Giovanni Kronenberg -  Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

Giovanni Kronenberg – Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

English text below

Inaugura oggi la prima mostra personale di Giovanni Kronenberg alla galleria Z2O Sara Zanin di Roma. L’appuntamento segna la prima collaborazione dell’artista con la galleria romana. L’esposizione è accompagnata da un contributo critico di Alessandro Rabottini, di cui pubblichiamo un estratto.

“Un cristallo di rocca e una perla nera, una bolla di vetro e una pelle di muflone, un torchio antico e una conversazione tra astronauti, grandi spugne di mare grezze e del profumo, una malachite lavorata, un corno d’alce con argento, un dente di capodoglio ricoperto di fuliggine. “Questi sono gli elementi che troviamo nelle opere raccolte da Giovanni Kronenberg per questa mostra: elementi che l’artista ha collezionato nel tempo, con i quali ha convissuto, a volte, per lunghi periodi prima di trasformarli in lavori. Il suo intervento è spesso minimo – una lieve modifica, più spesso l’aggiunta di un oggetto o di un materiale incongruo – come a voler privilegiare l’emergere di una qualità che gli elementi raccolti già possiedono”.

“Molte delle opere di Kronenberg – e non soltanto quelle presenti in questa mostra – sono legate da questo filo rosso, dal fatto di essere manufatti o reperti naturali rari e quindi preziosi, spesso oggetto di collezionismo. E la rarità, si sa, ha una stretta relazione con il tempo, come se da esso discendesse, perché le cose rare sono, in un certo senso, quelle che sono sopravvissute”.

“Il possesso stesso – come il collezionismo privato di certi reperti – è una forma di desiderio, del desiderio di fare propria la tassonomia, di assumerla in sé portandosi letteralmente a casa un frammento di quel tempo da cui proveniamo ma che non raggiungeremo mai. Quindi da una parte un tempo oltre l’umano e, dall’altra, strumenti umani che di quel tempo parcellizzano, isolano, studiano e conservano frammenti. Questo pulviscolo è lo spazio del lavoro di Giovanni Kronenberg, all’interno del quale materiali e reperti sono prima assunti e poi lavorati a volte da maestranze altamente specializzate – come nel caso della malachite – altre volte soggetti a più semplici e lievi alterazioni”. “La costruzione di una grammatica combinatoria è l’operazione alla base del lavoro di Giovanni Kronenberg, una grammatica che opera sulla lenta sedimentazione di qualità evocative che gli oggetti possiedono di per sé e sulla successiva alterazione di quelle stesse qualità attraverso forme di intrusione”.

“Gli oggetti e i materiali che Kronenberg combina tra loro sono carichi di passato ma non generano narrazioni, contengono molteplici dimensioni del tempo ma non raccontano storie. Possono essere definiti “poetici” nella misura in cui la poesia può essere compresa come una lenta forma di cesellatura delle parole a partire da un materiale crudo che è l’intuizione interiore”.

Brani estratti dal testo critico di Alessandro Rabottini

Giovanni Kronenberg -  Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

Giovanni Kronenberg – Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

Seguono alcune domande a Giovanni Kronenberg —

ATP: Nei tuoi lavori impieghi oggetti antichi e inusuali. Da dove nasce questo tuo interesse per una materia “vissuta” e già carica di storia? 

Giovanni Kronennberg: Cerco di lavorare con oggetti che manifestino già “passivamente” una forte polisemia. A questi oggetti preziosi o rari, solitamente inediti alla vista, cerco di relazionarmi con umiltà, apportando degli interventi che possano ulteriormente caricarli, accrescendone la suggestione o allontanandola. Più che antichi, preferisco il tuo termine “inusuali”. 

ATP: In molti casi i tuoi interventi evidenziano una tensione tra animale, vegetale e minerale, come a sottolineare un’implicita continuità tra questi diversi regni, che in fondo sono distanti solo nel tempo. In che modo nascono i tuoi lavori? 

GK: Mi circondo di questi oggetti, letteralmente. Chi è stato nella mia casa di Milano te lo può testimoniare. Inizia tutto con lo stupore, il ritrovamento; poi c’è una fase di “sedimentazione”, in cui mi circondo di questi oggetti e li lascio lì. Il tempo passa, a volte succede qualcosa e allora alcuni di loro diventano opere che espongo, a volte non succede nulla e rimangono nel mio appartamento o nel mio studio. Anzi forse azzarderei che gli oggetti più radicali che possiedo non sono ancora diventati delle opere e forse non lo diventeranno mai: potrei farti l’esempio della rosa del deserto di oltre un metro di lunghezza e del peso di quasi 100 kg a cui ho provato ripetutamente ad avvicinarmi senza successo, nel corso degli anni. 

Ovviamente una metodologia produttiva come la mia necessita di tempi lunghi, a volte con forte dispendio economico; per cui è naturale che la mia produzione scultorea sia costantemente limitata a pochi pezzi.

ATP: “Mai menzionato in un tono superiore al sussurro” è un’opera molto particolare: un dente di capodoglio ricoperto da un lieve strato di fuliggine. Me ne parli?

GK: Ho lavorato molte volte con questi elementi; negli anni ho presentato sculture realizzate con un dente di narvalo e un’altra con una vertebra di balena, in cui sono intervenuto con interventi minimi ma molto caratterizzanti. Per la mostra a Roma ho preferito non modificare l’ergonomia dell’opera, privilegiando un intervento esteticamente molto visibile ma concretamente molto effimero. Attraverso l’utilizzo di una candela “molto grassa” ho ricoperto metà superficie di uno strato di fuliggine che pian piano sfuma fino al colore naturale del dente di capodoglio.

ATP: Da dove viene il titolo “L’antinomia di Capitan Blicero”?

GK: Capitan Blicero è un personaggio molto noto del romanzo “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon. Ho usato questo titolo per una scultura realizzata con un corno d’alce, a cui ho applicato un’estensione in argento ad una delle estremità.

ATP: Potresti darmi una tua personale definizione di scultura? 

GK: Preferisco non dare definizioni, a nessun tipo di arte che produco. Credo sia compito di chi le osserva dare interpretazioni.

ATP: In mostra è presente una scultura in malachite. Trovo che questa condivida con i tuoi disegni un legame simile a quello che intercorre tra le varie componenti dei tuoi lavori. Questa scultura ha una forma che ricorda un ammasso vegetale (nel gergo da miniera infatti viene chiamata “verdura delle rocce”) e contiene un potenziale pittorico, dato che dalla malachite si può estrarre un pigmento verde, conosciuto già ai tempi degli Antichi Egizi, usato nella tempera, nell’affresco e nella pittura a olio. I tuoi disegni a grafite ricordano invece forme organiche, per certi versi vicine a quella della scultura in malachite. In generale, pensi che esista un rapporto e una continuità tra i tuoi lavori? 

GK: Ho iniziato a fare questi disegni fin dall’Accademia di Brera, alcune volte provando in maniera puerile a intellettualizzarli e ad interpretarli.  Un giorno, durante una mostra in cui ne esponevo uno, una gallerista mi ha fatto notare la stretta relazione ergonomica con alcune mie sculture. Da lì, e con sempre più frequenza, altre persone mi hanno fatto notare questo rapporto dialogico. Alcuni hanno associato questi disegni a masse tumorali, a cancri; altri, come te, a forme più o meno organiche, naturali. Oggi il mio lavoro si compone di questi due elementi, le sculture e i disegni. Mi piace pensare che i disegni anticipino/seguiono alcune forme che adotto in scultura e viceversa. Prima o poi,mi piacerebbe provare a fare una mostra di soli disegni, senza il contraltare delle sculture. Chissà cosa ne verrebbe fuori.

Intervista di Matteo Mottin

Giovanni Kronenberg -  Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

Giovanni Kronenberg – Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

GIOVANNI KRONENBERG

Z2O Sara Zanin Gallery, Rome

September 15th > November 8th 2016

“A rock crystal and a black pearl, a glass bell jarand a mouflon skin, an ancient press, a large rough sea sponge, crafted malachite, elk antlers: these are just a few of the elements we find in the works that Giovanni Kronenberg gathered for this exhibition. They are elements the artist has collected over time, with which he has lived – sometimes for long periods – before turning them into works. His intervention is often minimal, a minor change or, more often, the addition of an object or incongruous material, as if to encourage the emergence of a quality that the collected elements already possess.”

“Many of Kronenberg’s works – and not only those present in this exhibition – are linked by this leitmotif, by the fact that they are artefacts or rare and hence precious natural finds that tend to be collected. And, as we know, rarity is tied closely to time, as if it descended from it, because in a certain sense rare things are those that have survived.”

“Even possession – like the private collecting of certain artefacts – is a form of desire: the desire to grasp taxonomy, to absorb it, by literally taking home a fragment of the time whence we came but that we will never achieve. Therefore, on one hand we have a time that goes beyond humanity, and on the other human instruments that subdivide, isolate, study and conserve fragments of that time. This stardust is the realm of Kronenberg’s work, in which materials and findings are acquired and then worked, in some cases by highly skilled craftspeople (as in the case of malachite), but that in others are subjected to simple, light alterations. The construction of combinatory grammar underpins Kronenberg’s work, a grammar that acts on the slow sedimentation of the evocative quality inherent in objects and on the subsequent alteration of those qualities through forms of intrusion.”

“The objects and materials that Kronenberg combines are imbued with the past, yet they do not generate narrations; they contain multiple dimensions of time but do not tell stories. They can be defined as “poetic” in the extent to which poetry can be defined as a slow form of chiselling words, starting with the raw material that is interior intuition.”

Extracts from the critic text by Alessandro Rabottini

Giovanni Kronenberg -  Z2O Sara Zanin, Roma 2016 (detail)

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