Danilo Correale, The Warp and the Weft, 2012, medium weight wool fabric, variable dimension. Installation View at Peep Hole. Courtesy The Artist and Supportico Lopez Berlin

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Due le proposte dello spazio Peep-Hole : Danilo Correale con il progetto ‘The Warp and the Weft’ e Anna Franceschini con ‘The Stuffed Shirt’.

Nella prima grande stanza, i 5 continenti di Correale: cinque alti drappi che simboleggiano metaforicamente i continenti. La sua ricerca spazia dalla critica delle istituzioni che governano la nostra società alla rappresentazioni dei meccanismi di potere che regolano gli equilibri economici, finanziari, politici ecc. Correale mi racconta il meccanismo complesso sui cui regge la sua opera, che non manca di coinvolgere i visitatori con la sua costruzione labirintica (sia mentale che fisica). Mi racconta l’artista che le trame e gli orditi a cui fa riferimento il titolo, sono una metafora delle relazioni intricate tra politica, economia e soprattutto potere. I cinque tessuti tartan sono formati dai colori dei loghi degli istituti finanziari più potenti al mondo.

I colori dominanti su tutti sono il blu e il rosso, tinte  che simboleggiano il primo fiducia, stabilità, chiarezza e credibilità; il secondo, invece, energia, potere, passione e desiderio. Il tessuto, nella storia dell’economia e del commercio, è anche il primo tra i beni che ha segnato le rotte navali, che a loro volta hanno cambiato (quando non devastato) interi continenti.. per il predominio e conquista di zone commerciali favorevoli. I vettori che innesca Correale con questa complessa e studiatissima opera, sono molti e articolati. Non mancano, infatti, anche i riferimenti a concetti quali l’appartenenza ad un ‘clan’ ad una famiglia, ad un sistema e più in generale ad un cultura (ricordo che un mio professore mi diceva, appartenere ad una cultura è come stare dentro ad una botte: non si vede al di fuori di essa).  Questo è il ricordo che mi suscitato la grande installazione mentre la attraversavo  tra un vano e l’altro, formati da queste leggere ma, al tempo stesso, irremovibili pareti in tartan.  

Questo progetto si inserisce nel ciclo iniziato dall’artista nel 2010 (e ancora in progress) il cui filo conduttore è lo studio dell’aspetto più simbolico attraverso cui le patologie  del sistema capitalistico diventano tangibili in diversi aspetti della nostra società.

Puntare il dito su un tema così complesso, stratificato, arido, per molti versi, ma anche importante, merita senza dubbio un plauso. L’unico appunto che potrei muovere, è che tanto era semplice l’installazione quanto è forse un po’ troppo denso l’ ‘apparato’ concettuale che la governa.  Forse, l’artista ha ecceduto nel voler condensare, sommare, incastrare,  concetti sicuramente importanti ma che non accrescono l’opera né nelle intenzioni (sensibilizzare) né tanto meno in bellezza o importanza.      

Domani Anna Franceschini e ‘i palloni gonfiati’