• Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Andrea De Stefani - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Andrea De Stefani - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Andrea De Stefani - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Andrea De Stefani - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Giulio Delvè - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi
  • Marco Basta - Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view - Foto Riccardo Ragazzi

Il “cantiere/residenza” Mandrione è giunto al suo terzo appuntamento con la mostra conclusiva della residenza dei tre artisti Marco Basta, Andrea De Stefani e Giulio Delvè (a cura di Daniela Bigi). Promosso e sostenuto dalla “Fondaizone per l’Arte”, il “Progetto Mandrione” è iniziato nel 2014con lo scopo di promuovere e sostenere i talenti italiani. Gli artisti invitati nelle scorse edizioni sono stati: Giuseppe Buzzotta, Gianluca Concialdi, Derek Di Fabio, Andrea Kvas, Manuel Scano Larraza?bal, Vincenzo Schillaci e Giovanni Sortino. Come capi saldi, questa esperinza punta a rispettare concetti basilari come “tempo, ricerca, dibattito, produzione e condivisione”.

ATPdiary ha chiesto a Marco Basta, Andrea De Stefani e Giulio Delvè  di rispondere ad alcune domande.

ATP: Vista la ‘potenza’ dello spazio Mandrione, che ruolo ha avuto e quanto vi ha condizionato questo luogo nello sviluppo dei vostri progetti? Le vostre ricerche sono di natura differente, ma trovo che abbiano un punto convergente proprio nell’attenzione al rapporto che si instaura tra la sfera personale, soggettiva, e l’ambiente vissuto, quotidiano. In questo senso, state ricevendo dei nuovi “feedback” non solo dallo spazio di lavoro, ma anche più in generale dalla zona Mandrione? 

Giulio Delvè: La complessità paesaggistica dell’area del Mandrione ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della mia proposta. Le mie idee progettuali sono state stravolte fin dai primi giorni di lavoro in cantiere, dall’incontro con una smisurata quantità di materiali interessanti, scarti, frammenti, oggetti, stratificazioni; trovati, cercati, scelti seguendo le rotaie della Casilina, seguendo gli archi dell’acquedotto Felice, seguendo i fabbri, i verniciatori, gli artigiani della zona… seguendo ed inseguendo. I sentimenti delle opere realizzate vengono fuori dal contatto fisico con determinati elementi; avevo bisogno di questa pratica quotidiana, raccogliere, sentire con le mani il calore delle pietre al Sole, la ruvidezza della ruggine, i vetri levigati dalla pioggia, e poi riporre ogni cosa al suo posto, così come se nulla fosse accaduto.

Andrea De Stefani: Il mio lavoro è costantemente influenzato dagli incontri che faccio nei luoghi in cui opero, diversi materiali che decido di raccogliere e remixare provengono dalle zone che attraverso fisicamente, i lavori che ho prodotto qui sono stati senz’altro contaminati dal paesaggio circostante, dai materiali e dalle forme che lo determinano, dalla stratificazione storica che lo produce. Ci è capitato di discutere tra noi dell’importanza storica dell’acquedotto romano in questa zona: non è facile stabilire quanto questa presenza influenzi la vita delle persone che vivono o lavorano in quest’area oggi. Nell’immediato è più semplice cogliere l’importanza della ferrovia, che ci racconta di una società di scambio, molto produttiva, che di conseguenza genera scarti. L’analisi di questi residui è utile per acquisire dati relativi all’organizzazione sociale di tutta un’area e immaginarne delle derive verosimili. In sintesi, sul lavoro che ho realizzato qui ha influito la presenza dell’industria, o per essere più precisi, di un modo di vita industrioso, che produce dei resti, che disperdendosi vanno a fondersi con la natura che cresce selvatica intorno all’antico acquedotto.

Marco Basta: Tornando all’acquedotto, io credo che proprio a livello urbanistico, il fatto che ci fosse questo confine da un lato, questa divisione rappresentata dall’acquedotto, e la ferrovia dall’altro, abbia fatto sì che nascesse nel mezzo qualcosa che non avesse esattamente a che fare con la vita comune. È una zona perfetta proprio per una realtà artigianale, che infatti fino a qualche anno fa era strettamente legata alla ferrovia, che portava qui i materiali e riportava via i manufatti. Era una questione gestionale. Non è un caso che al di là di questi due “confini” ci sono due aree residenziali, mentre questo spazio di mezzo era perfetto proprio per questo tipo di attività.  Rispetto alla possibile influenza di questo luogo sul lavoro, diciamo che per far sì che un luogo entri nel mio lavoro ci vuole tempo, deve essere digerito a livello di immaginario, non ho elementi che possano essere immessi direttamente, come nel caso di Andrea e di Giulio, a seguito di una “raccolta”. A livello di immaginario quindi non credo ci sia stata una grande influenza. Quello su cui mi sto concentrando ora arriva da lontano, da un’altra parte. Ciò che invece ha influito è stata proprio la realtà artigianale del Mandrione, che ha aggiunto al lavoro una finitezza diversa rispetto all’idea dalla quale ero partito. Rispetto al vaso che è in mostra, per esempio, si tratta di un motivo di indagine sul quale sto riflettendo molto in questo periodo e che questo luogo mi ha dato l’occasione di realizzare collaborando con uno studio di progettazione di modelli 3D e utilizzando quindi la fresa a calcolo numerico. Una tecnologia che non avevo incontrato prima e che ha dalle potenzialità incredibili e controverse.

ATP: In che modo avete gestito lo spazio di lavoro?

Andrea De Stefani: Appena siamo arrivati ci siamo ritagliati i nostri spazi, abbiamo ricavato la nostra porzione di studio nell’open space, in modo naturale.

Marco Basta: Beh sì, ho cercato di ricostruire un luogo di concentrazione che in qualche modo richiamasse quello nel quale di solito lavoro. Una questione gestionale diciamo, dato che il mio lavoro è in realtà molto progettuale. Mi servivano due pareti, un angolo, per appendere appunti, immagini, prove e avere una visione di insieme. Semplicemente si tratta di mettersi a proprio agio in uno spazio estraneo.

Andrea De Stefani: Anche io sono abituato a lavorare con una scrivania, una parete, così mi sono messo in mezzo, con una parete davanti.

Giulio Delvè: Ho bisogno di rompere immediatamente lo spazio bianco. La prima cosa che ho fatto è stata quindi sporcarmi le mani, anche perché questo è il mio approccio, ossia attivare dei processi mentali attraverso la pratica manuale, attraverso il fare. Sono dipendente dallo studio, luogo dove si concentrano energie ed alchimie, fulcro del processo e dello sviluppo delle idee; Spazio fisico ma soprattutto mentale in cui avvengono le trasmissioni sinaptiche. Quando ti parlavo del fare scultoreo mi riferivo alla gestualità, alla ritualità legata all’uso ed alle sperimentazioni di materiali che ti pongono in uno stato mentale diciamo meditativo che ti mette in condizioni di sviluppare un determinato pensiero e di partorirne molti altri. Una sorta di confuso Iperuranio dove un insieme di molteplici idee stanziano, poi le differenti visioni naturalmente trovano il loro posto attivate da uno specifico elemento, da un determinata collocazione, da una particolare circostanza.

Progetto Mandrione 3,   Roma,   Installation view - Foto Riccardo Ragazzi

Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view – Foto Riccardo Ragazzi

ATP: In questa residenza avete lavorato in stretto contatto. Avete prodotto anche opere a più mani? Come si svolge la vostra giornata-tipo? 

Andrea De Stefani: No, non abbiamo prodotto opere a più mani.

Giulio Delvè: Ma dei manicaretti sì … (ridono)

Marco Basta: è vero, in cucina abbiamo lavorato a più mani!

Andrea: E’ stata più che una convivenza. Abbiamo vissuto in simbiosi 24 ore al giorno. Il sonno è stato l’unico momento di solitudine. Ci si svegliava, si andava in studio, si cucinava, si lavorava fino all’alba, poi a letto e via così: sostanzialmente un mese di lavoro intenso. Per quanto riguarda i progetti, ognuno ha proseguito la sua ricerca. Produrre a più mani sarebbe stata una forzatura.

Giulio Delvè: C’è stato uno scambio costante, una discussione, si è parlato parecchio.

Andrea De Stefani: Si, e in effetti abbiamo condiviso anche alcuni materiali.

Giulio Delvè: Direi che si è creata una vicinanza anche nel paesaggio oggettuale che abbiamo vissuto ed in parte introdotto nel lavoro. A mio avviso fare un programma di residenza in una zona più centrale della città non avrebbe portato a questa dimensione lavorativa. Condividere lo stesso spazio di lavoro porta ad influenzarsi inevitabilmente. I materiali tornano, la griglia ad esempio, la serranda, gli elementi di chiusura che vengono poi decostruiti, forzati e divengono altro…

Andrea De Stefani: É vero che un minimo ci si influenza a vicenda lavorando in uno spazio comune, poi non so se questi scambi possano incidere in modo determinante sulla ricerca individuale, lo capirò più avanti. In ogni caso mi ha fatto molto piacere vedere le modalità operative di altri artisti.

Marco Basta: Io ho un’esperienza milanese di condivisione, ho condiviso lo studio con altri artisti in passato, e ancora oggi lo divido con un artista, quindi per me è una condizione quotidiana, abituale. Sono d’accordo con Giulio rispetto al fatto che una certa influenza è un po’ inevitabile, ma credo sia bello perché questa condizione spesso risolve problematiche più che porne.

Andrea De Stefani: Lavorare insieme ci ha portato a parlare molto, anche d’arte. Forse lo si è fatto più che in qualsiasi altro luogo deputato, e lo si è fatto con qualità.

Giulio Delvè: E lo si fa molto meno in maniera astratta, naturalmente il pensiero viene fuori dalla pratica.

Andrea De Stefani: Ognuno di noi ha un’attività prevalentemente pratica, quindi i nostri dialoghi sono scaturiti innanzitutto dal fare, dal voler fare, dal tentativo di fare.

ATP:  Ho sempre pensato che il lavoro e la ricerca artistica fossero un’esperienza non solo individuale, ma anche solitaria. Credete nella sostanziale possibilità di ‘creare’ assieme delle opere?

Marco Basta: creare un’opera a più mani credo debba nascere da una forte esigenza e anche da un’attitudine. Non è facile trovare queste due condizioni. Può accadere di fare un incontro che ti porta su quella strada, una particolare sintonia… ad ogni modo al momento nulla di tutto questo è successo. E poi a volte con gli artigiani o le persone che ti seguono nel lavoro è un po’ come fare un lavoro a più mani perché arrivano dove tu non arrivi e allora magari una forma si modifica e viene decisa insieme. Comunque sì credo in questa possibilità.

Andrea De Stefani: Sono d’accordo, credo si possa realizzare un’opera a più mani ma deve esserci una forte volontà comune, una alchimia. Per questa esperienza non sono partito con l’idea che si sarebbe potuto attuare un simile intento perché non credo che un mese di convivenza, in cui è prevista la progettazione/la produzione/l’esposizione di un’opera, sia sufficiente per spingersi a tal punto. Non credo nemmeno si tratti di una questione di apertura rispetto una possibilità, è una problematica di ordine pratico. Se non scatta la necessità è inutile forzare i processi.

Giulio Delvè: Sono assolutamente d’accordo con voi.

ATP: Mi raccontate brevemente il risultato delle vostro lavoro finora?

Andrea De Stefani: Ho progettato e realizzato un giardino, una aiuola in cui interagiscono elementi scultorei, pittorici, cromatici che restituiscono un’ambientazione, un’atmosfera che oscilla tra l’industriale, l’artigianale e il naturale – che è poi è quello che succede qui fuori. Ho cercato di distillare il carattere fondamentale di questa zona, in cui nascono delle ibridazioni in maniera violenta e armonica al contempo. Gli elementi scultorei presenti sono intrisi di realismo, sono l’esasperazione di un clash tra natura e industria, sono l’estremizzazione di una nuova condizione naturale. Ognuno di questi elementi ha una propria autonomia distintiva, può sopravvivere anche al di fuori di un ambiente costruito per loro e di cui loro stessi sono parte integrante, ma in questa occasione li ho radunati e ridistribuiti come nella costruzione di un giardino progettato dall’uomo. E’ un’installazione dalla forte impronta geometrica in cui ho cercato di verificare l’assunto secondo cui “il tutto è più della somma di tutte le parti”.

Marco Basta: Per me invece è qualcosa di maturato altrove ma che ho finalizzato e caratterizzato rispetto allo spazio della mostra. Fin dall’inizio ho cercato di creare un dialogo tra elementi singoli nati in tempi diversi o in condizioni diverse mettendoli insieme anche in una sorta di atto protettivo rispetto ad uno spazio che rischia di essere dispersivo. Una sorta di narrazione estesa e unica tenuta insieme però da tante narrazioni singole. Un’architettura in qualche modo. Sono tutti lavori che comunque operano su campi riguardanti il confine, l’interno, l’esterno, qualcosa che è circondato e delineato rispetto all’esterno. Le forme che si vedono possono essere quelle dei giardini, di una natura che vive, nasce e finisce all’interno di un confine delimitato, costruito, controllato, come possono essere i vasi, che agiscono sulla stessa idea, su qualcosa di vuoto, attorno al quale viene costruita e delineata una forma, e la forma è qualcosa che contiene il vuoto.

Giulio:La duplice anima del posto, l’odore di campagna e la nuova connotazione industriosa dell’area, mi ha portato a sviluppare un’idea animistica di questo paesaggio. Sto ragionando da qualche tempo sulla ridefinizione del concetto di virtualità; sul cambiamento di prospettiva, la gestualità, i comportamenti e la comunicazione relativi l’uso dei dispositivi; Sulla smaterializzazione delle nostre coordinate di riferimento; sul binomio visibile-invisibile.

Leggere la dicotomia fra mondo reale e virtuale sotto un’ottica più ampia, in relazione al vissuto dell’io, dimensioni così antitetiche, così collimanti oggi.

Marco Basta - Progetto Mandrione 3,    Roma,   Installation  view - Foto Riccardo Ragazzi

Marco Basta – Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view – Foto Riccardo Ragazzi

Giorgio Delvè - Progetto Mandrione 3,   Roma,   Installation view - Foto Riccardo Ragazzi

Giulio Delvè – Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view – Foto Riccardo Ragazzi

Andrea De Stefani - Progetto Mandrione 3,   Roma,   Installation view - Foto Riccardo Ragazzi

Andrea De Stefani – Progetto Mandrione 3, Roma, Installation view – Foto Riccardo Ragazzi