Martina Angelotti ci racconta la mostra Nord – Distanze Siderali di Marco di Giovanni alla Galleria Galica e a cura di Antonio Grulli.

Prima della creazione, secondo la mitologia pre-cristiana delle culture nordiche, esisteva un varco spalancato, una voragine denominata Ginnungagap, ai cui estremi si alternavano paesaggi e temperature discordanti: il freddo gelo e le piogge battenti a nord, luci scintillanti e calore infiammato a sud. Da questa leggenda, da cui la scienza ha tratto incredibili analogie con la scoperta del Big Bang e i primi momenti di formazione del nostro pianeta, è possibile rintracciare le linee guida che ci permettono di scrutare con minuziosa e piacevole dovizia Nord – Le distanze siderali , mostra di Marco di Giovanni realizzata negli spazi della Galleria Galica.
La lettura che Antonio Grulli ci regala nel suo testo che accompagna la mostra, è un’intensa elaborazione che alterna pensieri e considerazioni attingendo dalla scienza, dal mito e dalla religione, linguaggi attraversati e mediati dall’esperienza artistica.
Ma ciò che in effetti stupisce, percorrendo gli spazi della galleria, è proprio lo stato di sospensione che questo luogo assume, con tutto ciò che contiene. E’ come se il mito di Ginnungagap non si fosse mai esaurito, come se i resti di qualche ancestrale, arcaica visione non fossero mai scomparsi, mostrandosi ai nostri occhi come opere cosmiche di un universo che ancora ci riserba sorprese.
I lavori qui esposti, intrecciano scienza e mitologia, tentando di lasciare una traccia nell’ignota visione del mondo. Ci sono buchi neri di gomma piuma, che si appoggiano sul pavimento come a far implodere l’universo, c’è anche un Progetto per Ginnungagap, fatto di fogli di carta sovrapposti con un buco al centro, all’interno del quale c’è uno specchio riflettente. Con il ferro arrugginito invece, sono stati realizzati dei pesanti cilindri, con fori che lasciano trapelare dei pezzetti di universo, un fazzoletto di cielo stellato, una piccola luna blu parzialmente eclissata. Quest’opera in particolare fa parte di un’unica installazione che porta il titolo di Superstringa, esattamente come la più piccola parte di materia finora conosciuta.
Fluttuare in un tempo e in uno spazio non bene definito, come un’astronauta, alla ricerca di un trucco, di un mistero, di una spiegazione, diventa più difficile quando ci si accorge di un corpo che giace a terra, scalzo, con la testa incappucciata dentro a un tubo di ferro conficcato in una parete. E’ Marco di Giovanni che accenna qualche timido movimento con la mano, le dita appoggiate al petto, il respiro sempre più profondo. Dentro ad uno dei due scarponi lì a fianco ai suoi piedi, si può vedere un piccolo pianeta fatto di terra e illuminato come un’oleografia. Mi preoccupo un po’ per lui, poi penso al mondo bello che starà guardando da lì dentro, un universo visto attraverso il buco di una serratura, che esiste, si materializza solo per il fatto che lo stai guardando.
E cosa se non questo ci regala la scienza? La gioia di sapere che le cose esistono solo perché le vediamo. Ma se ci crediamo e basta, a me piacciono ugualmente.