Kapwani Kiwanga,   Mediated Measures,   a cura di Simone Frangi,   Viafarini,   2015

Kapwani Kiwanga, Mediated Measures, a cura di Simone Frangi, Viafarini, 2015

Inaugura stasera negli spazi di Viafarini la prima mostra monografica in Italia dedicata all’artista canadese Kapwani Kiwanga,   Mediated Measures. A cura di Simone Fragi, la mostra indaga un ampio spetto di tematiche che coinvolgono sia la città di Milano che un più ampio ‘territorio globale’ per analizzare questioni legate a concetti di postcolonialismo e “vampirizzazione” culturali. Seguendo e portando a conclusione un percorso tematico e concettuale – di cui Simone Frangi ne racconterà le basi nell’intervista che segue -, la mostra di Kiwanga “introduce uno sguardo preciso e traversale sulla questione dell’orientalismo attraverso un gioco incrociato sulle “tecniche di conoscenza”: tramite il ricorso ai modi di rappresentazione tipici del documentario e a diverse fonti “materiali” – come gli archivi e documenti fotografici – oltre che a testimonianze scientifiche quanto soggettive, l’artista costruisce una complessa pratica artistica densa d’immaginari provenienti dall’afrofuturismo, dall’analisi delle strutture di potere e la loro implicazione in sistemi di credenze religiose e dalla cultura vernacolare.”

Alcune domande al curatore Simone Frangi.

ATP: Con la mostra “Mediated Measures” dell’artista canadese Kapwani Kiwanga, Viafarini chiude la stagione estiva 2014-2015. Perché avete scelto questa mostra per chiudere la stagione? A tuo parere quale è la particolarità del suo progetto?

Simone Frangi: La programmazione primaverile ed estiva di Viafarini ha cercato di posizionarsi come una sorta di zona di inerzia rispetto alla grande “euforia per la differenza culturale” indotta dall’apertura di Expo 2015. In corrispondenza della settimana di inaugurazione di questo grande evento sul territorio milanese abbiamo aperto un temporary cinema articolato in quattro serate di proiezioni realizzato in collaborazione con Lo schermo dell’arte Film Festival dal titolo Notes on orientalism. Video Practices at the Age of Radical Difference. In un percorso guidato attraverso i lavori di Basma Alsharif,  Mounira Al Solh,  Sven Augustijnen,  Mieke Bal,  Louis Henderson,  Marine Hugonnier,  Invernomuto,  Renzo Martens, Emilija Škarnulyt?/Como Clube,  Philip Warnell abbiamo cercato di comprendere meglio la nozione di orientalismo, formulata nel 1978 dal teorico di origine palestinese Edward W. Said, intercettandola in recenti produzioni audiovisive che affrontano in maniera critica questioni postcoloniali e posture anti-imperialiste. Riarticolando le diverse sezioni del testo di Said, i film di Notes on Orientalism convocano in un programma a tappe un gruppo di artisti che cercano di mettere in crisi, rettificare o denunciare tali forme di “vampirizzazione” della differenza e i comportamenti coercitivi e predatori che essa implica.  La mostra personale di Kapwani Kiwanga, oltre ad essere la prima presentazione monografica del lavoro dell’artista canadese in Italia, mette un accento particolare su questo percorso di ricerca che si sta snodando in diverse tappe a Viafarini e che verrà rilanciato in settembre con l’inaugurazione della mostra personale di Riccardo Arena ad apertura della prossima stagione espositiva. Kapwani introduce uno sguardo preciso e traversale sulla questione dell’orientalismo attraverso un gioco incrociato sulle “tecniche di conoscenza”: tramite il ricorso ai modi di rappresentazione tipici del documentario e a diverse fonti “materiali” – come gli archivi e documenti fotografici- oltre che a testimonianze scientifiche quanto soggettive, Kapwani costruisce una complessa pratica artistica densa d’immaginari provenienti dall’afrofuturismo, dall’analisi delle strutture di potere e la loro implicazione in sistemi di credenze religiose e dalla cultura vernacolare.

ATP: Mi spieghi perché l’artista ha scelto di adottare la percezione aptica – il processo di riconoscimento della realtà attraverso il tatto – per indagare il contesto urbano milanese?

SF: Nella costruzione del progetto espositivo a Viafarini, la dimensione del tatto è emersa molto presto, parallelamente alla volontà di pensare in maniera critica le modalità razionali con cui pensiamo, viviamo e raccontiamo un contesto urbano. Riaffermare il toccare, lo sfiorare, il palpare come strategie di lettura dell’anonimità urbana ha permesso di riattivare l’estrema soggettività del corpo come strumento di “comprensione somatica” di ciò che la circondava. La ricerca che si materializza in Viafarini prende le mosse da un lavoro performativo ed etnografico sull’ambiente, che assume i candidi guanti da art handler come dispositivo di registrazione e collezione del contesto. A partire da una ricerca sulla manipolazione degli “oggetti etnici” trattati con i pesticidi nei musei etnografici europei, il guanto – superficie e barriera tra il corpo e l’oggetto – circola infatti nella produzione di Kiwanga, come analogia della dinamica tra fascinazione e rigetto culturale. Nel progetto presentato a Viafarini, il guanto ritorna nel suo uso inverso, viene utilizzato per investigare materialmente tre luoghi topici della città di Milano, luoghi di transito e dalla funzionalità ormai assodata che recano in sé però importanti snodi politici e sociali. Toccarli per conoscerli si è rivelata dunque un’occasione per sporcarsi, lasciarsi corrompere e contaminare ovvero veicolare realmente un contatto.

ATP: Che esiti concettuali ha dato questa sua ricerca?

SF: La posizione artistica di Kapwani Kiwanga riposa su un chiaro e profondo assunto metodologico di partenza: articolata in un regime ibrido d’esplorazione tra scienze sociali e formulazione artistica, la ricerca di Kiwanga s’incarna di preferenza in territori culturali misti, dove domini di conoscenza a priori distinti riescono a incrociarsi. Grazie a sistemi e protocolli, che agiscono come prismi attraverso i quali osservare istanze culturali, Kiwanga mette alla prova la capacità di quest’ultime a mutare e a modificarsi nell’incontro con altre.

Uno dei lavori in mostra esplicita in maniera evidente questa volontà di operare in modo plurale, muovendosi con disinvoltura tra la genealogia artistica e la spontaneità della produzione in relazione ad un contesto con un approccio scientifico a cavallo tra la sociologia e l’antropologia. Una delle installazioni che presentiamo per Mediated Measures nasce come una colletta di sedie chieste in prestito per la durata di un mese a diversi agenti e soggetti operativi nello spazio milanese ovvero prelevate da diversi contesti di socialità pubblica o privata. Nella sua innocuità quotidiana, la sedia reca in se in realtà una serie di complessità socio-culturali, legate alla sua natura di luogo di transizione semi-pubblico, che spesso fuoriesce da una contesto intimo per collocarsi nel pubblico. Classificate in una griglia di studio etnografico, le sedie vengono utilizzate ed analizzate da Kiwanga concentrandosi sul loro aspetto antropomorfico delle sedie, sulla proiezione dell’appartenenza sociale che esse restituiscono e sulle aspettative di autorità che esse comunicano.

ATP: A cosa si riferisce il titolo “Mediated Measures”?

SF: Nel complesso il lavoro artistico di Kapwani Kiwanga ha a che fare con la de-gerarchizzazione delle fonti del sapere e con l’invenzione di finzioni speculative e di nuovi metodi narrativi per analizzare il reale che l’artista definisce marginal measures. La coincidenza di registri eterogenei – dalla ricerca accademica alla cultura popolare – è una metodologia che l’artista utilizza con l’obiettivo di liberare la “produzione di conoscenza” da pregiudizi di valore, dissolvendo la separazione rigida tra le discipline e i diversi registri del sapere. Il cuore del progetto di Viafarini è appunto la misurazione e soprattutto l’impossibilità dell’oggettività che essa rappresenta. Creando una frizione tra la precisione assoluta che una misura dovrebbe permettere e la variabilità profonda che caratterizza il corpo utilizzato come unità di misura, Kapwani Kiwanga cerca di instillare il dubbio sulla gerarchia implicita nei sistemi di conoscenza e sulla presunta superiorità dell’approccio scientifico. Ed è proprio sull’autorità controversa dei mezzi di misurazione propri alle scienze sociali che Mediated Measures fa riferimento. In un implicito riferimento critico all’antropologia fisica e quei dispositivi di misura che hanno stabilizzato norme sociali d’inclusione ed eslcusione, il corpo Mediated Measures smette di essere misurato e diventa veicolo incerto di misurazione. Per disciplinare questo strumento, Kapwani Kiwanga stabilisce una serie di protocolli operativi, dei quali è svelata immediatamente e coscientemente l’artificialità: ogni protocollo svela infatti anche il modo in cui è costruito ovvero la sua vulnerabilità.

ATP: L’aspetto a mio avviso interessante del suo lavoro è la particolare sensibilità con cui destruttura o ribalta i processi canonici di lettura dei fatti. Il cambiare prospettico – in questo caso anche grazie all’utilizzo del linguaggio della performance – rende più densi e al tempo stesso più chiari molti aspetti della realtà che ci circonda. Sempre in merito alla mostra, cosa intendi quando spieghi che l’artista “corregge l’autorità implicita nella narrazione storica e urbanistica per concentrarsi, in un corpus di lavori installativi e in un wall drawing, su quegli strati degli oggetti d’uso comune che appaiono come ‘fuggenti’”?

SF: Proprio questo elemento di decostruzione che evochi nella tua domanda è il motivo ricorrente nel corpus di lavori presentati a Viafarini. La critica sociale e politica che Kapwani Kiwanga mette in atto non passa per forme antagoniste di opposizione frontale o di rifiuto: si tratta di un lavoro catalitico, operato negli interstizi e composto da micro-azioni che, non integrandosi completamente al flusso del quotidiano normato, emergono come frizioni e rallentamenti. Ovvero come luoghi dove esercitare il pensiero. Esistono infatti una serie di narrazioni “valide”, o presunte tali, dei fatti storici e delle configurazioni urbane, che vengono poi reificate nelle discipline di ricerca: l’idea di rettificare tali narrazioni, mostrandone la parzialità o la validità relativa, si alimenta nel lavoro di Kapwani Kiwanga, di una sorta di solidarietà con le cose, ed in particolar modo con la loro memoria materiale e le loro stratificazioni simboliche.

Kapwani Kiwanga,   Mediated Measures,   a cura di Simone Frangi,   Viafarini,   2015

Kapwani Kiwanga, Mediated Measures, a cura di Simone Frangi, Viafarini, 2015

Kapwani Kiwanga,   Mediated Measures,   a cura di Simone Frangi,   Viafarini,   2015

Kapwani Kiwanga, Mediated Measures, a cura di Simone Frangi, Viafarini, 2015