Chen Chieh Jen, Factory, 2003 video, still from video

Chen Chieh Jen, Factory, 2003 video, still from video

Il luogo, sicuramente denso di fascino, ha richiesto non poche imprevedibili soluzioni allestitive. Nel cuore della città di Cuneo, l’ ex Chiesta di San Francesco, dal 24 giugno al 28 agosto 2016, si trasforma in una sorta di grande ‘lanterna magica’ grazie alla mostra “Moving Tales – Racconti in movimento. Opere video dalla Collezione La Gaia.” A cura di Eva Brioschi. In mostra le opere di 30 artisti italiani e stranieri di diverse generazioni e provenienti da differenti aree geografiche, la molteplicità di utilizzo del video come strumento narrativo per immagini.

ATP: Il focus della mostra Moving Tales – Racconti in movimento. Opere video dalla Collezione La Gaia”, è la capacità del linguaggio video di ‘raccontare’. Mi dai un tuo punto di vista sulla selezione che hai compiuto in merito a questa versatilità del video come strumento narrativo per immagini?

Eva Brioschi: La collezione di video presenti alla Gaia è molto vasta. Bruna e Matteo Viglietta hanno cominciato a collezionarli molti anni fa, in formato VHS e Betacam, quindi avevo a disposizione molto materiale tra cui compiere la mia cernita. La prima selezione però è stata fatta, per forza di cose, in maniera più tecnica che contenutistica. Non potevo includere pellicole, non potevo includere installazioni video che richiedono stanze completamente chiuse e altre particolari specifiche di allestimento (colore delle pareti, pavimentazione in moquette o simili, ecc.). Nelle cappelle laterali avevamo un margine maggiore di adattabilità, ciascuna cappella funge un po’ da stanza semichiusa e quindi si poteva cercare di ricreare delle installazioni più complesse, così la scelta è caduta su alcuni capisaldi della collezione come Joan Jonas, William Kentridge, Gary Hill, Bill Viola, ma anche su opere particolarmente calzanti rispetto al tema della mostra. Jordan Wolfson con il suo Infinite Melancholy, un’immagine unica che si ripete fluttuando sullo schermo, è capace di creare un racconto che è anche un piccolo rebus. Così asciutto e semplice eppure intenso. E anche Victor Alimpiev con Summer Lightning, un racconto teatrale ma senza parole.

E poi nella navata centrale volevo ricreare una situazione di maggiore raccoglimento, di confronto diretto 1 a 1 tra opera video e spettatore, e cocì mi è venuta l’idea di far fare delle postazioni che ricordassero dei piccoli confessionali dove ognuno di noi può sedersi e farsi coinvolgere da racconti e suggestioni per immagine.

ATP: La selezione degli artisti è molto ampia ed eterogenea. Ci sono in mostra delle opere video a cui, più di altre, è calzante il concetto di ‘racconto per immagini’?

EB: Sicuramente William Kentridge è il più calzante, del resto si tratta quasi della trasposizione in forma di disegno e film animato della Coscienza di Zeno di Italo Svevo. Ma un racconto può essere anche molto breve. Poche parole come quelle attribuite a Hemingway e di cui parlo nel concept della mostra o i 3 versi di un qualsiasi haiku giapponese, possono bastare a creare una narrazione completa. Così il video di Bas Jan Ader con il suo volto straziato dal dolore e rigato dalle lacrime, o Turn On di Adrian Paci che dirige una messinscena filmica, senza bisogno di una trama predefinita, ma capace di narrare una storia che appartiene a singole identità come pure a un’intera comunità.

ATP: La mostra si ispira a due precise suggestioni. Me le racconti?

EB: Un giorno ho letto in un’intervista al FT questa frase di McQueen: “The movie is the novel and art is poetry. Not a lot of people appreciate poetry, and it is the same with art” e mi sono ritrovata a pensare che effettivamente nel mio approccio personale al video io avevo sempre inconsciamente compiuto questa stessa apparentazione. Avevo sempre ricercato nelle opere video una suggestione che fosse come il tocco della poesia: incisivo, diretto, intenso, suggestivo. Una forma di racconto per immagini, appunto, capace di condensare in poco tempo e con mezzi spesso poco sofisticati, una storia, che fosse surreale o biografica, con basi storiche o letterarie, con implicazioni sociali o politiche.

La seconda suggestione fa da corollario alla prima. Il racconto più breve della storia: “For sale. Baby shoes. Never worn”. Sei parole di numero capaci di raccontare il drama più grande che ciascun essere umano possa vivere: la perdita di un figlio. Come vedi basta davvero poco con le parole, come pure con le immagini in movimento, a narrare un di un dolore, di una speranza, di una prova personale o di una battaglia collettiva. Ogni lavoro in mostra ha la sua storia da raccontare.

ATP: Nel citare Steve McQueen, il video è associato alla poesia. Mi spieghi meglio questo affascinante concetto?

EB: Come dicevo prima i video che abbiamo scelto in mostra sono in grado di veicolare un messaggio più o meno complesso attraverso l’incisività delle loro immagini. Si possono “leggere” come una poesia. Cercare nel susseguirsi dei frames o nella ripetizione di un loop di cogliere questo messaggio così come si fa leggendo una poesia, capace di parlare tra le righe e di suggerire e evocare stati d’animo e riflessioni.

Adrian Paci, Turn on, 2005 video, still from video

Adrian Paci, Turn on, 2005 video, still from video

ATP: Il luogo dove è stata allestita la mostra è molto suggestivo: l’ex Chiesa sconsacrata di San Francesco a Cuneo. Quanto il luogo ti ha suggestionato – o limitato – nell’allestimento della mostra?

EB: Molto. Mi ha limitato ma anche ispirato molto. L’idea dei piccoli confessionali è ovviamente legata al fatto di trovarci in una chiesa, anche se non più utilizzata per riti religiosi. L’abside mi è sembrato da subito il luogo adatto dove installare la poderosa opera di Candice Breitz Babel Series. Lì nello spazio del coro, purtroppo ancora sovrastato da un enorme crocefisso ligneo (una copia di scarso valore storico-artistico), la babele moderna di una glossolalia in forma di video-clip musicali mi è sembrato un bel monito, capace di sfruttare la sacralità insita nelle mura di questo edificio per indurci in una riflessione sulla nostra capacità di comunicazione. Sprechiamo troppe parole per dire di pochi concetti.

ATP: Alcune opere sono state allestite in modo molto calibrato negli spazi dell’ex Chiesa. Mi approfondisci queste scelte nell’allestimento?

EB: Beh il percorso di visita è pensato per dare ritmo all’esperienza del visitatore. L’accesso avviene da una navata laterale e non più dal portale maggiore, quindi ho pensato che fosse importante contrastare la forza della pavimentazione a vetri del corridoio di accesso, che attira lo sguardo sugli scavi risalenti a epoca medievale presenti sotto il camminamento, attraverso degli schermi che inducessero lo sguardo ad alzarsi al cielo, per celebrare ancora una volta la sacralità di questo luogo. All’imbocco della navata centrale, lì dove il corridoio in vetro finisce, ho posizionato l’opera di Douglas Gordon Scratch Hither, un video monocanale che riprende la mano dell’artista e il suo dito indice rovesciato nel gesto ammiccante che si fa per invitare una persona a seguirci, a venirci incontro. Il monitor è posizionato per terra, e riporta quindi lo sguardo dall’alto verso il basso. E’ un video estremamente ironico, semplice ma di grande effetto, non potevamo sperare in un invito migliore per chiamare i nostri visitatori ad entrare in medias res. Giunti nella navata centrale ecco i nostri 16 piccoli confessionali. Postazioni da noi ideate per ospitare altrettanti video monocanale in formato 4:3 allestiti con dei monitor Hantarex ormai vintage. Qui torniamo ad altezza umana. Ci raccogliamo in un dialogo diretto, in un ascolto più intimo di ciascuna storia. Poi nella navata laterale di destra altri due schermi inducono il nostro sguardo verso l’alto, accompagnandoci alla scoperta di piccoli ambienti, allestiti in ciascuna cappella laterale, dove ogni videoinstallazione si è dovuta adattare alla particolare conformazione della cappella ospitante. Così il video di Bill Viola si è “adattato” a una cappella con dei dipinti barocchi, il video di Bas Jan Ader è stato allestito lateralmente ad un paliotto originale ritrovato nella chiesa, mentre Gary Hill si inserisce perfettamente nella prima cappella con le parti del suo corpo direttamente proiettate sulle pareti e la mano che sembra spingerne la volta come fosse una calotta sferica asportabile.

ATP: In che modo il visitatore è ‘chiamato in causa come elemento esterno per completare l’opera’?

EB: Tutta l’arte necessita di un completamento, di un audience capace di uno sguardo intelligente che la sappia leggere e interpretare. Qui ogni opera, come dicevamo, può essere intesa come un racconto, così ai nostri visitatori chiediamo di ascoltare, osservare e rendere vive queste storie attraverso una partecipazione attiva. A ognuno poi il compito di interpretare più o meno liberamente il linguaggio di ciascun artista. Noi daremo qualche suggerimento, indicheremo qualche chiave di lettura, ma ogni mostra diventa poi un viaggio personale che crediamo ogni spettatore ritaglierà su stesso e sulla propri sensibilità.

Artisti in mostra: Marina Abramovic, Bas Jan Ader, Victor Alimpiev, Pierre Bismuth, Candice Breitz, Mircea Cantor, Chen Chieh-jen, Rä Di Martino, Valie Export, Regina José Galindo, Ugo Giletta, Douglas Gordon, Ion Grigorescu, Gary Hill, María Teresa Hincapié, Jonathan Horowitz, Alfredo Jaar, Joan Jonas, William E. Jones, William Kentridge, Anna Maria Maiolino, Ana Mendieta, Marzia Migliora, Adrian Paci, Ene-Liis Semper, Santiago Sierra, Rosemarie Trockel, Bill Viola, Ryszard Wasko, Jordan Wolfson.

Marina Abramovic, Stromboli, 2002 video, 19’ 33’’ still from video

Marina Abramovic, Stromboli, 2002 video, 19’ 33’’ still from video