• Rokni Haerizadeh, The Sun Shines on a Graveyard and a Garden Alike, and the Rain a Loyal Man From a Traitor Knows Not, 2016–2017 - Courtesy Rokni Haerizadeh and Gallery Isabelle van den Eynde, Dubai 2016 - Pulitzer Prize for Breaking News Photography - La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Foto Marco De Scalzi
  • Thierry De Cordier MER HAUTE [High Sea], 2011 - Private Collection Courtesy Xavier Hufkens, Brussels | Thierry De Cordier MER MONTÉE [Rising Sea], 2011 - Private Collection Courtesy Xavier Hufkens, Brussels - La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Foto Marco De Scalzi
  • Adel Abdessemed Hope, 2011–2012 Boat, resin 205.7 x 579.1 x 243.8 cm Courtesy Adel Abdessemed © Gianluca Di Ioia - La Triennale, Milano
  • Liu Xiaodong, Adel Abdessemed - La Terra Inquieta © Gianluca Di Ioia - La Triennale, Milano
  • Bouchra Khalili, Yto Barrada © Gianluca Di Ioia - La Triennale - Installation view
  • Paweł Althamer, Black Market, 2007 - Private Collection © Gianluca Di Ioia - La Triennale
  • Meschac Gaba, Xaviera Simmons - La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Gianluca Di Ioia - Installation view

Questa è una mostra soprattutto da “sentire”. Alla vista, La Terra Inquieta preferisce l’empatia, la complicità. Perché questa è una mostra composta da tante storie, raccontate e rappresentate da una selezione ampissima di artisti diversi, per età, provenienza e formazione. La sfida che si è posto Massimiliano Gioni è stata quella di curare una mostra non solo complessa, ma facilmente preda di sentimenti controversi. Il curatore mette subito in chiaro che, al centro della mostra, “vi è innanzitutto una riflessione sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e drammatici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici.”
Il confronto più cogente, allora, quello con cui gli artisti devono fare i conti, non è il nostro punto di vista, quello del popolo dell’arte già avvezzo sia ad estremisti espressivi che a temi tra i più efferati, bensì quello di un popolo addomesticato dalla perpetua spettacolarizzazione dei mezzi di comunicazione di massa. Non è ancora vivissima l’immagine di Aylan Kurdi, il bambino siriano immortalato senza vita a faccia in giù, nella spiaggia di Bodrum, in Turchia? Quell’immagine è diventata il simbolo della crisi umanitaria legata all’immigrazione. Il primato indiscusso delle fotografie, ciò che hanno il potere di veicolare, a questa punto della storia occidentale è, senza esagerazioni, immenso.
Ecco allora che è proprio da una foto-tessera strappata dei migranti portoghesi negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso – quella raccontata ne Il settimo uomo di John Berger e Jean Mohr – che partono i tanti racconti di una mostra che, come sottolinea il titolo, narra di una terra inquieta e instabile. Non quieta, dunque, ma senza pace.

La questione vera che tiene insieme le/i sessantacinque artiste/i è la loro capacità di restituire, attraverso le loro opere, la complessità di un dramma che si fa giorno per giorno più toccante, e non solo in senso metaforico, ma anche fisico. Gli “altri” sono tra noi e con noi: da cui la paura, il rifiuto, l’indifferenza. Allora la vera sfida degli artisti, e di questa mostra in generale, diventa ancora più difficile: confrontarsi con i media e scalfire l’immaginario quotidiano di persone avvezze a vedere (e digerire) eventi drammatici.
La vera protagonista di questa mostra allora non è la “terra” e la sua umanità in transito nelle più drammatiche delle condizioni, bensì le immagini che raccontano i drammi che questa stessa umanità vive. Seguendo un discorso teorico supportato dal saggio di T.J. Demos “The Migrant Image”, Gioni sottolinea come molti artisti in mostra pratichino una “nuova politica della verità”, ossia cercano di creare delle immagini che restituiscono una sorta di iper-realtà filtrata dalla propria capacità di scendere a compromessi tra la verità dei fatti e la propria capacità di rendere questi fatti intellegibili e “negoziabili”. Il curatore cita il lavoro di alcuni artisti – John Akomfrah, Yto Barrada, Isaac Julien, Yasmine Kabir, Bouchra Khalili e Steve McQueen – dove è più evidente la sublimazione del reale, per dar vita a un “documentario sentimentale” o “reportage lirico”. L’aspetto personale, individuale e soggettivo, ossia la sensibilità dell’artista, diventa uno dei fattori determinanti per cui l’opera diventa una riscrittura della realtà, una realtà rettificata, potenziata: il vero diventa più denso, più toccante, dunque comprensibile a livello emotivo, prima che intellettuale. In altre parole, le opere sono “toccanti” – leggi anche drammatiche, commoventi, appassionanti – in quanto portatrici di storie non solo vere, ma sublimate a racconti esemplari, a loro modi edificanti.

Manaf Halbouni, Xaviera Simmons, Hamid Sulaiman, Rayyane Tabet - La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Gianluca Di Ioia - Installation view

Manaf Halbouni, Xaviera Simmons, Hamid Sulaiman, Rayyane Tabet – La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Gianluca Di Ioia – Installation view

E gli esempi potrebbero essere veramente tanti: la realtà minima e di confine delle grandi immagini di Yto Barrada, le rappresentazioni idealizzate nel bellissimo video “Western Union: Small Boats”  del 2007 di  Isaac Julien, le micro storie di normalità “randagia” di Henk Wildschut che ha documentato per decenni gli spostamenti dei rifugiati nelle terre di confine; le fotografie di Tillmans, il grande cantore della gioventù anni ‘90’, che in mostra è presente con due grandi immagini che raccontano la vita degli operai immigrati a Dubai.
Ma al di là dei tanti esempi di opere video e fotografiche, è soprattutto con il linguaggio scultoreo che la capacità di sintesi della complessità contemporanea è messa alla prova. In una delle sale principali della Triennale, tre opere su tutte, reggono la potenza delle immagini: un delicato e fragile mondo fatto con delle biglie di vetro (Map, 1998 di Mona Hatoum), un’imbarcazione di legno trovata abbandonata e riempita di mucchi di resina nera in forma di sacchi d’immondizia (Hope, 2011-2012 di Adel Abdessemed) e la scultura a parete fatta di tappi di bottiglie di alcolici che gli occidentali hanno esportati in Africa (New World Map, 2009 di El Anatsui). Tre opere e tre metafore che, senza tante spiegazioni raccontano una realtà complessa e inquieta, ingiusta e fragile, vera e trascesa…

Il percorso della mostra è disseminato di sculture-monumento: opere che innalzano gli ultimi a presenze con una dignità e uno scopo che non è solo quello di esseri in fuga, ma di persone che cercano normalità e senso di appartenenza. Qui le opere di Thomas Schütte Weinende Frau Nr. 0 (Weeping Woman No. 0), 2009, un grande busto di donna-madonna piangente; di Andra Ursuţa, Commerce Exterieur Mondial Sentimental (Global Sentimental Trade), 2012, dove l’artista innalza a figure monumentali due donne rom; di Pravdoliub Ivanov, Territories, 1995/2003, 10 bandiere che simboleggiano i 10 stati fondatori dell’Unione Europea resi irriconoscibili perché coperti di fango. Ma potremmo citare anche l’opera di Manaf Halbouni, Nowhere Is Home, 2015, che ha caricato tutti i suoi averi in un’auto perché si sentiva minacciato dall’aumento di consenti di un partito politico nazionalista con sede nella sua città, Dresda. Così come le opere di Meschac Gaba, Kader Attia, Danh Vo, ecc.

Francis Alÿs, Untitled (Study for “Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River”), 2006–2009 -Courtesy Francis Alÿs and David Zwirner, New York/London © Gianluca Di Ioia - La Triennale

Francis Alÿs, Untitled (Study for “Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River”), 2006–2009 -Courtesy Francis Alÿs and David Zwirner, New York/London © Gianluca Di Ioia – La Triennale

In questi e in molto altri esempi di scultura “commemorativa”, Massimiliano Gioni evidenzia un tratto comune – mutuato da un pensiero dell’artista svizzero Thomas Hirschhom : “appaiono instabili e fragili, svuotate da ogni eccesso di sentimentalismo e pomposità e investite invece di una carica di indignazione e furia più consona a una dimostrazione di strada o ad un atto di guerriglia che ad una commemorazione ufficiale”.
Ricerca di riscatto, emergere delle contraddizioni tra occidente e oriente, il viaggiare di persone e merci, l’attraversamento dei confini da parte dei migranti: questi e molti altri i temi affrontati in mostra, con opere che, il più delle volte, cercano di riscattare la tragicità del vero con una fiducia, forse a volte un po’ ingenua, nell’arte di trovare una breccia nel dramma, un riscatto. Ci riescono? Noi come spettatori riusciamo ad attraversare queste tragedie restando indifferenti?
Nel suo testo in catalogo, Gioni si chiede cosa siamo disposti a fare di fronte a queste opere d’arte. Vale il messaggio che lancia Thomas Hirschhorn, “1 Man = 1 Man”, che ogni uomo è uguale a ogni uomo, ogni vita deve contare allo stesso modo? Siamo tutti uguali? Le nostre vita hanno lo stesso valore? Riusciremo, serenamente, a goderci i bagni nel bellissimo mar Mediterraneo questa estate? Tuffarci tra scogli da cartolina, e limpide acque blu?

Per molti versi, questa mostra potrebbe essere riassunta in un chiasmo – sempre una citazione di Gioni – abbracciando un concetto fondamentale e attuale: le opere, e le immagini che veicolano, cercano la verità nella crisi e mettono in crisi il concetto di verità come narrazione univoca e semplicistica.

LA TERRA INQUIETA
Una mostra ideata e curata da Massimiliano Gioni
Promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano
Direzione Artistica Settore Arti Visive Triennale Edoardo Bonaspetti
La Triennale di Milano
fino al 20 agosto 2017

Artisti: Adel Abdessemed, John Akomfrah, Pawel Althamer, Francis Alÿs, El Anatsui, Ziad Antar, Kader Attia, Brendan Bannon, Yto Barrada, John Berger e Jean Mohr, Alighiero Boetti, Anna Boghiguian, Andrea Bowers, Tania Bruguera, Banu Cennetoğlu e Nihan Somay in collaborazione con UNITED for Intercultural Action, Phil Collins, Comitato 3 Ottobre, Constant, Thierry De Cordier, La Domenica del Corriere, Forensic Oceanography / Charles Heller e Lorenzo Pezzani, Meschac Gaba, Charles Gaines e Ashley Hunt per Gulf Labor Artist Coalition, Giuseppe “Pinot” Gallizio, Rokni Haerizadeh, Ramin Haerizadeh e Hesam Rahmanian, Manaf Halbouni, Mona Hatoum, Lewis Wickes Hine, Thomas Hirschhorn, Wafa Hourani, Pravdoliub Ivanov, Khaled Jarrar, Isaac Julien, Hiwa K, Yasmine Kabir, Šejla Kamerić, Bouchra Khalili, Runo Lagomarsino, Dorothea Lange, Zoe Leonard, Glenn Ligon, Liu Xiaodong, Ahmed Mater, Steve McQueen, Aris Messinis, multiplicity, Paulo Nazareth, Adrian Paci, Maria Papadimitriou, 2016 Pulitzer Prize for Breaking News Photography (Daniel Etter, Tyler Hicks, Mauricio Lima, Sergey Ponomarev), Marwan Rechmaoui, Hrair Sarkissian, Thomas Schütte, Hassan Sharif, Augustus Sherman, Xaviera Simmons, Mounira Al Solh, Hamid Sulaiman, Rayyane Tabet, Pascale Marthine Tayou, Wolfgang Tillmans, Andra Ursuta, Danh Võ, Henk Wildschut, Zarina

Thomas Schütte, Weinende Frau Nr. 0 [Weeping woman No. 0], 2009/2017 Cast bronze; 247 x 100 x 85 cm  - La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Foto Marco De Scalzi

Thomas Schütte, Weinende Frau Nr. 0 [Weeping woman No. 0], 2009/2017 Cast bronze; 247 x 100 x 85 cm – La Terra Inquieta, La Triennale di Milano © Foto Marco De Scalzi

Isaac Julien, Western Union: Small Boats, 2007 Three screen projection, 35mm colour film transferred to High Definition, 5.1 Surround Sound, 18’22” Courtesy Isaac Julien and Victoria Miro Gallery, London © Gianluca Di Ioia - La Triennale

Isaac Julien, Western Union: Small Boats, 2007 Three screen projection, 35mm colour film transferred to High Definition, 5.1 Surround Sound, 18’22” Courtesy Isaac Julien and Victoria Miro Gallery, London © Gianluca Di Ioia – La Triennale