Hiroshi Sugimoto, Teatro Sociale, Bergamo, 2015, L'Aventura (Seating side)

Hiroshi Sugimoto, Teatro Sociale, Bergamo, 2015, L’Aventura (Seating side)

L’indagine prende avvio da una semplice domanda che l’artista giapponese si è posto verso la fine degli anni settanta: provare a racchiudere in un solo scatto l’intero flusso di immagini contenute in una pellicola cinematografica durante la sua regolare proiezione al cinema. La risposta sta alla base di una lunga serie di immagini che Hiroshi Sugimoto ha dedicato agli spazi teatrali e cinematografici. Dal 16 maggio al 1 ottobre 2017, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta, in anteprima internazionale, una nuova serie fotografica dedicata ai teatri storici italiani. La mostra, dal titolo Le Notti Bianche, è a cura di Filippo Maggia e Irene Calderoni. Il titolo, come ci racconta nell’intervista che segue Maggia, è mutuato da un film del ’57 di Luchino Visconti, a sua volta ispirato dal romanzo giovanile di di Fëdor Dostoevskij. “Come avviene nei suoi Seascapes, dove i mari rappresentano un passato che va rigenerandosi e ripetendosi, ogni volta più ricco di vissuto, di Storia, anche nelle immagini di questa ultima serie Sugimoto delega allo spettatore -delle sue opere, non dei film- la responsabilità di declinare al tempo presente la memoria contenuta in quel magico spazio bianco.”

 Alcune domande a Filippo Maggia —

ATP: Negli anni settanta Hiroshi Sugimoto si è posto una sorta di sfida: provare a racchiudere in un solo scatto l’intero flusso di immagini contenute in una pellicola cinematografica durante la sua regolare proiezione al cinema. Alla luce della diffusione della pratica fotografica in modo estremamente popolare, come leggere la sua volontà di sintesi? Come mettere a confronto l’immaginario digitale in cui siamo immersi, con il “silenzio” imperante nelle sue immagini?

Filippo Maggia: Il silenzio imperante delle sue immagini, in particolare quelle dei cinema e dei teatri, è solo apparente: in realtà in quello schermo bianco e abbagliante scorrono storie, gioie e dolori, sentimenti ed emozioni, sogni e incubi. Quelli che compongono la vita di tutti e che, messi in fila, tracciano la storia dell’uomo, così come i mari che dall’antichità bagnano le coste dove l’avventura dell’uomo è andata svolgendosi come un libro senza fine.

ATP: Il titolo della mostra – Le Notti Bianche – ha un nesso con il romanzo breve di Fëdor Dostoevskij? Perché avete scelto questo titolo?

FM: Il titolo della mostra è stato deciso dall’artista ed è il titolo del film del 1957 -tratto dal romanzo giovanile di Fëdor Dostoevskij- con interpreti Marcello Mastrioanni, Maria Schell e Jean Marais, regia di Luchino Visconti, proiettato durante la ripresa al teatro Villa Aldrovandi Mazzacorati di Bologna.

ATP: Per questa mostra alla Fondazione Sandretto, Hiroshi Sugimoto presenta una nuova serie fotografica dedicata ai teatri storici italiani. Rispetto alle serie precedenti, per la prima volta, presenta oltre allo schermo illuminato anche la platea e la galleria del teatro ove è stata organizzata la ripresa fotografica. Perché questa scelta?

FM: Nel corso dei tre anni spesi nella preparazione di questa mostra, Sugimoto è rimasto affascinato dagli interni dei teatri italiani, ricchi di storia e così diversi dai teatri americani da lui fotografati negli anni precedenti. Da qui la decisione di “allargare” la veduta alla platea e alla galleria, scelta che ha via via condizionato non poco la selezione dei teatri da riprendere.

ATP: C’è una linea concettuale che lega la serie che il fotografo dedica ai cinema e ai teatri e i suoi Seascapes?

FM: Oltre al rigore formale, che per Sugimoto non corrisponde a una mera esigenza estetica ma è parte fondante della sua pratica fotografica presente in tutti i suoi lavori, è il flusso del tempo a venir rappresentato in entrambe le serie: lo scorrere delle immagini corrisponde alle lievi onde del mare, un tempo eterno che instancabilmente scorre.

ATP: Guardando i primi scatti dedicati alle sale dei cinema e ai teatri, possiamo dire che c’è un’evoluzione – in oltre quarant’anni – del suo modo di vedere questi spazi? Oppure, fondamentalmente, il suo sguardo fotografico è rimasto lo stesso?

FM: Negli anni lo sguardo di Sugimoto si è indubbiamente affinato, e più che evoluto è andato ampliandosi come del resto i suoi interessi che oggi fanno di lui un designer, architetto oltre che fotografo e, prima ancora, collezionista ed esperto di antichità.

Hiroshi Sugimoto, Teatro Farnese, Parma, 2015, Salo (Seating side)

Hiroshi Sugimoto, Teatro Farnese, Parma, 2015, Salo (Seating side)

Hiroshi Sugimoto, Teatro Carignano, Turin, 2016 (Screen side)

Hiroshi Sugimoto, Teatro Carignano, Turin, 2016 (Screen side)