• Lee Kit, Untitled, 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea. Veduta della mostra. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, Come on, 2016. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink and pencil on paper. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, It’s all in a game, 2018. Looped video with sound, readymade object. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea. Exhibition view. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, Tell, 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.
  • Lee Kit, (Blow), 2018. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink and pencil on plywood. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

English text below

Attratto dall’aspetto ‘banale’ degli oggetti che gli stanno attorno, Lee Kit cerca di ‘vedere qualcosa di importante’ attraverso di essi. Ma non solo, anche i gesti che attorniano le cose, che le manipolano o che lasciano delle tracce sembrano raccontare aspetti dell’esistenza sfuggenti, impalpabili. La poetica visiva di Kit sembra sussurrare segreti e confessioni che, testimoni silenti gli oggetti che ci circondano, diventano dei racconti emozionali di rara bellezza.
Segue l’intervista con l’artista che ci racconta la sua attrazione per gli oggetti e i gesti delle mani; ci introduce la sua esperienza a San Giovanni Valdarno, piccola cittadina che ha fatto da sfondo alle sue passeggiate. Kit ci rivela cosa si cela dietro all’ambigue titolo della mostra Linger on, your lit-up shade: Un’ombra illuminata su cui qualcuno si sofferma. Suona come un titolo che rievoca emozioni, per lo più malinconiche e tristi ….Questo è il processo. È stato un po’ casuale, ma la sensazione era proprio lì, mi ha portato al titolo, quindi ad alcune immagini e frasi e poi, infine, alla mostra.”

ATP: Leggendo alcune tue interviste ho scoperto molto sul tuo modo di lavorare. Una in particolare mi ha colpito, la conversazione che hai fatto con Misa Jeffereis in occasione della tua mostra al Walker Art Center nel 2016. In quell’occasione raccontavi che quando eri giovane parlavi agli oggetti. Ma non solo, avevi anche la sensazione che, facendoti la doccia, non eri solo, ma c’erano oggetti come shampoo e detergenti che ti guardavano. Anche oggi hai queste sensazioni? In generale, che relazione intrattieni con le cose che ti stanno attorno?

Lee Kit: Sì, ho ancora quelle sensazioni, ma curiosamente, non le provo più così frequentemente. Forse ho convissuto con queste sensazioni per un periodo abbastanza lungo. Ma è ancora molto forte ogni volta che le provo. Per esempio, talvolta sono molto felice di vedere che la bottiglia di Nivea è ancora sulla mensola del mio bagno. Effettivamente, è sempre stata lì per anni.
Sono ancora oggetti per me. Francamente, non parlo con loro : ) Sono delle nature morte da guardare e contemplare. Alcune di loro riportano a dei ricordi. Penso che tutti abbiano una relazione simile con gli oggetti che ci circondano.

ATP: Sembra che tu tragga ispirazione principalmente dagli oggetti e dalle dimensioni quotidiane. In realtà, la tua immaginazione spazia anche altrove: la storia dell’arte … e in particolare i dipinti che rappresentano i gesti delle mani. Cosa ti affascina di queste rappresentazioni?

LK: Di solito sono ispirato da oggetti banali e immagini, musica, differenti tipi di luce, testi di canzoni, frasi. Le trovo speciali in un modo difficile da spiegare, ma mi chiedo anche se ci sia nulla di speciale che li riguardi, inclusi i miei pensieri. Quindi, voglio dire, talvolta qualcosa semplicemente mi attrae e sono portato a credere di vedere qualcosa di importante attraverso questo qualcosa. Non c’è nemmeno niente di speciale riguardo agli oggetti e alle canzoni (certo, alcune canzoni sono davvero, ma davvero belle però), nemmeno niente di speciale rispetto a me stesso.

Ma c’è un qualcosa che si nasconde dietro a questo, o tra le cose che sono percepite e chi le percepisce. In questo caso, ad esempio, i gesti delle mani. Oggi, quasi qualsiasi cosa che ci circonda può essere ed è manipolata. I gesti delle mani, o il sentire attraverso il tocco delle nostre mani, è molto reale. Così reale che non possiamo controllarlo. È davvero difficile controllare le mani dal tremare quando siamo furiosamente affogati nella rabbia. Come è davvero difficile dimenticare la prima volta che abbiamo toccato la mano di qualcuno che davvero amavamo. Forse è questa sensazione che si prova attraverso il toccare che mi continua ad affascinare delle cose banali e delle rappresentazioni dei gesti delle mani.

Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea. Exhibition view. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea. Exhibition view. Ph OKNOstudio.

ATP: In merito alla mostra che presenti a Casa Masaccio. I lavori sono il frutto di un soggiorno a San Giovanni Valdarno. Cosa ti ha influenzato di questa cittadina e, in particolare, dello spazio che ospita la mostra, la dimora che fu dell’importante artista del Rinascimento fiorentino?

LK: Mi sono fermato ed ho lavorato a San Giovanni Valdarno per circa due settimane. È stata una breve residenza. Durante quelle due settimane, la vita si è rallentata, è diventata più semplice ma anche più concentrata. Da una parte ho dovuto adattarmi ad un quotidiano per il quale non avevo bisogno di prendere nemmeno un bus per andare in giro; dall’altra, ho dovuto lavorare e ripensare a queste opere che sono invece più o meno connesse con la vita delle grandi città. È stato un processo di adattamento e filtraggio basato principalmente sulla contemplazione e la coincidenza. Questo mi ha portato a camminare molto in San Giovanni Valdarno per cercare di immergermi confortevolmente nella vita di una cittadina, senza nemmeno parlare la lingua del posto. Oppure, vorrei aggiungere, che è San Giovanni Valdarno che mi ha spinto a passeggiare tra un lavoro e l’altro, in modo da creare una non così prevedibile distanza tra me e la mostra. E questo in qualche modo trapela in Casa Masaccio, dove sono ospitati tutti i lavori che ho realizzato per questa mostra. Ho provato a lavorare con la natura e l’essenza del luogo piuttosto che andarci contro. Dopo aver visto lo spazio, mi sono trovato d’accordo con Rita Selvaggio (la curatrice della mostra) sul fatto che non fosse necessario costruire nessun muro, come era invece nelle intenzioni iniziali. Quindi il risultato è che la mostra risulta abbastanza vuota e piena allo stesso tempo. Questo è in parte causato dagli interni stessi di Casa Masaccio che, dal punto di vista architettonico, presentano un’ampia varietà di stratificazioni.

ATP: La mostra ha un titolo molto poetico, Linger on, your lit-up shade. Mi racconti qualcosa in merito a questa scelta? E’ una citazione?

LK: Da qualche anno, per quasi ogni mostra, inizio scegliendo un titolo appropriato. Il titolo nel mio caso è come una cornice, che cattura e restringe il campo delle cose sulle quali mi voglio focalizzare per ogni mostra che faccio. Per quella ospitata in Casa Masaccio, il titolo non è una citazione. Dapprima ho pensato a Linger on (trattenersi, indugiare), ma ho realizzato che fosse troppo semplice. Dato che avevo in mente di fare una mostra legata alla luce del mattino, ho pensato alle ombre. Mi piaceva occuparmi della sensazione di dislocazione quando ci si sveglia nella luce mattinale. Sai, è come quando sento di essere caldo e sereno come la luce del giorno, ho la sensazione che ho davanti una bella giornata, ma non ho voglia di lasciare la stanza … sia che si tratti della mia camera da letto o, come il più delle volte, di una stanza d’albergo. Ciò fa parte della sensazione che volevo cogliere con questa mostra. Ragionandoci su, ho pensato che nel titolo avrei avuto bisogno di qualcosa di ambiguo e problematico- forse lit-up shade (ombra illuminata)? È vero che la maggior parte delle ombre che possiamo vedere sono illuminate ad un certo grado. Un’ombra illuminata su cui qualcuno si sofferma. Suona come un titolo che rievoca emozioni, per lo più malinconiche e tristi ….Questo è il processo. È stato un po’ casuale, ma la sensazione era proprio lì, mi ha portato al titolo, quindi ad alcune immagini e frasi e poi, infine, alla mostra.

Lee Kit, (Repeat), 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, (Repeat), 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

ATP: A Casa Masaccio, come in molte altre occasioni, le opere che presenti spaziano da dipinti a testi e suoni immersivi, da proiezioni a video. Con quale criterio decidi di utilizzare un mezzo espressivo rispetto ad un altro? Che relazione intercorre tra loro?

LK: Per me ogni mostra è un singolo lavoro, sebbene contenga diversi o molti singoli lavori. È come un’unica tela. Tutti i differenti lavori realizzati con diverse tecniche costituiscono tutti gli elementi che vengono applicati su questa tela, o spazio, e rispondono a un determinato contesto emotivo proprio di ogni mostra. È come aggiungere elementi nello spazio e realizzare una composizione da un punto di vista e poi dagli altri. È difficile da spiegare perché è abbastanza intuitivo e non riguarda il fare nello spazio una composizione che sia bella. Deve piuttosto comunicare e innescare una certa emozione. Talvolta induce le persone a fermarsi, altre volte accade il contrario. A volte proietto una grande proiezione sul muro, esclusivamente in virtù della qualità semi – trasparente della proiezione. Oppure perché i pixel di quest’ultima conferiscono una trama differente al dipinto/spazio, che potrebbe creare un piccola distanza o distrazione allo sguardo.

ATP: I’m a painter and I’m not a painter.” (Artforum, August, 2016). Mi spieghi cosa intendevi con questa frase che afferma e nega?

LK: Forse sono un pittore ma non è così importante giustificarlo o chiarirlo. Nel modo in cui come uomo, non devo definirmi un uomo se non a seguito di certe specifiche conseguenze. Penso di essere una via di mezzo tra il pittore e il non-pittore.

Lee Kit — Linger on, your lit-up shade
A cura di Rita Selvaggio
23 giugno – 9 settembre 2018
Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno

Lee Kit, (Repeat), 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, (Repeat), 2018. Looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l'Arte Contemporanea. Exhibition view. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Linger on, your lit-up shade, Casa Masaccio Centro per l’Arte Contemporanea. Exhibition view. Ph OKNOstudio.

Interview with Lee Kit
Linger on, your lit-up shade

Curated by Rita Selvaggio
Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno
Until 9 September 2018

ATP: Reading some of your interviews I went to know many details about your working method. The one you did with Misa Jeffereis on the occasion of the exhibition at the Walker Art Center in 2016,     stroke me. Particularly you mentioned that when you were young you used to talk with objects. Moreover you had the feeling that, taking a shower, you were not alone and the objects like shampoo and cleansers were watching you. Do you still have these feelings?
Generally speaking, which is your relationship with the objects around you?

Lee Kit: Yes, I still have these feelings. But interesting that I don’t feel it very often anymore. Perhaps I have been living with these feelings for quite a long time. But it is still quite strong every time when I have these feelings. For example, sometimes I am very happy to see the Nivea bottle is still sitting on the shelf in my bathroom. Actually, it’s been, and always been there for years.

They are still objects to me. Frankly, I don’t talk to them. : ) They are still-life to look at and contemplate. Some of them might carry some memories. I think everybody has a similar relationship to objects around them.

ATP: It seems that you mainly draw your inspiration from objects and daily aspects. Nevertheless, your imagination also ranges towards other fields, such as art history, and in particular you seem attracted to paintings representing hands gestures. What does fascinate you of these depictions?

LK: Usually some banal objects and images, music, different kinds of light, some lyrics and phrases inspire me. I find them special that I can hardly explain, but I also wonder there is nothing special about them, including my thoughts. So, I would say, sometimes somethings just attract me and I tend to believe that I see something important through it. There is neither anything special about the objects and the songs (well, some songs are really really good though.), nor anything special about myself.

But there is something behind it, or between the things that being perceived and the one who is perceiving. In this case, for example, hands gesture. Nowadays, almost everything around us could be/are manipulated. Hands gesture, and feeling through the touch of our hands, are very real. So real that we can’t really control it. It is very hard to control our hands from shaking when we are furiously drowned in anger. It is very hard to forget the first time when we touched the hand of someone we really loved. Perhaps it is this feeling through touching that keeps me feel fascinated by trivial things and depiction of hands gesture.

Lee Kit, Your neck, 2016. Acrylic on plywood, looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Your neck, 2016. Acrylic on plywood, looped video. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

ATP: Let’s talk about the exhibition you are presenting at Casa Masaccio. The works are the results of a stay in San Giovanni Valdarno. What of this small town influenced you? And what about the space, that was the house of the important Florence Renaissance artist to whom is dedicated?

LK: I was staying and working in San Giovanni Valdarno for about 2 weeks. It is like a short residency. During that 2 weeks, life is slower, simpler but more concentrated as well. On one hand I have to adapt to a life that I don’t even need to take a bus to go around. On the other hand, working on and rethinking about the works that are more or less related to life in bigger cities. It was an adjusting and filtering process that primarily based on contemplation and coincidence. That made me walking around San Giovanni Valdarno quite a lot, just trying to merge comfortably into the texture of a life in a town, without even speaking the language. Or, I would also say, it’s SGV made me strolling a lot in-between workings, so as to create a not-so-expected distance between me and the exhibition. And it somehow revealed at Casa Masaccio, where it housed all the works I produced for this exhibition. I tended to work with the nature and feeling of the spaces rather than work against it. After seeing the space, I agreed with Rita Selvaggio (The curator of the exhibition) that we didn’t do any wall construction that was the initial idea to build walls. Then the result is, the show is quite empty and full at the same time. This is partly because of Casa Masaccio itself that provides an environment with rich texture.

ATP: The exhibition has a very poetic title, Linger on, your lit-up shade. Could you tell me something about this choice? Is it a quote?

LK: Starting from few years ago, for almost every exhibition, I started every single one with coming up with a suitable title. The title is like a frame, capturing and narrowing down the things that I want to focus on for every projects that I did.

For the one I did at Casa Masaccio, the title was not a quote. I first came up with Linger on and I thought it was too plain. Since I had the thoughts to make the show related to the morning lights, I thought about shade. I have been interested in the feeling of dislocation when I woke up in the morning sun. You know, it’s like I feel warm and clear, I have a feeling that I am gonna have a good day but I don’t want to leave the room… be it my bedroom or mostly, hotel rooms. This is also part of the feeling that I want to capture in this exhibition. Then I thought again that I need something ambiguous and dilemmatic in the title – perhaps lit-up shade? It is true that most of the shade we can see are lit-up, to a certain level. A lit-up shade that someone lingers on to. It pretty much sounds like a title that carries emotion, mostly melancholic and sad… This is the process. It was pretty random but the feeling was just there, leading me to the title, some images and sentences, and then the exhibition.

Lee Kit, A perfect emotion, 2018. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink on plywood, looped video.  Courtesy the artista and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, A perfect emotion, 2018. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink on plywood, looped video. Courtesy the artista and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

ATP: At Casa Masaccio, as in many other occasions, the display works include paintings, texts, immersive sounds, projections and videos. How do you decide to use a media rather than another? Which is the relationship among them?

LK: Every exhibition is one single work for me, though it contains several or many individual works. It is like a canvas. All different works in different mediums are all elements going to be applied on this canvas, or space, under a certain emotional context of different exhibition. It’s like adding things into the space, to make a composition from one angle, and then from the other angles. It’s hard to describe since it’s quite intuitive and it’s not about making the composition in the space looking good. It needs to convey and trigger a certain feeling. Sometimes makes people stay, sometimes not. Sometimes I project a big projection on the wall, it’s basically because of the semi-transparent quality of a projection. Or sometimes it’s because of the pixels of the projection that provides a different ‘texture’ to this canvas/space, that might create another slight distance or distraction on viewing.

ATP: “I’m a painter and I’m not a painter.” (Artforum, August 2016). Could you tell me what did you mean with this both asserting and denying sentence?

LK: Perhaps I am a painter but it is not so important to justify or clarify it. Like as a man, I don’t clarify myself as a man if it is not under some very specific consequences. I think I am like, something in-between.

Lee Kit, Sexy boy, sexy girl, hey, hey, hey, 2018. Looped video, acrylic, emulsion paint and inkjet ink on plywood. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Sexy boy, sexy girl, hey, hey, hey, 2018. Looped video, acrylic, emulsion paint and inkjet ink on plywood. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Nourishing Care, 2018. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink and pencil on plywood. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.

Lee Kit, Nourishing Care, 2018. Acrylic, emulsion paint, inkjet ink and pencil on plywood. Courtesy the artist and Massimo De Carlo, Milano/Londra/Hong Kong. Ph OKNOstudio.