Hannes Egger
, How to do Things with Words, 2018 
 Immagine del lavoro presso MEWO Kunsthalle a Memmingen (D).
 Courtesy l’artista

Mettere in relazione la progettualità di un artista con le azioni quotidiane che si compiono in un ambiente famigliare. Questo è l’obbiettivo del progetto LIVING ROOM, l’iniziativa ideata eorganizzata da Art.ur e curata da Andrea Lerda che consiste nell’invitare quattro artisti a fare una residenza nelle case di altrettante famiglie nel centro storico di Cuneo. 
Il periodo di residenza di quest’anno di A space to live in a time of change – questo il titolo dell’edizione 2020 – ha avuto luogo nei mesi di gennaio e febbraio e ha coinvolto Paola Anzichè, Hannes Egger, Andrea Nacciarriti e Laura Renna. Gli artisti hanno vissuto a stretto contatto con le famiglie che hanno accolto e condiviso con loro un’intensa esperienza, fatta di dialoghi, condivisioni e reciproche scoperte. L’esito di questa interazione è la produzione di una serie di opere d’arte inedite. 
Il regime di isolamento ha messo un fermo a tutte le iniziative del mondo dell’arte, questo progetto di residenze compreso. Da programma, lo svelamento di questa esperienza sarebbe dovuto avvenire l’ultimo weekend di marzo: data che per ovvi motivi non è stata possibile rispettare. Si ipotizza che il momento di restituzione avrà luogo durante il periodo estivo.

E’ da sottolineare il paradigmatico tema affrontato dal curatore, che ci racconta: “’A space to live in a time of change’, un titolo emblematico e terribilmente in sintonia con quanto sta succedendo a livello globale, il cui approccio tematico nasce mesi fa, ben prima dell’emergenza sanitaria in corso.
L’invito rivolto ai quattro artisti scelti per la residenza nasceva da un desiderio specifico: indagare come, all’interno di un contesto domestico, vengano percepiti e vissuti i cambiamenti sempre più devastanti che l’umanità sta attraversando.
Consapevolezza e noncuranza, fragilità e senso di onnipotenza, paura e cura.  La pandemia da Covid-19 non è solo la testimonianza del macro processo patogeno che in quanto specie umana abbiamo attivato — impattando in modo smisurato sull’ecosistema Terra — ma la dimostrazione manifesta che siamo parte di un unico e indivisibile ecosistema interconnesso. Il più microscopico e invisibile essere che la biologia conosca ha il potere di tenere in scacco la complessa ma fragile regia antropica.

‘A space to live in a time of change’ si trasforma quindi da visione concettuale e campo aperto all’immaginazione in set iperrealistico che detta, riscrivendole, le regole stesse della residenza.
Il tema sul quale gli artisti erano stati invitati a riflettere è ora timone di tutta l’esperienza, all’interno della quale dimensione domestica e relazione con l’altro sono diventati fattori vitali per la sopravvivenza e per la configurazione degli scenari che ci attendono nel prossimo futuro.  

Andrea Nacciarriti in residenza

Seguono alcune domande a due dei quattro artisti coinvolti nel progetto, Hannes Egger e Andrea Nacciarriti

ATP: Il taglio tematico della residenza – A space to live in a time of change – mette in relazione la grande narrazione del presente collettivo con le micro storie intime che viviamo nel nostro quotidiano. Quali aspetti del reale hai deciso di considerare per il tuo intervento ‘in famiglia’?

Hannes Egger: I due aspetti del reale che mi interessano sopratutto in questo momento sono la paura e la responsabilità. Sono due argomenti di cui abbiamo parlato tanto in famiglia, non in modo diretto, ma durante i numerosi scambi che ci sono stati. Queste tematiche sono emerse in maniera decisamente evidente in molte occasioni. Mi affascina in maniera particolare il concetto di responsabiltà collettiva percepita in modo individuale e intimo, tema che infatti é ritornato molto spesso durante i discorsi con chi mi ospitava. La famiglia ha un bellissima libreria con tanti libri ben ordinati, che, a mio avviso, esprimono molto bene l’ampio orizzonte intellettuale delle persone che mi hanno accolto. E proprio in questa libreria si rispecchiano le tematiche trattate durante la residenza. Per questo ho chiesto a Gimmi Basilotta di scegliere un paio di libri che secondo lui rappresentano da un lato la paura e dall’altro la responsabilitá. La scelta é molto interessante e farà parte del mio intervento.

Andrea Nacciarriti: Lo spazio abitativo è il luogo della cura, del ritorno, del riparo, è il luogo dove sedimentiamo le nostre proiezioni vitali, ed è capace di una resilienza estrema. I macro cambiamenti del presente producono un’inevitabile resistenza in tali unità: un’azione apparentemente estranea ed esterna innesca un processo di preservazione interno, teso a ristabilire delicati equilibri preesistenti. Ho cercato di isolare e analizzare la percezione di protezione che riceviamo da un luogo, dalla nostra casa, malgrado l’irrimediabile fragilità e precarietà a cui è inevitabilmente sottoposta.

Ci furono tempi beati nei quali osavo quasi pensare che l’ostilità del mondo contro di me fosse cessata o smorzata e che la resistenza della tana mi dispensasse dalla precedente lotta senza quartiere. La tana mi protegge forse più di quanto non abbia mai pensato o mi arrischi a pensare quando sono nell’interno.
La metamorfosi, F. Kafka.

Hannes Egger in residenza

ATP: Mi racconti come hai vissuto questa esperienza e cosa hai deciso di realizzate per il progetto?

Hannes Egger: Mi sono trovato benissimo in famiglia, abbiamo parlato tanto e mangiato benissimo insieme. Mi hanno pure fatto la bagna cauda. Fantastico! I membri della famiglia Basilotta sono persone molte colte, gentili e intelligenti, capaci di pensieri molto profondi. Mi hanno colpito molto le esperienze di vita di Gimmi, in modo particolare il suo cammino a piedi da Cuneo ad Auschwitz.  Lui e Velda hanno un cane vecchio che si chiama Ubaldo, anche lui ha partecipato a questo cammino della memoria e proprio lui sará il protagonista del mio intervento “apocalittico” all’interno dell’abitazione. Ubaldo sará l’unico sopravissuto di un’evento catastrofico ecologico o umanistico, causato magari da un virus, magari del cambiamento climatico, magari da un asteroide o da una bomba, questo non sarà esplicitato.
Non é neanche così importante la causa, ciò che conta é l’esperienza, che si presenterá in modo immersivo. Il pubblico non sará passivo, ma attivo, fará parte dell’istallazione e giocherà il suo ruolo. Non voglio svelare altri dettagli.  

Andrea Nacciarriti: Ho cercato di focalizzare la particolare sensazione di agiatezza che si respira ogni volta che entriamo in un’abitazione non nostra, dove tendiamo immediatamente a rintracciare gli spazi necessari alle nostre esigenze. Privati da ogni possibile spaesamento, siamo immediatamente proiettati nel confort di uno luogo che comprendiamo a priori.Il progetto approccia lo spazio annichilendolo, oscurandolo, in qualche modo bloccandone le sue funzioni organiche, semplicemente attuando un’appropriazione momentanea, un inizio ed una fine che coincidono con le tempistiche dell’evento stesso.
Un’operazione che approfondisce il mio ultimo progetto 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market] nel più antico market di New York, dove un countdown ha contato i giorni, le ore, i minuti, i secondi e i decimi di secondo prima che il luogo fosse definitivamente chiuso in attesa di essere abbattuto, dando la possibilità al pubblico di visitare lo storico mercato in un buio spettrale, tra corsie e scaffalature abbandonate.
Il lavoro risulta quindi dall’assenza di altre forme, che l’abitazione inevitabilmente tenderebbe ad inglobare e snaturare. Al contrario, è l’habitat domestico ad essere fagocitato dall’intervento, attraverso una stasi, una bolla temporale in grado di farlo apparire archeologico, fisso, inanimato, in bilico su un sottile equilibrio tra esterno ed interno, tra prima e dopo. Procedimento che l’arte spesso adotta, e che ha successo in molte tipologie di spazio in cui tende a sedimentarsi, insinuando il proprio carattere semantico, del resto, l’istituzione arte risulta particolarmente vorace con spazi intermedi, semplificati, convertiti, costringendoli ad un limbo estraneo alla loro forma originaria, mentre l’abitazione ne rigetta il dominio riordinandosi, semplicemente perché è la tana essenziale, è il bisogno primigenio, il rifugio da ciò che non comprendiamo.
Mentre lo spazio abitativo si immobilizza, una sospensione dinamica coinvolge anche il montacarichi dell’abitazione, in cui un dispositivo, convenzionalmente destinato alla musealizzazione di uno spazio, lega la dimensione macro a quella della micro narrativa attraverso il cortocircuito delle scatole cinesi, opponendo pubblico e privato, ordine e disordine. But then there is nothing of us left in these denuded spaces. We have absented ourselves and then ask the question: Where have we gone?
The Old Essex Street Market, at the Edge of Civilization, Seph Rodney. Il quesito sembra preannunciare la paura che la pandemia da COVID-19 sta diffondendo in questi giorni, e che trova risposta nel ritorno alla dimora primigenia, la grotta, il riparo. È impressionante la quantità di tempo che le persone stanno passando in casa, ovunque, a livello globale, come probabilmente non è mai accaduto nella storia dell’uomo, la nostra casa ci sta isolando riflettendone il senso intrinseco di preservazione della specie in un vuoto che sembra interminabile.

Andrea Nacciarriti, 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market] _ 2019 countdown, white cube, dimensione ambientale Old Building of Essex Street Retail Market, New York Courtesy l’artista. Foto Dario Lasagni