• Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016
  • Italo Zuffi, Versione con Lastre, performance ©ar/ge kunst, Bolzano/Bozen, Foto Tiberio Servillo, 2016
  • Italo Zuffi, Versione con Lastre, performance ©ar/ge kunst, Bolzano/Bozen, Foto Tiberio Servillo, 2016

Prosegue fino al 26 novembre la mostra personale di Italo Zuffi, postura, posa, differita, ospitata all’ ar/ge kunst di Bolzano. Curata da Emanuele Guidi, questo appuntamento è l’episodio conclusivo di un ciclo dedicato all’artista iniziato nel 2015 alla Nomas Foundation di Roma e proseguito al MAN di Nuoro.
Complessa e stratificata, la mostra si presenta come un ulteriore approfondimento della ricerca che l’artista porta avanti da molto tempo sul linguaggio della performance con particolare attenzione alla sua relazione con la scultura.

Segue l’intervista con Italo Zuffi.

ATP: La mostra postura, posa, differita ospitata negli spazi ar/ge kunst, è la terza tappa di un progetto che ha coinvolto la Nomas Foundation di Roma e il MAN di Nuoro. Complementari e differenti, che legame sostanziale lega questi tre momenti?

Italo Zuffi: La possibilità che mi è stata data di elaborare uno sguardo molto articolato sulla mia pratica. La forma di ciascun progetto, senza mai ripetersi nelle opere, è stata determinata dal dialogo con i curatori (Cecilia Canziani e Ilaria Gianni alla Nomas; Lorenzo Giusti al MAN; e Emanuele Guidi all’ar/ge kunst), e anche dalla qualità stessa, architettonica, dei singoli spazi. Il progetto a Bolzano, in particolare, è stato incentrato sulle logiche processuali che adotto a partire dalle ‘fonti’ utilizzate come base da cui sviluppare un lavoro.

ATP: Questa mostra allarga ulteriormente il discorso da te iniziato molto tempo fa sul nesso tra il linguaggio della performance e quello scultoreo. Mi racconti come è nato questo tuo interesse? Quali tangenze hai rilevato – e rivelato – con il tuo lavoro?

IZ: In uno dei miei primi lavori di performance, The Reminder, del 1997, questa relazione è presente anche se a livello solo intuitivo: il corpo viene trattato al pari di un oggetto, di un elemento scultoreo da riposizionare più volte nello spazio. Quel lavoro ebbe origine da una foto del fotografo inglese Brian Griffin, in cui una persona aveva una posa bloccata e rigida che mi colpì. In seguito ho poi notato che questo tentativo di irrigidimento del corpo nello spazio della rappresentazione appartiene a molti artisti, soprattutto nelle fasi iniziali della loro ricerca. Successivamente, in una parte dei miei lavori dal vivo ho sviluppato un’interazione fra corpo e oggetti, utilizzandoli soprattutto per validare quanto narrato nel lavoro stesso. Si tratta di oggetti ‘di scena’ che spesso mantengono un loro senso ordinario e potenziale anche al di fuori della performance. In alcuni casi, tuttavia, questo carattere di esclusività è più marcato, e gli oggetti trovano la loro massima efficienza espressiva quando usati all’interno del lavoro.

ATP: Senza essere didascalico – pericolo sempre latente – riesci a trovare particolari analogie tra le azioni performative e le installazioni. In particolare, mi racconti la genesi del lavoro “Sta meglio la ragazza caduta nel vuoto” (2001 – 2016)?

IZ: L’installazione che citi ha un carattere performativo pur senza essere un lavoro di performance: evoca un’azione, accaduta altrove, protagonista un corpo. Il lavoro inizia nel 2001 leggendo una locandina esposta fuori da un’edicola, in cui si dava notizia di una persona precipitata e salvata. Prendo e conservo la locandina, e trascorso qualche anno decido di enfatizzare la dinamica indicata da quel corpo: abbino alla locandina una scritta in metallo che della notizia trasla il titolo in una sua eco scultorea. In una versione successiva di questo lavoro ho inglobato alcuni articoli raccolti nel corso degli anni, su altre donne o ragazze cadute e sopravvissute: Sta meglio la ragazza caduta nel vuoto, oltre a guardare ai concetti di gravità, vertigine e salvezza, compie anche una selezione in chiave positiva della cronaca. In generale, direi che tutti i lavori in questa mostra rimandano a una relazione con il corpo – che irrigidisce, che precipita, che ‘plasma’ forme grazie a un insieme di voci.

ATP: Spesso le tue performance nascono perché, forse casualmente, ti sei imbattuto in suggestive immagini stampate nei quotidiani. Cosa desta in queste immagini il tuo interesse tanto da svilupparne delle opere?

IZ: Esattamente non so come tutto questo si svolga. L’idea che mi sono fatto nel tempo, è che come artista ho la possibilità di scegliere e aggregare ciò che contribuisce alla formazione di un mio (auto-)ritratto e a un mio posizionamento, e penso sia questo a determinare sviluppo e concretizzazione di un’idea in un lavoro. La mostra al MAN, parte di questo ciclo, aveva per titolo Potersi dire, che credo riassuma bene il senso di tutta la mia ricerca fin qui, offrendo anche una possibile risposta alla tua domanda.

Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016

Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l’artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016

ATP: Quasi sempre le tue opere sono il risultato di una gestazione dai tempi molto lunghi. E’ affascinante scoprire che un lavoro, magari concepito per un motivo preciso, negli anni cambia direzione, muta di significato e forse anche di importanza. Ti è mai capitato di misconoscere o abbandonare un’opera perché non ti sei più riconosciuto nelle intenzionalità degli esordi?

IZ: Sì certo, si può provare disaffezione verso un proprio lavoro, nell’immediato o a distanza di anni. Qualche opera è stata distrutta, su altre il giudizio è sospeso in attesa di ulteriori verifiche. Molte variabili modificano il senso di necessità di un’idea o di un’opera, anche nell’ambito di un arco temporale ristretto. Nel mio caso, diversi lavori si trovano da tempo allo stato di progetto o di prototipo. Diciamo che la mostra di Bolzano ha in parte voluto ragionare su questo, a partire dal concetto di differita: qualcosa che ha già avuto luogo e che tuttavia ri-accade o si manifesta in un tempo successivo. Per il progetto all’ar/ge kunst, assieme al curatore sono stati stabiliti dei criteri per finalizzare una serie di lavori non ancora conclusi ma che erano già a uno stadio avanzato.

ATP: In mostra presenti delle ceramiche che “partono da una serie di sondaggi pubblici”. Mi racconti questa serie di opere, come nascono e che relazione hanno le “statistiche”?

IZ: A me interessa il sondaggio per il suo potenziale di tradursi in forma attraverso una relazione con il vivente. Alla base vi è una somma di risposte di individui che sono stati interrogati e coinvolti anche emotivamente, per generare un grafico. Quello che ho fatto, è stato innestarmi su una serie di quei grafici, realizzati da altri, per tradurli in ceramiche e giungere così a un ulteriore risultato. Ciò che si perde nel processo è la piena visualizzazione delle risposte, rimosse assieme a tutti gli altri dati (testi, percentuali) per favorire un senso astratto. Di ciascun sondaggio rimane solo la domanda, usata come titolo della ceramica corrispondente (es. Che previsioni fa per la sua azienda per il 2009?) – in sostanza, il titolo è l’unico collegamento diretto rimasto nel lavoro con i vari gruppi di rispondenti, temporanee forze-lavoro che a loro insaputa hanno operato per generare forme.

ATP: Ho molta stima per quegli artisti che, anziché produrre ‘in batteria’, preferiscono una produzione ‘avara’. Ho scoperto che i motivi dell’essere parchi, possono essere di diversa natura. Condivido la necessità di rallentare e prendersi del tempo per accrescere e condensare ‘senso’. Mi dai un tuo punto di vista su questo aspetto ‘rarefatto’ del tuo lavoro?

IZ: Rarefazione e condensazione – sì ho senz’altro avuto delle fasi in cui ho prodotto poco, ma più che altro per ragioni ‘esistenziali’, di non-felicità, e non per una vera e propria scelta sul mio fare. In realtà a me interessa molto sperimentare e produrre anche se, come dicevo prima, la maggior parte dei miei lavori è ancora su carta, non avendo trovato subito condizioni ambientali favorevoli. Alcuni progetti sono nel frattempo invecchiati, oppure non sono più necessari, mentre altri probabilmente hanno mantenuto una loro attualità e su quelli voglio dirigere il mio prossimo investimento.

Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l'artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016

Installation view Italo Zuffi, postura, posa, differita, courtesy l’artista e ar/ge kunst, Bolzano, Foto aneres, 2016

Italo Zuffi, Variazione cone Lastre,  performance ©ar/ge kunst, Bolzano/Bozen, Foto Tiberio Servillo, 2016.jpeg Italo Zuffi, Variazione cone Lastre, performance ©ar/ge kunst, Bolzano/Bozen, Foto Tiberio Servillo, 2016 .jpeg Italo Zuffi, Variazione cone Lastre, performance ©ar/ge kunst, Bolzano/Bozen, Foto Tiberio Servillo, 2016

Italo Zuffi, Versione con Lastre, performance ©ar/ge kunst, Bolzano Foto Tiberio Servillo, 2016