Mircea Cantor Ti do la mia giovinezza, 2014 Neon, 169 x 33 cm
Mircea Cantor, Aquila non capit muscas, 2018 – Video HD col. 3’ 40” Courtesy the artist, VNH Gallery (Paris)

Testo di Daniele Licata

Vincitore della prima edizione del premio, nel 2016 Wael Shawky invase la Fondazione Merz di Torino di sabbia, portando il fuoco del deserto egiziano nell’austero capoluogo sabaudo. Due anni dopo il suo successore, Petrit Halilaj, con Shkrepëtima, trasformò lo spazio espositivo in un elaborato stage teatrale – composto però dalle rovine della Casa della Cultura di Runik, la città kosovara in cui è cresciuto.
Fin dai suoi esordi il Mario Merz Prize (istituito nel 2013 dalla fondazione torinese dedicata al Maestro dell’Arte Povera) individua, con cadenza biennale, cinque tra le voci più rappresentative del panorama contemporaneo, e al termine di una mostra rappresentativa delle loro pratiche una giuria internazionale – congiuntamente al voto del pubblico – elegge il vincitore, cui è dedicato un solo project negli ampi, luminosi spazi di Via Limone 24. Un progetto articolato volto a creare un ponte con la Svizzera (Paese che rappresenta le origini di Merz) e con il suono: il Premio contempla infatti anche una sezione musicale, che negli scorsi anni ha visto trionfare Cyrill Schürch e Geoffrey Gordon.

La mostra dei cinque finalisti del settore arte, curata da Claudia Gioia, Samuel Gross e Beatrice Merz, ha inaugurato lo scorso 3 giugno: in sede di conferenza stampa, Merz e Gioia non hanno nascosto le difficoltà riscontrate nel processo di selezione, a fronte di oltre trecento candidature avanzate. D’altro canto, hanno espresso soddisfazione per la qualità generale della collettiva, che struttura un percorso fluido i cui protagonisti brillano per la capacità di narrare il contemporaneo attraverso echi prelevate dal passato. Da questo passato emerge anche Mario Merz: per la prima volta nella sua storia, il Prize sceglie di affiancare ai lavori degli artisti alcune opere del Maestro.

David Maljković, Yet to be titled, 2019 – Courtesy the artist
David Maljkovic ‘Out of projection’ 2009, film setting. Courtesy the artist

L’opening, folgorante, è affidato a Mircea Cantor (Oradea, Romania, 1977), che presenta una mastodontica proiezione di Aquila non capit muscas, video del 2018. Nel clip la macchina da presa insegue un’aquila reale, animale da sempre simbolo – anche storico – di fierezza e determinazione. Indomito regnante della foresta, il volatile è ripreso nell’atto di inseguire e catturare un drone: disegnando nell’aria un volo elegante, sinuoso, enfatico grazie all’uso del ralenti, esso impone allo spettatore un simbolico e ancestrale primato della natura rispetto a qualsivoglia progredire della tecnica. Il video di Cantor stupisce per la semplicità formale derivata però da una riflessione di acuta raffinatezza, che contempla sia il rapporto uomo-natura sia le sfide produttive (solo due compagnie nel mondo si occupano del training delle aquile in tal senso). L’artista romeno ha il privilegio di esporre la sua opera a stretto contatto con una ricostruzione di La pianta della vite nella sfera occidentale (1991) di Merz, calotta di fascine dalla quale emerge, simbolicamente, una poderosa torcia.
Rigoroso e analitico esploratore del reale, l’istriano David Maljković (Rijeka, Croazia, 1973) si insinua nel basement della fondazione per sviluppare Yet to Be Titled (2019), installazione site-specific realizzata con materiali da ufficio letteralmente rinvenuti nei magazzini dello spazio espositivo. Sedie girevoli, cassettiere, cartucce per la stampante: Maljković incastona utensili e complementi d’arredo all’interno di strutture bianche, parallelepidiche, enigmatici plinti che ridisegnano lo spazio osservando una precisa geometria. Per l’artista la modalità appropriata per rapportarsi con l’istituzione ospitante risiede nel disvelamento dei meccanismi di produzione – logistici o amministrativi che siano – rivelando un approccio labilmente in bilico tra il chirurgico e il dissacrante.

Maria Papadimitriou, Unpacking Antigone, 2017-2019 – variable dimensions – commissioned by Onassis Culture – Courtesy the artist
Maria Papadimitriou SOUZY TROS, 2012 up to now Art Canteen, platform for public events 8 Markoni str, Eleonas, Athens, Greece Photo credit © Maria Papadimitriou

Di Maria Papadimitriou (Atene, Grecia, 1957) ricordiamo tutti il mitico Padiglione Grecia alla 56esima Biennale d’Arte di Venezia nel 2015: si intitolava Agrimiká. Why look at animals? ed era il trasferimento veneziano di una bottega di pellame originaria di Volos. Papadimitriou si distinse non solo per l’originalità dell’operazione, ma anche per le riflessioni veicolate (Agrimiká è un termine greco che indica quegli animali che vivono a stretto contatto con gli esseri umani pur ponendo resistenza a una reale addomesticazione, inducendo pertanto un’inevitabile sovrapposizione fra tropi).
In Fondazione Merz le pelli animali – calde, viscerali, brucianti – pendono dal soffitto scandendo i contorni, altamente scenografici, di un nuovo lavoro: è Unpacking Antigone (2017-19), installazione che, come suggerisce il titolo, si ispira alla protagonista di una delle più conosciute tragedie di Sofocle. L’opera dissemina nello spazio elementi oggettuali (tra di essi, una scultura che riproduce il muso di un trágos, capretto sacrificato in numerosi riti dionisiaci e dal quale importiamo l’etimologia della parola “tragedia”) pronti per essere adoperati e riattivati: Papadimitriou sprona (sfida?) i visitatori ad immaginare l’allestimento di una nuova Antigone, e nel costringerli a rapportarsi con un plot dalle tematiche più che mai contemporanee (dalla trasgressione della legge alla figura femminile ingombrante, post #MeToo), li pone di fronte a domande importanti (“Abbiamo ancora dei, in questa società?” chiede l’artista alla Press Preview). L’energia del progetto è ancor maggiore grazie al dialogo con Mario Merz, del quale, sulla parete di fondo, viene esposta una lunga tela dell’83 che presenta una furiosa carica di bisonti.    

Bertille Bak – Itinerario bis (Alternative route), 2019 – variable dimensions – electro-mechanical assembly + 34 painting printing on postcards (for free) and Notes englouties (Swallowed sounds), 2012 – interactive maps – cm 130 x 115 x 44 each Courtesy the artist, The Gallery Apart (Roma), Xippas Galleries (Paris-Geneva-Montevideo-Punta del Este)
Bertille Bak Faire le mur, 2008, video 4:3 stereo, 17 mins, set photography. Production Le Fresnoy – Studio national des arts contemporains. Courtesy Bertille Bak_Le Fresnoy

Intelligente e leggera protagonista della scena internazionale è invece la francese Bertille Bak (Arras, 1983), nota per i progetti nati all’indomani di esperienze vissute direttamente all’interno di comunità predeterminate, che studia a fondo per comprendere i meccanismi sociali.
Per il Prize Bak propone Itinerario bis (2012-19), eterogeneo corpus di lavori realizzati dopo essere stata a stretto contatto con comunità Rom di diverse città. Invocando l’interesse e la partecipazione dello spettatore, l’artista installa a parete dei tableaux che riproducono le tratte delle linee metropolitane di tre capitali europee (Londra, Berlino, Roma): pigiando i tasti di una pulsantiera siamo in grado di attivare un curioso frequenzimetro, che ci permette di scoprire su quali tragitti l’attività musicale Rom sulla metro si fa più intensa, dunque con maggiore speranza di racimolare offerte lungo il viaggio. Il suono è protagonista nel progetto di Bak, che comprende anche un curioso altoparlante che pende dal soffitto: da esso, una voce maschile proclama una fittizia circolare della Questura di Torino, che proibisce ai Rom di esercitare l’attività di lavaggio parabrezza delle auto ferme al semaforo in seguito ad un calcolo preciso e rigoroso dei tempi di durata del segnale rosso. Quando l’annuncio si interrompe, dall’alto sventolano energiche delle bandiere, alle cui aste non sono fissati simboli politici bensì tendine in pizzo, quelle tipiche delle roulette Rom, suggerendoci che i processi di integrazione – osteggiati da politiche disumane e fake news – implicano una componente umana di primaria importanza.

Unknown Friend Civilization’s Wake, 2019 – Video
Unknown Friend_Sivilizations Wake, 2018 Production Still

Il percorso termina nel piano interrato con Civilization’s Wake (2019) del duo americano Unknown Friend (Stephen G. Rhodes, Houston, USA, 1977, e Barry Johnston, Alton, USA, 1980), perfetta conclusione di un racconto imperniato sulla narrazione della contemporaneità attraverso la perpetua evocazione del passato. Sulle pareti del basement completamente buio scorrono le immagini del duo, video che si rincorrono e sovrappongono per raccontare un lavoro ispirato ad Huckleberry Finn, il romanzo picaresco con il quale Mark Twain, nel 1884, muove una critica nei confronti dell’idea di civilizzazione propria della cultura del XIX secolo. Civilization’s Wake è un viaggio tra Stati Uniti e Italia, un pastiche documentaristico (non privo di citazioni di certe sperimentazioni filmiche e b-movies anni Ottanta) che indaga l’odio razziale della cronaca odierna, suggerendo che certe posizioni di Twain e della sua epoca risuonano ancora tristemente attuali.

La mostra dei finalisti della terza edizione del Mario Merz Prize settore arte si conclude il 6 ottobre prossimo. La giuria che decreterà il nome del vincitore è composta da Manuel Borja-Villel (Direttore Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid), Lawrence Weiner (artista), Massimiliano Gioni (Capo Curatore New Museum, New York – Direttore artistico Fondazione Trussardi, Milano) e Beatrice Merz: l’annuncio sarà dato a Madrid, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, in occasione dell’apertura della monografica dedicata a Mario Merz.
Il vincitore avrà la possibilità di dare forma a un progetto espositivo personale a novembre 2020, commissionato e prodotto da Fondazione Merz. I visitatori della mostra hanno la possibilità di ricoprire un ruolo fondamentale in tal senso, votando il proprio artista favorito in loco oppure su mariomerzprize.org.

Mostra dei 5 finalisti della 3° ed. del Mario Merz Prize settore arte: Bertille Bak, Mircea Cantor, David Maljković, Maria Papadimitriou, Unknown Friend
A cura di Claudia Gioia, Samuel Gross, Beatrice Merz
Fondazione Merz, Torino
Fino al 6 ottobre 2019