricerca?

CF: Inconscio, illusione e contrasto con la realtà credo emergano anche nella mia ultima mostra che su sviluppa su tre spazi all’interno dell’Etablissement Gschwandner Reaktor a Vienna. Nella parte principale dell’edificio, un grande ambiente utilizzato nell’Ottocento come sala da ballo e ricevimento dell’alta società viennese, si estende una installazione site-specific di circa 400 mq. Un paesaggio psichico composto da estese dune di sabbia minerale, sculture in vetro, pigmenti che mutano di cromia grazie a luci di diverse frequenze, canali con liquidi di varie cromie. Camminando attorno a questo cantiere archeologico, come racchiuso da una basilica classica, si prova una sensazione di straniamento, un passo in un’altra dimensione dell’immaginario, del sogno, dell’incubo e del ritrovamento. L’ingresso allo spazio da una zona di luce a una di ombra crea un passaggio suggestivo e il camminare attorno diventa quasi ipnotico, un’esplorazione psichica e introspettiva, che si realizza in solitudine e che ricorda in me alcuni collegamenti con gli insegnamenti sulla psicologia dell’arte della scuola di Nancy e con il magnetismo animale di Franz Anton Mesmer, casualmente viennese, al quale si ispirarono poi scrittori come Balzac, Dickens, E.A.Poe e Browning.

Christian Fogarolli, The Outer Reaches of the Inner Self, exhibition view a Etablissement Gschwandner Reaktor, Vienna. Photo Julia Gaisbacher/Bildrecht Wien 2020.
Christian Fogarolli, The Outer Reaches of the Inner Self, dettaglio dell’installazione con autoritratto in scultura in vetro, Etablissement Gschwandner Reaktor, Vienna. Photo Julia Gaisbacher/Bildrecht Wien 2020.
Christian Fogarolli, The Outer Reaches of the Inner Self, dettaglio dell’installazione, Etablissement Gschwandner Reaktor, Vienna. Photo Julia Gaisbacher/Bildrecht Wien 2020.

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