Why Write? Why Paint?, 2019, exhibition view Courtesy SpazioA, Pistoia Photo by Camilla Maria Santini

Testo di Michele Tocca

La pittura non mente. Magari va avanti a illusioni, contraddizioni, inganni, scorciatoie, ambiguità, pentimenti, ruberie: insomma la “roba” di cui è sempre stata fatta. Ma non mente perché opera nel campo del possibile dove il successo è ripensamento continuo del suo fallimento. Scriverne significa entrare in questo territorio incerto, barcamenandosi tra ciò che il dipinto è, vorrebbe o potrebbe essere o ci si aspetterebbe che fosse. Soprattutto se capita di scrivere di una mostra che si chiama Why Write? Why Paint?, l’ultima personale di Luca Bertolo da SpazioA, Pistoia, che mette sul tavolo il dilemma della pagina e della tela bianca – cui si potrebbe aggiungere la pagina dedicata alla tela – peraltro in un periodo storico, invece, di totale horror vacui. Il titolo, in realtà, rielabora quello della raccolta di scritti vari di Philip Roth (1933-2018), miscellanea di saggi, conversazioni, lectures, di cui la mostra in parte ricalca l’impostazione. Ogni dipinto sembra, di primo acchito, comporre uno zibaldone di episodi, di molte delle intenzioni ed elucubrazioni, approcci e modi esecutivi disparati che Bertolo insegue da vent’anni. Appunto/Draft, tra i primi entrando in mostra, è per esempio il saggio sull’astrazione, il pezzo sulle decisioni, sul momento stesso in cui l’artista si ferma arrendendosi al completamento di un quadro. Di fronte, Natura Morta circoscrive il potenziale espressivo del rapporto tra materia informe e movimento della mano quando si trasforma in immagine. Le due versioni de Il fiore di Anna, entrambe repliche ingigantite dello stesso disegno infantile (o faux-infantile che sia) giocano con l’illusione del controllo della spontaneità, il micro e il macro, ponendo il nesso tra l’affinità iconografica e la distanza esecutiva come giudizio effimero sull’esercizio formale. Se il Why write? di Roth è un’antologia di scritti dal 1960 al 2013, offre cioè una selezione retrospettiva, Why paint? volge ad un passato recente – al cosiddetto “anno di produzione” di un artista, le opere in mostra sono del 2019 – portando ad un estremo il procedere anti-programmatico cui l’artista, nel tempo, ha abituato la sua ricezione. È un territorio che Bertolo conosce bene e per questo riesce a reimplicarlo con criterio e divertito capriccio. Da pittore e scrittore, inoltre, riesce a farlo impuntandosi ogni volta a ringarbugliare dall’interno quel vocabolario categorico un po’ vetusto, la cui insistenza oggi è un’arma a doppio taglio che imbriglia l’immaginazione tanto quanto l’immaginario. In mostra, infatti, la selezione delle opere appare più criptica; manca per esempio quel legante letterario, quel leitmotiv romanzesco caratteristico delle precedenti.

Luca Bertolo, Natura morta / Still life , 2019 olio su tela/ oil on canvas cm 70 x 80 Courtesy SpazioA, Pistoia Photo by Camilla Maria Santini
Why Write? Why Paint?, 2019, exhibition view Courtesy SpazioA, Pistoia Photo by Camilla Maria Santini

Guardando i dipinti individualmente e nel complesso, non si può non pensare ad una riflessione stringente sul metodo – Bertolo, dopo tutto, viene dalla pubblicazione di una collezione dei suoi testi e dalla prima esposizione museale, quella al Mart di Rovereto. C’è dunque una panoplia di singoli pezzi metodici. Ci sono dipinti o variazioni da serie-cardine come i Signs, il Terzo Paesaggio, i Retro, i piattini-tavolozza. E c’è Why write?, il monumentale ritratto-maschera di Roth che fa riflettere di nuovo sull’intera mostra. Esposto nello spazio adiacente alla galleria, il dipinto è un palinsesto. Un mezzobusto canuto (Roth?) incorniciato da una griglia, il tutto stilizzato a spray nero, copre un dipinto precedente, tentativo abbandonato o in via di cancellazione di dipingere la copertina del libro omonimo con il ritratto di Roth. Un volto su volto, in cui si ribalta la percezione tra cosa viene prima e dopo, e mentre il volto abbozzato del vecchio Roth si delinea sullo sfondo, al contempo sottraendosi allo sguardo, Why write diventa why paint. Viene in mente che in ballo ci siano la mimesi, la sua frustrazione e la cancellazione; la vertigine (o lo spreco) della grande dimensione e la ricerca della sua necessità; la riverenza, la paura nei confronti del ritratto di un “padre”. Ma i soli dati non fanno l’interpretazione che sta in un groviglio di pensieri, dinamiche formali intrinseche e riferimenti esterni. È tanto nell’ultimo sforzo di un pittore di chiudere o salvare un dipinto quanto nella vita che gli diamo in seguito. È il vecchio, il passato, che torna bambino, in questo caso attraverso una decisione adrenalinica, non completamente controllata, lo spray che qui perde il ruolo iconoclasta, di disturbo, che solitamente sembra assolvere nella pittura di Bertolo, per farsi gesto liberatorio, bluff inquieto e autoriflessivo. Poco importa se il “vecchio” sia un dipinto, Roth o Bertolo. La mostra prende una nuova vita, divenendo più intima di quanto si pensi, quasi genetica, come se l’artista reiterasse/ritraesse i suoi perché in uno straniante a tu per tu con la sua pittura. Chissà se Oggi, la piccola scultura epigrafica presentata a mo’ di rebus vicino Why write?, non segnali proprio questo rigenerarsi quotidiano. È uno dei promemoria di una mostra volutamente senza né capo e né coda, che lascia, come quando si guarda un autoritratto, in bilico tra l’osservazione delle rughe e gli occhi vispi, la spietatezza e l’autoindulgenza, ciò che si è, ciò che si vorrebbe essere e ciò che gli altri si aspettano. La molteplicità estetica è quindi un inizio o un fine? In che misura usare termini quali astrazione e figurazione? La metafora si attua o si legge attraverso il processo? O esiste sempre e solo in the eye of the beholder? La pittura non fornisce soluzioni se non singolari, fa quello che può fare, non mentire celebrando ciò che si può.

Luca Bertolo, Why Write?, 2019 olio e acrilico su tela / oil and acrylic on canvas cm 250 x 220 Courtesy SpazioA, Pistoia Photo by Camilla Maria Santini
Luca Bertolo, Appunto, 2019 olio su tela/ oil on canvas cm 80 x 70 Courtesy SpazioA, Pistoia Photo by Camilla Maria Santini