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Tanto era massiccio, severo, squadrato Il Capo – che orchestrava imponenti massi di marmo di Carrara sotto un sole cocente – quanto sembrano piccoli topi in gabbia gli operatori tecnici subacquei che vediamo nel film Piattaforma Luna che Yuri Ancarani ha esposto alla Galleria Zero… (è stato presentato l’anno scorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia – prodotto da Maurizio Cattelan). Girato in tre giorni dentro ad una camera iperbarica, il film mostra la ritualità dei gesti di un gruppo di sei sommozzatori specializzati in lavorazioni a grande profondità (100 metri sotto il mare). Se a Carrara Ancarani incorniciava il capocantiere dentro a quinte (quasi) teatrali dove dominavano linee rette, spigoli vivi e sfuggenti prospettive, sotto al mare, dentro allo spazio chiuso (e soffocante per chi guarda il film) della camera iperbarica, a dominare le inquadrature sono la sfilza di oblò, botole circolari, passaggi tondi, volti cerchiati da inquadrature lentissime. Il film è molto bello ed emozionante. Il ritmo, seppur lento, ipnotizza perchè, gesto dopo gesto, rito dopo rito, ci porta a scoprire le condizioni estreme del gruppo di sommozzatori. Dopo averne seguito i movimenti abitudinari e metodici (come dimenticare i lunghi minuti in cui un somozzatore controlla, seguendo degli ordini ‘dall’alto’, tutte le volvole se sono chiuse o  aperte),   dentro a una sorta di labirinto senza uscita, verso la fine del film, finalmente, qualche minuto d’aria. Luce e aria durano poco. La cella iperbarica viene emersa a metri di profondità per traghettare i somozzatore verso un guasto da riparae.
Dopo minuti neri, bui e profondi, soffocati da un respiro-ansimo molto forte e angosciante, siamo giunti nell’abisso. Il film termina con un insistente frastuno di un martello che batte.
Se Il Capo finiva con delle bellissime immagini di montagne a volo d’uccello, Piattaforma Luna termina con queste angoscianti immagini scure e ossessive. In un’intervsta Yuri ha raccontato: “L’unica scena che non ho ripreso io è stata quella finale: una ripresa soggettiva presa direttamente dalla telecamera di controllo posizionata al centro del casco del sommozzatore. La scena più bella è girata dall’operaio.”

Prima di giungere alla saletta allestista di tutto punto per una visione cinematografica del film, in galleria sono presenti altre due opere di Ancarani: la video proiezione ‘A’ e il totem formato da un vide a tre canali, dove le inquadrature mostrano la schiusa di migliaia di farfalle attorno alla pesante struttura in ferro della piattarma. Questa opera da il titolo alla mostra, ‘La malattia del ferro’. Chiedo a Yuri in cosa consiste e mi racconta che è una sorta di sindrome che colpisce chi trascorre tanto tempo in mare, su una piattaforma o una nave. Capita che le persone che ritornano nella terra ferma sentano dopo un breve periodo di ritornare in mare.

Yuri Ancarani davanti all’installazione La malattia del ferro, Zero…