Claudio Beorchia, dalla serie Once They Told Me I Could Be Anything (2020)
Discipula, Outdoor Media Action Ad 03 – dalla serie How Things Dream Morpheus, (2018)

Testo di Aurelio Andrighetto

78 – 88 – 94895 – 38 – 4

Una serie di numeri corre lungo il margine superiore e inferiore della copertina di Metafotografia 2. Le mutazioni delle immagini (Skinnerboox, Jesi 2020). È l’International Standard Book Number (ISBN) del libro inserito nel peritesto come componente numerica di un codice a barre lineare. La grafica del codice si trasforma in quella della copertina annunciando con un trasformismo grafico le metamorfosi del medium fotografico alle quali è dedicato il libro, che è anche il catalogo dell’omonima mostra curata da Mauro Zanchi e Sara Benaglia (BACO – Base Arte Contemporanea Odierna). Il catalogo non corrisponde esattamente alla mostra, che prima di essere allestita stava prendendo forma nel libro. La pubblicazione  è l’istantanea di un processo, l’attimo congelato di un flusso, come l’opera Big Bang Fountain di Olafur Eliasson.
In una sala totalmente buia della Tate Modern, allestita in occasione della mostra monografica dedicata all’artista nel 2019, i lampi di una luce stroboscopica immobilizzano un getto d’acqua, in una sequenza di forme che ricordano i trionfi di ghiaccio scolpiti per destare meraviglia alle feste di corte cinquecentesche e seicentesche. Come le monumentali sculture di zucchero, collocate al centro della tavola imbandita, anche quelle di ghiaccio erano opere effimere, talvolta disegnate da artisti come Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona. Nella sala della Tate, l’opera di Eliasson desta meraviglia allo stesso modo. Eliasson scolpisce per un pubblico stupefatto con dei lampi che ricordano quelli dei flash fotografici o della luce che lampeggia da un fotogramma all’altro in una proiezione cinematografica. Il ghiaccio si squaglia, un codice visivo transita verso un altro codice. Il trasferimento da un linguaggio all’altro rende instabile e metamorfica l’immagine. 

Metamorfiche sono anche le immagini fotografiche di Claudio Beorchia pubblicate in Metafotografia 2, nelle quali il green screen può diventare qualsiasi altra cosa in postproduzione. La metamorfosi è uno degli aspetti del Barocco, le cui bizzarrie, stravaganze, irregolarità e frammentazioni, secondo Walter Benjamin, dettero inizio alla modernità.
Nella premessa gnoseologica al saggio Il dramma barocco tedescoBenjamin dà alla frammentazione l’immagine emblematica della configurazione o, secondo una costante terminologica che ricorre nei testi eminentemente teoretici, quella della costellazione, intesa come una forma della discontinuità, anche del tempo e della storia. 
In Metafotografia 2 si avverte questa discontinuità del tempo e, nel vuoto tra un momento e l’altro della storia, una sostanza aerea che galleggia: un fumo, un pulviscolo che fluttua nella forma gassosa del progetto di Zanchi e Benaglia. Gli elementi che lo compongono, come gli atomi e le molecole di un gas, si combinano liberamente tra loro attraverso i trasferimenti da un codice visivo all’altro e da una tecnica di produzione visiva all’altra, attraverso spostamenti e ricollocazioni che i curatori (del libro e della mostra) riferiscono al tentativo di andare oltre la fotografia e i suoi mezzi, oltre il format della mostra, oltre quello del catalogo, oltre e ancora oltre. 
Questa spinta ad oltrepassare e forzare i limiti tradisce un aspetto decisamente romantico, che ritroviamo anche nella cinematografia di Werner Herzog e nell’opera di Alessandro Antonelli (per comprendere a fondo l’eccesso o addirittura la hybris dell’architetto novarese è necessario leggere la sua opera attraverso la visione di Fitzcarraldo o Aguirre, furore di Dio). Le architetture di Antonelli sono eccedenti e fuori misura nell’ordine della visione che producono per i cambiamenti di scala e le giustapposizioni forzate ad esiti colossali. Antonelli spinge la struttura e l’ornato architettonico classico verso soluzioni anticlassiche (l’anticlassicità è un altro aspetto del Barocco analizzato da Benjamin). In queste architetture le proporzioni dell’ornato sfidano le regole compositive con un azzardo forse non inferiore a quello strutturale. In Metafotografia 2 troviamo analoghe eccedenze, analoghe sfide tecnologiche e formali: le fotocamere quantiche immaginate da Zanchi e la fotografia che va oltre la sua forma fotografica, come nelle ceramiche di Caterina Morigi esposte nella prima edizione di Metafotografia. Dentro e oltre il medium nell’arte contemporanea (BACO, 2019).

Federico Clavarino, Senza Titolo – dalla serie Italia o Italia (2014)
Ezio D’Agostino, NEOs (2018)

Un’eccedenza in conflitto con la misura, che è anche quella dell’allestimento espositivo, dell’impaginazione grafica del libro, delle inquadrature in molte opere fotografiche esposte e pubblicate nel volume: gli scatti di Federico Clavarino, dove gli elementi  che compongono l’immagine sono configurazioni in “equilibrio dinamico”; le fotografie di Ezio D’Agostino nelle quali l’aspetto formale, fin quasi estetizzante, si combina a una critica del tardo capitalismo impegnato nello sfruttamento delle risorse minerarie sugli asteroidi. È frequente rinvenire elementi romantici in opere considerate classicistiche, come nel caso di Antonelli, o viceversa elementi classici in opere attribuite al Romanticismo e questa tensione tra misura ed eccedenza è così radicata nella nostra cultura da affiorare anche nelle composte visioni oltrepassanti di Metafotografia 2, visioni che vanno oltre, “oltre i limiti del visibile, al di là delle entità che ancora non vediamo, oltre l’illusione che esista qualcosa che si possa sentire solo con la vista […] oltre l’istante privilegiato, oltre ciò che accade in quel determinato momento del tempo presente, per tentare di connettersi con una dimensione più espansa” (p. 27). 

Andare oltre, oltre anche all’idea dell’immagine come rappresentazione. Esistono alcune immagini che non sono rappresentazioni grafiche, pittoriche, plastiche, fotografiche o digitali e neppure psicologiche, ma reali apparizioni che inseriscono nel nostro mondo qualcosa che vive altrove, in altri spazi e in altri tempi. Nella versione esiodea del mito di Elena, diversa da quella omerica, non è la donna ma la sua immagine che Alessandro porta a Troia, un’immagine reale, un doppio. Di che materia è fatto questo doppio? Nell’Elena di Euripide è un eidôlon empnoun (un’immagine che respira). Uno scolio al Panetenaico di Elio Aristide fornisce un’interpretazione diversa: l’eidôlon di Elena era un dipinto su tavola. Pur essendo inverosimile, l’interpretazione pone una questione importante che riguarda il rapporto che questi doppi hanno con le arti visive, nel contesto di una concezione dell’immagine come apparizione, sconcertante rispetto a quella dell’immagine come apparenza e simulazione. Già nel pensiero di Platone la realtà dell’eidôlon arcaico è degradata a falsa apparenza, inganno, illusione priva di sostanza e realtà. È una concezione che permea la nostra cultura, sulla base della quale fioriscono infinite riflessioni sul tema dell’apparenza e della simulazione. 

Quelle che respirano sono immagini che invece hanno realtà, una realtà difficile da comprendere per noi che abbiamo sostituito il concetto di apparizione con quello di apparenza. Sono immagini composte da materia evanescente, simile a quella dei fantasmi che Fabrizio Bellomo evoca trascrivendo l’informazione di colore per ogni pixel che forma l’immagine digitale. Ectoplasmi che esalano dagli interstizi tra la logica dell’algoritmo e quella del disegno anziché dalla bocca, dal naso o dall’orecchio del medium. Si tratta di materia sottile o forse addirittura infrasottile. Come quella esalata dalla bocca di Marcel Duchamp nella fotografia scattata a Milano nel ’64?

La mostra solleva numerosi problemi e tra questi anche quello di un’immagine che, essendo fatta di aria, partecipa alla forma gassosa di Metafotografia. L’eidôlon empnoun desta la curiosità di Zanchi, attratto dai fenomeni che sfuggono alla linearità del tempo. Il corso discontinuo della storia e la sua intermittenza suscitano in Zanchi la fantasia di un futuro che può essere ricordato. 

Forse non è solo una fantasia. 

IOCOSE, Drone memorial (2016)
Emilio Vavarella, The Digital Skin Series (Foto n.3:18) (2016)
Teresa Giannico, Lay Out #5 (2015)

Come suggerisce la Storia della Critica d’Arte, il presente influisce sull’interpretazione storica ristrutturando il passato, mentre il passato irradia verso il presente gettando un ponte verso il futuro. Le attività editoriali ed espositive di Valori Plastici hanno contribuito alla riscoperta di Giotto e Masaccio o, viceversa, l’arte di Giotto e Masaccio ha influenzato il classicismo metafisico ispirato ai valori nazionali italici di Valori Plastici? Quello che ha rilevato la Storia della Critica d’Arte lo ha rilevato anche la critica letteraria. “Tutte le età sono contemporanee […] questo è vero per la letteratura dove il tempo reale è indipendente dal tempo apparente, e parecchi dei suoi morti sono contemporanei dei nostri nipoti”, leggiamo in The spirit of romance, un testo di critica letteraria scritto da Ezra Pound nel 1910. Il tempo reale, quello per il quale Teocrito è un contemporaneo di Yeats, è indipendente da quello apparente.

Il libro e la mostra hanno anche un’altra faccia, quella di Sara Benaglia impegnata nella valorizzazione dell’attività critica svolta dagli artisti attraverso la loro opera. Il lavoro del collettivo Discipula decostruisce i meccanismi del linguaggio pubblicitario e della finzione che si frappone fra noi e il reale indirizzando scelte e comportamenti. La loro opera ha come oggetto l’immagine che reca lo stigma platonico, l’immagine intesa come apparenza e simulazione, concezione che potrebbe a sua volta essere decostruita in modo critico. L’aspetto critico caratterizza anche il lavoro di Alessandro Sambini, che attraverso il concetto barthesiano di punctum analizza le immagini prodotte dai sistemi di sorveglianza, così come il lavoro del collettivo IOCOSE dedicato al riordino delle logiche nei sistemi di comunicazione e all’analisi dei linguaggi usati nelle narrazioni sul futuro.

Le scelte curatoriali di Sara Benaglia s’ispirano agli studi di cultura visuale, che troveranno nei successivi Visual culture studies e nella Bildwissenschaft (scienza dell’immagine) degli anni ’90 la loro sistematizzazione accademica. Questi studi analizzano la produzione e la ricezione delle immagini in rapporto al loro essere situate in un contesto culturale e sociale. Da qui i cultural studies che esplorano i margini di permeabilità tra cultura alta e bassa, i postcolonial studies che analizzano i fenomeni di marginalizzazione o rimozione delle culture altre e i feminist studies che affrontano il problema delle culture orientate, ai quali Benaglia è interessata anche come artista.

I due approcci (quello di Zanchi e di Benaglia) s’intrecciano formando un’originale combinazione di fotografia oltre la fotografia e di critica culturale e sociale, una miscela che galleggia insieme a molto altro nella massa gassosa, mutevole e instabile del progetto Metafotografia. Il libro è l’istantanea di qualcosa in  divenire, un attimo congelato per sempre, come la rappresentazione dell’inseguimento descritta da John Keats nella poesia Ode on a Grecian Urn


Metafotografia 2: Le mutazioni delle immagini (Skinnerboox, 2020)
A cura di Mauro Zanchi e Sara Benaglia

Con opere di Fabrizio Bellomo, Claudio Beorchia, Federico Clavarino, Ezio D’Agostino, Discipula, Teresa Giannico, IOCOSE, Silvia Mariotti, Luca Massaro, Filippo Minelli, Francesco Pozzato, Alessandro Sambini, Emilio Vavarella.
Testi di Mauro Zanchi, Sara Benaglia, Giangavino Pazzola, Carlo Sala
Progetto grafico di CH-RO-MO

Francesco Pozzato, A Mefite (2020)
Alessandro Sambini, Enfasi (2018)
Luca Massaro, Wizard, Liberty NY (2018)
Silvia Mariotti, Tuffo stellare (2019)
Filippo Minelli, Shape CO A:O (2018)
Fabrizio Bellomo, Untitled (2015-17)