Ci ho messo un po’ a capire il senso di “Figures don’t lie, but liars can figure”, la personale di Mariana Castillo Deball da Pinksummer. Per fortuna ho avuto accesso ad alcune informazioni di prima mano dell’autrice.

Il tema sono gli “uncomfortable objects”, prodotti del desiderio, della ricerca o dell’immaginazione. Tutto ciò attraverso cui creiamo le nostre idee del mondo che ci circonda e prendiamo posizione rispetto ad esso. Queste cose sono soggette ad un processo di trasformazione e sostituzione che è continuo, ma mai completo e lascia dietro di se una scia di oggetti ibridi, distorti, incompiuti, indefiniti, ecc. Il lavoro dell’artista si dipana attraverso questo repertorio di frammenti, come tracce di una storia ricostruita attraverso una ricerca personale, in bilico tra la storiografia e le scienze naturali, archivistica e sul campo. L’interpretazione di questo processo di trasformazione continua e potenzialmente infinita della realtà materiale e umana viene ricondotto alla lettura delle “Metamorfosi” di Ovidio che descrivono una realtà in cui uomini, animali, piante ed oggetti inanimati fanno parte di un tutto in fluttuante continuità. Attraverso la lettura di questo testo e di altri racconti e dialoghi letterari, ma anche testi scientifici o pseudo tali, l’artista tenta quasi un rovesciamento della realtà, come se fossero gli oggetti a dover raccontare, dal proprio punto di vista, la loro storia agli uomini.
Lo spazio principale della galleria è occupato da sculture sospese, in cartapesta colorata, le cui forme sono ispirate a grafici tridimensionali di funzioni matematiche e sulla cui superficie, non casualmente, è possibile ancora individuare le tracce dei testi e delle immagini che erano stampate sui fogli utilizzati per realizzarle.
Un grande murale riproduce il pattern cristallino blu e bianco di un minerale nei cui disegni è possibile immaginare le più diverse figure, esperienza legata alla esplorazione di una regione costellata di grotte in Brasile.
Sulla parete opposta piccoli batacchi a forma di mano in porcellana bianca sono appoggiati su specchi circolari (di questo lavoro, dall’aria un po’ surrealista, ho capito la “scomodità”, ma non fino in fondo il legame con il resto, forse più che altro un legame con un mondo onirico e fiabesco).

L’oggetto per me più intrigante è un lavoro di un paio di anni fa, esposto più defilato nell’ufficio. Si tratta di una scultura fatta di rettangoli di legno e carta metallizzata violacea, ispirata alle gradinate del Nilometro dell’isola di Roudah (una struttura che gli antichi egizi utilizzavano per registrare le piene del Nilo e prevedere l’andamento dei raccolti) ed alle musiche dell’egiziano Oum Kalthoum, ma che ha anche un legame con la performance “Scales” di Allan Kaprow, essendo stata realizzata nel 2009 in occasione della mostra “A Fantasy for Allan Kaprow” curata da Mai Abu ElDahab and Philippe Pirotte presso il Contemporary Image Collective al Cairo.

Altri oggetti che ho trovato molto belli, intriganti e perfettamente rispondenti all’attitudine della Castillo Deball alla stratificazione ed alla trasfigurazione di immagini e cose, sono i vari libri che ha realizzato, di cui c’erano alcuni esempi in galleria, tra cui uno con meravigliose foto di minerali ed un altro che si presenta come un prodotto collettivo fatto solo di copertine.

Alcuni link * * * *

Andrea Balestrero