KORAKRIT ARUNANONDCHAI at KALEIDOSKOPE - Installation view

KORAKRIT ARUNANONDCHAI at KALEIDOSKOPE – Installation view

Testo di Valentina Bartalesi

Ciò che si evince visitando le due personali di Korakrit Arunanondchai promossa da Kaleidoscope e di Aries’ WB4C feat Jeremy Deller and David Sims by Slam Jam & The Store x Vynil Factory Vynal è come lo Spazio Maiocchi rappresenti, all’interno del fervente scenario milanese dell’arte contemporanea, una realtà profondamente sensibile alle ricerche più recenti. A maggior ragione se pensiamo che Arunanondchai sarà uno degli artisti presenti alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte “May You Live In Interesting Times”, a cura di Ralph Rugoff.
Indipendentemente da eventuali considerazioni sulla piacevolezza o sulla “artisticità” di talune delle operazioni proposte – laddove dal Duemila in avanti si è dimostrato necessario, o perlomeno parrebbe necessario, riformulare le qualità che caratterizzano la “specificità” e il proprium della creazione artistica, alla luce dei fenomeni filosofici, sociali ed economici odierni (come peraltro è stato in ogni epoca) – esse si fanno testimonianza di alcuni degli orientamenti “ricorrenti” nel panorama artistico internazionale.

In primis, ciò che si evidenzia con una vitalità fantasmagorica e tecnologica in Arunanondchai e con ironica eleganza in Deller è l’attenzione che questi artisti riservano alla Storia. Certamente, si dirà, la relazione tra arte e Storia era stata oggetto di analisi sin dagli anni Ottanta quando, in un clima di recupero della tradizione e del passato (il cosiddetto Postmoderno), si andò a legittimare un’interpolazione entusiastica, disordinata e spesso superficiale del corpus storico. Alla base dell’attuale frammentazione e interpolazione del soggetto “storicizzato” paiono esserci le sperimentazioni avanzate in quegli anni, con un’intensità tuttavia di segno differente. Il ritorno alla storia, tutt’altro che disincantato, ha assunto oggigiorno una propensione antropogenetica, ecologista, climatica e per certi versi politicizzata. Il rapporto con la storia, si direbbe, ha assunto i contorni di una sfida o tuttalpiù di una de-costruzione operata in favore del mettere il luce gli aspetti maggiormente critici della realtà stessa. L’elemento mediale – nella configurazione di opera post-mediale e trans-mediale (in un integrarsi continuo di tecniche artistiche differenti) – risulta predominante e il mezzo attraverso cui l’opera si realizza possiede un valore eguale se non superiore al contenuto semantico stesso.

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope  - Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope – Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope  - Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope – Installation view

La produzione dell’artista thailandese Korakrit Arunanondchai (1986), di base a New York, si articola in un coacervo di immagini fotografiche, di filmati, di sculture prodotte con i materiali più disparati e di interventi performativi. La natura narrativa, sincopata ed intermittente di alcune sue installazioni – si pensi al filmato History in a room filled with people with funny name 4 (2018) e alle due sculture Workshop for Peace (2018), esposte in mostra – produce nel visitatore la sensazione di sostare nel cuore di un grottesco, rituale e millenaristico spazio-membrana. L’atmosfera che si respira all’interno è decisamente disturbante, anche se, come accade per ciò che intimorisce o addirittura repelle, altamente attraente. II filmato di Arunanondchai, ospitato in una sala a parte disseminata di cuscini giganti su cui gli spettatori possono accomodarsi, rivela in sé la complessità delle fonti su cui si basa il lavoro dell’artista. Nella etnogenesi della sua produzione convivono e si ibridano simbologie animistiche e rituali proveniente dalla sua terra natale, la Thailandia, e le sovrastrutture culturali del mondo occidentale.
Non casualmente, Arunanondchai consegue nel 2012 un Master presso la Columbia University e viene ospitato in un’esibizione personale presso Moma PS1 di New York nella primavera del 2014. Si assiste così ad un processo sincretico spontaneo, in cui le categorie di Oriente e di Occidente subiscono una progressiva contaminazione. Ma non solo: l’artista infatti si spinge addirittura oltre, divenendo egli stesso ideatore di un nucleo narrativo di carattere mitopoietico. La mitopoiesi di Arunanondchai pare riflettere due temi fondamentali nella storiografia post Duemila: la centralità riservata alla componente tecnologica e l’attenzione nei confronti dei cambiamenti climatici e del pericolo dell’estinzione. Così, l’ubiquità e l’onniscienza del divino assumono le sembianze meccaniche di un drone Chantri, occhio tecnologico dell’artista che immortala e monitora dall’alto, divenendo simbolo di un potere non meglio definibile (che equivarrebbe alla figura orientale di Garuda).
D’altro canto, la figura di Naga, la divinità serpente della tradizione buddista, che ricorre nelle rappresentazioni dell’autore sin dal primo decennio del nuovo millennio, si fa testimonianza della dimensione umanizzata del divino, raggiungibile attraverso la danza e la performance. Il tutto, come si diceva, risulta declinato in una sorta di “estetica millenaristica” – qui sublimata da una componente animistica intimamente vissuta – comune a diverse esperienze artistiche e non. A questo proposito, esempi concomitanti potrebbero essere rinvenuti nei lungometraggi Annihilation, prodotto da Netflix e rilasciato nel 2018, e Blade Runner 2049 di Villeneuve, lanciato l’anno precedente.

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope  - Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope – Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope  - Installation view

Korakrit Arunanondchai at Kaleidoscope – Installation view

Parallelamente, le opere scultoree di Korakrit Arunanondchai riconducono il discorso ad un panorama capitalistico – i cuscini con inserti in jeans prodotti in dimensioni “maggiorate” alla Claes Oldenburg – oppure ad una creazione magmatica, biologica e quasi da fumetto manga, come parrebbe accadere in Workshop for Peace.

Differente, per quanto portatore di alcune corrispondenze, è il lavoro Wiltshire B4 Christ di Jeremy Deller realizzato insieme al fotografo David Sims, presentato con il brand ARIES’ WBC4 nell’esposizione immersiva ospitata Spazio Maiocchi (21-25 febbraio 2919). Anche l’opera di Deller infatti risente di una sincera fascinazione nei confronti della Storia, qui rivolta in particolare alle manifestazioni dell’antico pre-classico, quali nella fattispecie Stonehenge e altri siti arcaici disseminati in Gran Bretagna.
Che si tratti di una operazione non citazionista e volutamente “polemica”- ironica lo si evince dalla scritta che campeggia su una delle fotografie proiettate, in cui una figura femminile stretta in un abito scuro e “monacale” recita “Make archeology sexy again”. Ancora, osservando le installazioni video o gli scatti presentati in mostra, ciò che pare catturare l’attenzione di Deller non sono tanto le caratteristiche storico-culturali del complesso neolitico, quanto la sua natura di dispositivo visivo, destinato a subire manomissioni e incursioni propriamente fotografiche. Una delle immagini di Stonehenge retroilluminata in negativo (con l’inversione della luce e delle ombre) celebra il sito archeologico quale insieme di forme o simulacro e rende in parte illeggibili ulteriori dettagli costruttivi. Lo steso filmato inedito realizzato da Deller restituisce nella sequenza di fermo immagini, la natura isolata e “formale” dei singoli elementi, magari soffermandosi ad indagarne la superficie scabrosa, rinnegando tuttavia il voler restituire alla “narrazione” una sua continuità. Si direbbe, che la frammentazione del post-moderno e del post-mediale sia giunta ad uno stadio corrente e storicizzato.

La mostra di Korakrit Arunanondchai è visitabile fino al 31 marzo.

KORAKRIT ARUNANONDCHAI at KALEIDOSKOPE KORAKRIT ARUNANONDCHAI at KALEIDOSKOPE KORAKRIT ARUNANONDCHAI at KALEIDOSKOPE